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Da sinistra: Bruna, Pina, Rosella, Lucia e Giampaolo

Conosciamo la Tavola amica

Le volontarie della mensa della Caritas

«Entrare in rapporto con i poveri non è facile. Ma molti di loro ci vedono come delle mamme»

La Mensa, ospitata nei locali della Caritas Diocesana in via delle Orfanelle 25, dispone di 60 posti a sedere ed il pranzo viene offerto ogni giorno dalle ore 11.00 alle ore 12.00.

A chi si rivolge e come funziona. Il servizio è destinato a persone senza fissa dimora e a coloro che, pur avendo un’abitazione, versano in stato di particolare disagio economico o psicologico e non sono in grado di provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Ogni persona, dopo la prima accoglienza, viene accompagnata al Centro di Ascolto dove si concordano le modalità di fruizione dei servizi di sostegno.

Le risorse. Il servizio di preparazione dei pasti è affidato al personale della cooperativa sociale di tipo B Coompany& mentre la distribuzione e l’interazione con gli utenti è svolta da circa 20 volontari che, alternandosi in turni da 5 o 6 persone al giorno, garantiscono l’apertura della mensa per 365 giorni l’anno. Nei giorni di chiusura festiva del servizio di cena offerto dai Frati in via Gramsci, la “Tavola Amica” integra con l’apertura serale che viene garantita grazie al coinvolgimento delle parrocchie della Diocesi e di altre organizzazioni di volontariato del territorio.

I dati. Nel 2018 sono state 443 le persone che hanno usufruito del servizio mensa “Tavola Amica” per un totale di 21.497 pasti erogati con una quota mensile che oscilla tra i 1.093 e i 3.094 pasti.

«Entrate pure, qui è come essere in famiglia». Così ci accolgono in via delle Orfanelle 25 ad Alessandria, nella mensa della Caritas diocesana. Ad aprirci la porta un gruppo nutrito di “ragazze” sorridenti, tra cui Lucia, Pina, Bruna e Rosella, accompagnate dal direttore, Giampaolo Mortara. «Una ventina di volontari fanno servizio alla mensa per i più bisognosi. Un bell’impegno perché preparano da mangiare tutti i giorni» ci racconta Mortara. Seduta davanti a noi c’è Lucia, che svolge questo servizio già da tempo e fa da “supervisore”: «Qui tutti mi vedono come una mamma. Sono in pensione, prima facevo la casalinga, ho due figli grandi e sistemati… Venivo qui già dal 2006 con mio marito, e dopo la sua morte ho deciso di impegnarmi in Caritas tutti i giorni. Pasqua, Natale e Capodanno compresi». Il servizio di mensa inizia alle 8.15: dopo una breve riunione si parte con i preparativi per il pranzo, e alle 11 iniziano ad arrivare i primi ospiti, fino alle 12.30. «In cucina c’è il cuoco, l’unico a svolgere questa attività come lavoro. Ma il menu lo decido sempre io (sorride)» tiene a sottolineare Lucia. Ogni giorno la mensa serve circa 70 persone, anche se qualche anno fa si arrivava a 120 coperti. Un tassello, piccolo ma di grande valore, delle opere-segno realizzate dalla Caritas.

I pasti pronti per la distribuzione alla mesa della carit
«Si respira un clima di famiglia» aggiunge Pina, un’altra volontaria: «Vengo tre volte alla settimana e sono contentissima di aiutare gli altri con questo servizio. Ho trovato un bell’ambiente e delle persone fantastiche». È un clima disteso, davvero familiare: chi dà consigli su come predisporre le pietanze sul piatto, chi perfeziona i tavoli su cui gli ospiti pranzeranno, e ancora chi lava le stoviglie. «Come in tutte le famiglie abbiamo anche noi delle discussioni. Tante volte le cose non vanno bene, o vorremmo fare meglio» dice il direttore. «In particolare, non è facile relazionarsi con i più bisognosi, che spesso sono dimenticati e invisibili agli occhi di tutti. Tanti non hanno casa, dormono nei dormitori o in abitazioni di fortuna. Entrare in rapporto con loro non è facile, ma su questo le nostre volontarie, che sono madri, nonne e zie di famiglia, hanno un’attenzione particolare». Tanti volti, dietro ai quali si trovano storie difficili: «Chi frequenta la mensa sta qui per mezz’ora e poi va via, anche se lo fa tutti i giorni. Quindi noi entriamo in “intimità” con loro, certe volte si confidano. Vediamo anche gli stati d’animo dei bisognosi, stati d’animo che cambiano di giorno in giorno» aggiunge Mortara. «Tante volte dobbiamo confrontarci su situazioni difficili che capitano quotidianamente: arriva un nostro ospite ubriaco e dobbiamo decidere se dargli da mangiare o meno. Ci troviamo in situazioni estreme, che sono difficili da capire, in cui facciamo fatica a immedesimarci. Allora ci chiediamo: “Perché continuiamo a farlo?”» si chiede il direttore. «L’altro giorno sentivo urlare fuori, sono uscita e due si stavano azzuffando con un martello. Sono intervenuta, ho tolto il martello dalle mani del più esagitato e ho detto: “Andate ai giardini a bisticciare”. Io mi metto sempre in mezzo (sorride), ma non mi toccano perché hanno rispetto. Anzi, se qualcuno mi dice qualcosa, gli altri mi difendono» racconta ancora Lucia. «All’inizio ho “educato” gli ospiti, perché erano tutti incattiviti. Mi sono detta: “Se decido di venire tutti i giorni, le cose devono cambiare”. Così, siamo partiti dall’arredamento della mensa, l’abbiamo resa più bella e accogliente» continua la volontaria. Mentre sentiamo crescere le voci di chi è fuori e vuole mangiare, facciamo ancora in tempo a scambiare qualche battuta.


Come ricorda Pina, «questo è un luogo dove i dimenticati hanno un punto di riferimento, un momento di umanità, relazione e condivisione. Un modo per sentirsi meno soli. Viene data accoglienza davvero a tutti…». Le volontarie sono viste come delle vere e proprie “mamme”: «Molte persone si legano a noi. Tanti riescono a trovare un lavoro e una casa, ma rimangono comunque in contatto con noi, alcuni ci telefonano, anche. Altri invece finiscono in carcere, poi quando escono ritornano alla mensa. Anche se, purtroppo, ricomincia tutto come prima» aggiunge Lucia. Cosa serve oggi alla carità? «La carità viene delegata a un gruppo, un’associazione, una nicchia. La comunità è ancora lontana dal farsi carico di queste situazioni. Sì, ci sono alcuni segni: le parrocchie che ci danno una mano, i privati che portano generi alimentari, e abbiamo anche un gruppo di pensionati che ogni mese si tassa e ci porta degli alimenti. Le nostre opere-segno sono a disposizione della comunità, tutti possono condividerle e aiutarci» ci risponde il direttore Caritas Giampaolo Mortara. Sono le 11, non c’è più tempo per parlare al tavolo. Fuori, la coda aumenta, le volontarie ci salutano. E con il sorriso sono pronte per iniziare un nuovo servizio.

Alessandro Venticinque

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