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Per un profondo dialogo ecumenico

Intervista a don Stefano Tessaglia (nella foto qui sotto)

Sabato 18 la preghiera per l’Unità dei cristiani alla Madonna del Suffragio

Nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani abbiamo voluto approfondire questo tema rivolgendo qualche domanda a don Stefano Tessaglia, referente diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Ogni anno siamo invitati a pregare per l’unità dei cristiani. Perché, e come?
«A livello diocesano l’appuntamento ormai tradizionale è per sabato 18 gennaio, alle ore 19 presso la chiesa del Suffragio. Nel contesto del cosiddetto “movimento ecumenico” (dal greco “oikoumene”, “terra abitata”, in senso ampio “casa in cui tutti viviamo”) da ormai più di un secolo è maturata nei cristiani la convinzione della necessità di un impegno perché le diverse comunità, che si sono divise per motivi storici, possano tornare unite. Poiché, come sappiamo, la storia è stata segnata anche da guerre e da episodi dolorosi, si tratta di un traguardo notevole che oggi i cristiani possano pregare insieme e parlare di “riconciliazione”».

Qual è il significato profondo di questo impegno, anche per le nostre comunità?
«Si tratta forse di imparare a guardare al passato senza rimuovere la memoria degli sbagli e delle divisioni, ma assumendone con coraggio il peso, più consapevoli della strada da percorrere. Per fortuna sono ormai un lontano ricordo i tempi in cui la Chiesa cattolica rifiutava il dialogo ecumenico, poiché si riteneva solo essa il ceppo originale da cui si erano staccate tutte le altre comunità. Una volta “ecumenismo” significava semplicemente “ritorno” nel suo seno delle Chiese separate; dopo il Concilio Vaticano II sappiamo bene che invece il punto di convergenza di tutti credenti è Cristo, a lui bisogna guardare, alla sua Parola bisogna essere fedeli».

La settimana di preghiera ha sempre un tema specifico, che ha risvolti significativi e attuali. Quale il soggetto di questo 2020?
«“Ci trattarono con gentilezza” è il versetto, tratto dagli Atti degli apostoli (At 28,2), che guida il tema di quest’anno. La celebrazione con cui pregheremo è stata preparata dai cristiani di Malta. Proprio quest’isola ricevette la fede grazie all’apostolo Paolo, mentre si stava dirigendo in catene a Roma: gli Atti raccontano della terribile tempesta, del provvidenziale naufragio e della bella accoglienza ricevuta sulle coste dell’isola. I cristiani maltesi, nella loro riflessione, ci ricordano come ancora oggi molte persone affrontino gli stessi pericoli, nello stesso mare. I medesimi luoghi citati dalle Scritture caratterizzano ancora le storie dei migranti di oggi: in varie parti del mondo, molte persone affrontano viaggi altrettanto pericolosi, per terra e per mare, per scampare a disastri naturali, guerre e povertà. Anche le loro vite sono in balìa di forze immense e indifferenti, non solo naturali, ma anche politiche, economiche e umane».

Oggi davvero questo racconto biblico ci interpella: come spesso ripete papa Francesco, siamo collusi con le forze indifferenti oppure accogliamo con umanità, divenendo testimoni dell’amore di Dio verso ogni persona?
«L’indifferenza sembra oggi assumere varie forme: l’indifferenza di coloro che vendono a persone disperate posti in imbarcazioni non sicure; l’indifferenza di persone che decidono di non inviare gommoni di salvataggio; l’indifferenza di coloro che respingono i barconi di migranti… La virtù dell’ospitalità diventa una virtù necessaria nel ricercare il bene e spinge ad una maggiore generosità verso coloro che sono nel bisogno. Le persone che mostrarono gentilezza verso Paolo e i suoi compagni naufraghi non conoscevano ancora il Vangelo, eppure grazie alla loro “inusuale gentilezza” un gruppo di persone divise venne salvato e radunato. Forse oggi i cristiani, che il Vangelo lo conoscono, possono trovarsi riuniti non soltanto attraverso l’accordo teologico o la preghiera comune, pur importanti, ma soprattutto mediante l’incontro amorevole con coloro che sono nel bisogno, anche se non condividono la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra fede».

M. L. 

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