Fino al 22 la mostra al Centro Don Bosco di Alessandria
Nella parrocchia San Giuseppe Artigiano di Alessandria, fino a domenica 22 febbraio sarà possibile visitare la mostra sul 150° anniversario della prima partenza missionaria salesiana. «La chiesa è aperta tutti i giorni dalle 7 alle 19.30. Abbiamo accolto questa iniziativa, che sta facendo il giro nelle case salesiane, per sensibilizzare la nostra comunità e la diocesi alla missionarietà della famiglia salesiana, che è uno dei fini della nostra congregazione» spiega don Mauro Mergola (nel tondo), direttore del Centro don Bosco. La mostra è divisa in tre parti: la prima è storica, per presentare le origini e le prime spedizioni; la seconda è agiografica per descrivere i testimoni, come le figlie di Maria ausiliatrice, ma anche laici e giovani; e, infine, una parte contemporanea, con i germogli che questa esperienza ha fatto nascere.
Don Mauro, l’11 novembre 1875, Giovanni Bosco salutò i primi dieci salesiani diretti in Argentina.
«Sì, andarono dagli italiani immigrati, soprattutto piemontesi, che vivevano disorientati e abbandonati a loro stessi. E, poi pian piano, questa missione si è aperta al mondo indigeno, soprattutto in Patagonia. Don Bosco ha dato loro il consiglio di interessarsi dei poveri e dei fanciulli, e quindi anche di tutte le situazioni di difficoltà delle comunità incontrate. L’obiettivo era, ed è, farsi amare da tutti, e per farlo bisognava stare dalla parte dei più deboli. L’invito è a convertire, ma con una grande attenzione alla cultura del territorio, per valorizzare tutto ciò che è già potenzialmente orientato al Vangelo. I salesiani si caratterizzano in missione soprattutto come uomini che condividono la vita delle persone del posto. E, attraverso la formazione e la professione, portano il messaggio evangelico. Uno dei frutti di questa bellissima esperienza è il museo missionario del Colle don Bosco: materiali che i salesiani hanno inviato a Torino sulle culture del posto e sulla crescita attraverso l’azione evangelica».
Ma ci sono anche salesiani missionari che hanno fatto “carriera”.
«I frutti salesiani provenienti dall’America Latina sono anche due santi e un beato. Il beato è Zeffirino Namuncurá, un ragazzino che viveva in Patagonia, figlio di un “cacico”, ovvero un capo tribù. Questo ragazzo ha avuto il desiderio di diventare salesiano, così è venuto a studiare in Italia dove ha incontrato anche papa Pio X. Morto di tubercolosi a Roma nel 1905, viene beatificato da papa Benedetto XVI. Poi ci sono due santi. Uno era salesiano coadiutore, Artemide Zatti: ha speso la sua vita come infermiere, in Argentina, a Viedma, ed è stato canonizzato da papa Francesco nel 2022. E poi c’è suor Maria Troncatti, missionaria in Ecuador, soprattutto in Amazzonia, e canonizzata lo scorso ottobre da papa Leone XIV. Sono frutti che testimoniano quanto la missione non sia solo annunciare il Vangelo, ma inserirsi nel territorio e promuovere una rete educativa, sociale e territoriale».
I salesiani oggi sono presenti in 136 Paesi del mondo.
«Il senso della missionarietà è sempre lo stesso: partecipare all’unica missione, quella di Cristo, missionario del Padre in questa nostra umanità. La Chiesa ha una sola missione, quella di Cristo, e ogni battezzato partecipa a questa missione. Per cui solo l’essere battezzati significa essere missionari. Negli anni ci sono stati dei cambiamenti anche per le missioni: oggi abbiamo assistito all’arrivo nel nostro Continente di diversi salesiani dall’Africa, dall’India o dall’America Latina. In qualche modo, c’è una restituzione all’Europa di quello che questi Paesi hanno ricevuto. Oggi, sempre di più, l’esperienza missionaria è chiamata a essere un segno che rende visibile la presenza di Cristo, e non soltanto come un servizio».
Quali altre esperienze di missione ci sono?
«A livello pastorale, già da anni è presente l’animazione missionaria: ovvero, formazione e sensibilizzazione dei giovani a vivere un’esperienza nei Paesi in via di sviluppo. Un’esperienza, seppur breve, che susciti il desiderio di maggior approfondimento della propria vocazione, per coltivare la missionarietà laddove ciascuno vive. E poi come salesiani abbiamo l’ong “Volontariato internazionale per lo sviluppo” che promuove i progetti di sviluppo sociale ed educativo dei Paesi in cui ci sono meno opportunità. L’azione missionaria ha vari livelli: di animazione, in cui tutti siamo invitati; di esperienza, per un breve periodo, finalizzata più alle persone che ai destinatari; e di scelte operative, per chi può collaborare per più anni a un progetto specifico. È l’animo missionario che guida il volontario».
Il sogno missionario sembra non scaldare più i cuori. È così?
«Forse da una parte un po’ si è perso questo desiderio quasi “esotico”. Dall’altra parte, c’è il tema della cooperazione internazionale, che non è più solo proposta dal mondo ecclesiale ma anche da altre realtà. Aderire ai salesiani significa mettere in gioco la propria vita e la propria vocazione. Oggi il rischio è una forma di privatizzazione di questo mondo: anni fa negli oratori c’erano gruppi di formazione missionaria che promuovevano le attività, facendo azioni di raccolta fondi a sostegno delle missioni gemellate. Quel tipo di ondata pare sia passata».
Se un giovane è interessato, dove va?
«Se è legato al mondo salesiano, può fare riferimento al Centro don Bosco: vi metteremo in contatto con il responsabile della cooperazione salesiana. In Diocesi, invece, c’è don Valerio Bersano, delegato dell’ufficio missioni, che propone opportunità legate ad altre realtà».
Come possiamo accompagnare i giovani, e non solo, alla missione?
«Come Chiesa siamo chiamati, sempre di più, a interrogarci su questo tema. Perché, con i tempi che corrono, i poveri e le persone con meno opportunità vengono visti solo come “soprammobili”, parte integrante della quotidianità, o realtà lontane che si tende a non guardare. L’invito è lasciarsi provocare per scoprire la propria vocazione».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria

