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I tre momenti della democrazia

Intervista al professor Renato Balduzzi

Il professor Renato Balduzzi (nella foto), Ordinario di Diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è ideatore e direttore scientifico della Settimana di studi sulle autonomie locali, che si tengono ad Alessandria. L’edizione di quest’anno, la 12a, si è appena conclusa.

Professore, che cos’è questa “Settimana di studi”?
«È nata 12 anni fa quasi come una scommessa. Ci siamo chiesti se in una media città di provincia come Alessandria fosse possibile fare un evento di una intera settimana, dedicato a un tema specifico di rilievo nazionale ma che avesse anche un interesse locale. Oggi è un appuntamento costante, importante da mantenere. Da quest’anno poi l’organizzazione è stata presa in carico dal Centro di cultura dell’Università Cattolica, l’istituzione culturale più longeva della nostra città e del territorio, nel suo 50° anno di presenza ad Alessandria. Le Settimane sono nate all’interno dell’Università del Piemonte Orientale, e un aiuto importante ce lo dà l’Università Cattolica».

Il tema di quest’anno è stato la democrazia locale. Ce lo spiega?
«Noi siamo abituati a parlare di democrazia in modo molto generico, ma se la osserviamo più da vicino vediamo che quella che chiamiamo democrazia si compone di almeno tre momenti. Uno è il momento del voto: la democrazia del consenso, della rappresentanza, dove noi conferiamo fiducia ad alcuni rappresentanti. A livello locale, per esempio, eleggiamo il Consiglio comunale e il sindaco. Poi c’è anche un aspetto di democrazia in cui qualche volta i cittadini sono chiamati direttamente a esprimersi, a dire “sì” o “no” a una certa cosa: è la democrazia referendaria. E poi c’è un’altra forma, la più difficile ma la più affascinante, che viene chiamata dagli studiosi democrazia deliberativa. Qui si discute, si fa in modo di avere un’idea non di “pancia” o istintiva, ma che abbia a che fare con i dati, con la conoscenza. Perché la conoscenza delle cose è indispensabile».

Che cosa è emerso dagli incontri?
«Queste tre forme, rappresentativa, diretta e deliberativa, a livello locale sono tutte da reinventare. Ma è importantissimo quello che è venuto fuori dalla Settimana, perché grazie a livello locale possiamo radicarle di più e viverle anche a livello di comunità regionale e nazionale. Durante l’incontro sul tema “Infiltrazioni della criminalità organizzata e della corruzione come ostacolo alla democrazia locale”, gli autorevolissimi partecipanti hanno tutti condiviso che una vera democrazia locale aiuta a porre un ostacolo alla criminalità organizzata e alla corruzione. Che, come sappiamo è un male endemico del nostro Paese, e non è solo confinato in alcune regioni».

Quindi, sostanzialmente, avete lavorato anche per il nostro territorio.
«Sì, le Settimane sono nate proprio con questo intento. Siamo partiti fin dall’inizio volendo fare qualcosa di utilizzabile dal cittadino e dagli amministratori locali: infatti abbiamo avuto una presenza rilevante di sindaci, specialmente dei paesi più piccoli».

Da costituzionalista, lei ha ben presente che esiste una dicotomia tra il governo centrale e chi sul territorio si trova a dover applicare decisioni alle quali magari non ha nemmeno contribuito…
«Abbiamo infatti dedicato proprio un momento, dei tanti della Settimana, sul tema della cooperazione tra livelli territoriali, che funziona se ci sono due condizioni. Una è che sia leale: se mi siedo a un tavolo non devo giocare sporco, devo evitare di fare lo spot pubblicitario sabotando il tavolo a cui ho partecipato. Una leale collaborazione, che vale per tutti: dal governo nazionale ai governi locali. L’altro requisito è che all’interno di ciascuna comunità si faccia l’impossibile affinché i problemi della cooperazione non siano solo degli esecutivi, dei sindaci o dei presidenti di Regione; ma che siano ragionati dentro le proprie filiere con gli organi collegiali: il Consiglio comunale non può essere una zavorra dove bisogna passare perché la legge vuole così. No, il Consiglio comunale è la tua ricchezza, se sei un sindaco attento».

Se lei oggi fosse ministro della Salute, ruolo che ha ricoperto nel Governo Monti qualche anno fa, cosa farebbe di fronte alla pandemia?
«Devo dire, in tutta onestà, che ho molta stima del ministro in carica Roberto Speranza, che conosco perché siamo stati parlamentari insieme. Lui era allora giovanissimo ma già molto bravo, attento ed equilibrato. Ho una valutazione complessivamente positiva di come il governo e il parlamento, sia pure con fatica, si sono mossi, riuscendo a mantenere una linea di saggezza. Certo, il cittadino è un po’ sconcertato perché a volte il governo nazionale dice una cosa, i presidenti delle Regioni un’altra e i sindaci, in alcuni momenti, un’altra ancora. Come stare di fronte a un’emergenza di questo tipo? Le norme sono chiarissime, e dicono che quando un’emergenza è nazionale anche la competenza è nazionale, anche se poi dev’essere esercitata una leale collaborazione e un’attenzione ai territori».

Andrea Antonuccio

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