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Voglio diventare un sacerdote che ama tutti

Il seminarista Matteo Chiriotti è stato ammesso agli Ordini sacri

Domenica 24 settembre, nel Duomo di Valenza, il seminarista Matteo Chiriotti, 21 anni, è stato ammesso agli Ordini sacri. A celebrare la Santa Messa, monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria. Accanto a Matteo, in questo importante primo traguardo, la famiglia e gli amici cresciuti con lui all’oratorio di Valenza. Matteo è all’inizio del quarto anno di seminario, incluso l’anno propedeutico. Davanti a lui una strada ancora lunga: ma la voglia di continuare a camminare è tanta.

Matteo, raccontaci come è andata domenica.

«È andata da Dio (sorride), letteralmente e metaforicamente. È stata una bellissima celebrazione, ero particolarmente emozionato. Qualcuno mi ha anche detto: “Non riuscivi ad alzarti dalla sedia, talmente eri agitato”. Non me ne sono neanche accorto, ero teso, in senso positivo. Ma penso sia normale».

Cosa vuol dire essere ammesso agli Ordini sacri?

«Vuol dire che i superiori verificano la tua vocazione e, di conseguenza, la Chiesa riconosce il tuo inizio di cammino verso il sacerdozio. Dopo ci saranno il lettorato, l’accolitato e poi le due ordinazioni, diaconale e sacerdotale».

Che significato ha questa prima tappa?

«Domenica mi sono chiesto: “Ma mi sto rendendo conto di quello che sta per accadere?”. Per me è stato un punto che ha segnato una fine e una ripartenza. Di fatto è finito il momento in cui potevo ancora pensare e riflettere sul cammino intrapreso. Adesso la cosa diventa più seria. Mi viene da dire: “Ora non si gioca più” (sorride). D’ora in poi potrò diventare sacerdote veramente, non più nel mio immaginario. È un momento forte, che devo ancora “metabolizzare”».

Come sei cambiato in questi anni di seminario ad Alessandria?

«Ricordandomi com’ero quattro anni fa, ammetto che la mia fede è cresciuta e maturata. Prima era una fede appena nata, avevo 17 anni. Poi questa fede è cresciuta, con il discernimento, ancora prima di entrare in seminario. Dopo il mio ingresso è maturata sempre di più, si è perfezionata. Tra le difficoltà e le gioie».

C’è un santo a cui ti ispiri?

«Il mio modello di sacerdozio è quello di San Giovanni Bosco. È stato il primo santo che ho conosciuto: a Valenza, il primo centro estivo che ho fatto aveva proprio Don Bosco come tema portante. E proprio lui è il santo che mi ha accompagnato nella scoperta della vocazione. Una vocazione avuta stando in oratorio, con i ragazzi. Quindi Don Bosco è un angelo custode che mi ha accompagnato, mi accompagna e mi accompagnerà fino al sacerdozio e oltre. Domenica, oltretutto, ho avuto anche una sorpresa…».

Una sorpresa?

«Sì, al termine della celebrazione mi è stata regalata una reliquia di Don Bosco. Si tratta di un pezzo di vestito della talare con cui è stato sepolto. La porto sempre qui con me».

Domenica c’erano tanti tuoi ragazzi e amici dell’oratorio. Loro cosa dicono della tua vocazione?

«Ai ragazzi ho sempre cercato di trasmettere la gioia di seguire Gesù e il Suo esempio, per quanto riesco, perché sono un servo inutile e faccio quello che posso. Ho sempre cercato di comunicare che la vera felicità di questa vita, di questo mondo, è seguire Gesù: amare gli altri e, di conseguenza, il Signore. Mi piace pensare che chi c’era domenica è perché ha avuto occasione di conoscere, in qualche modo, Gesù, che è entrato nella loro vita. Questa è la gioia più grande: che i ragazzi possano conoscere la stessa felicità che ho provato io il giorno in cui ho avuto la vocazione».

I tuoi genitori cosa dicono?

«I miei genitori, all’inizio, erano stati molto critici. Mi dicevano: “Prima è meglio che tu vada all’università a studiare. Poi deciderai se entrare in seminario”. Invece, pian piano, nel corso dei mesi e degli anni hanno cambiato idea. Adesso li vedo fieri e contenti. E questo mi fa molto piacere».

Hai anche una sorella e un fratello. Loro cosa pensano?

«Anche loro sono tranquilli, hanno accettato questa mia scelta come se fosse una cosa “normale” (sorride). Ormai ci hanno fatto tutti l’abitudine».

Ma la vita da seminarista è noiosa?

«Assolutamente no. Studiamo e andiamo all’università, come tanti ragazzi. E poi viviamo insieme in comunità a Casa San Francesco. Ecco, vorrei sfatare un mito: molte persone credono che facendo il prete si stia isolati dal mondo, ma non è così. Anzi, fare il prete ti permette di stare in mezzo a tante persone, e questo dà tanta gioia. Poter vivere insieme è un crescere con i fratelli nella fede, condividere le gioie e le fatiche. Ed è la certezza che nel tuo percorso ci sarà certamente il Signore, ma anche i compagni che condividono il tuo percorso. È tutt’altro che triste la vita da seminarista!».

C’è qualcuno che vuoi ringraziare?

«Voglio ringraziare il mio parroco, don Santiago. Ho iniziato a farmi domande sulla fede, sulla mia chiamata perché c’era lui a guidarmi. Mi ha sempre sostenuto, è come un padre per me. Poi vorrei ringraziare tutte le famiglie e i ragazzi che mi sono stati vicino. L’ho detto anche domenica: “Se non fosse stato per loro, non sarei qui”. Mi hanno cambiato in tutto, sono stati il mezzo attraverso cui il Signore si è manifestato ai miei occhi. A loro devo la mia vita, e la mia vocazione».

Ma tu che tipo di sacerdote vorresti diventare?

«Non ho richieste particolari, voglio diventare sacerdote per amare il Signore e amare gli altri. Amare tutti, nessuno escluso. Chiedo al Signore che mi dia la forza di amare sempre. Lui, in primis. E, per mezzo di Lui, tutte le persone che mi sono vicine».

Anche i tuoi nemici?

«Sì, anche loro».

Ma come si fa ad amare un nemico?

«Rispondo con una frase di “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry: “Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Bisogna guardare non con occhi umani, ma con gli occhi della fede. Quando smetti di guardare con lo sguardo umano le cose e passi allo sguardo della fede, allora anche amare i nemici sarà più chiaro e verrà automatico. Perché agirai secondo Dio, secondo lo Spirito Santo».

Quindi fa tutto Dio… noi non ci mettiamo nulla di nostro?

«Di mio ci metto la fede. Dico al Signore: “Sii tu a guidarmi, io mi metto nelle Tue mani. Dammi la forza di amare anche i miei nemici”. Consapevole del fatto che, se agisce lo Spirito Santo, anche amare un nemico non può che essere una gioia. Una fatica, certo, ma una gioia».

Ultima domanda, la più difficile: che cos’è per te la fede?

«Avere fede significa avere fiducia. E la fiducia razionalmente non c’è, va oltre la ragione, deve venire da dentro. Questo vale per Dio, così come per le relazioni umane. C’è una differenza, però: tra uomini la fiducia può venire meno, con Dio no, è diverso. Dio mai ti tradirà, anche se ci sono momenti in cui sembra non esserci… e invece è presente costantemente, in ogni situazione siamo nelle Sue mani, la nostra vita è affidata a Lui. È un pilastro che non crolla mai. Questo mi consola e trasforma in positivo tutte le cose. Anche quelle più difficili».

Alessandro Venticinque

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