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Usanze natalizie “nostrane”

“Alessandria racconta” di Mauro Remotti

Un’usanza degli antichi romani prevedeva lo scambio di un piccolo dono alle calende di gennaio, cioè nel primo giorno del mese, che assumeva un significato prettamente religioso. Si raccoglieva, infatti, un ramoscello di arbor felix nel bosco vicino al tempio della dea Strenia (di origine sabina, il cui nome significava probabilmente “salute”) che veniva regalato come buon auspicio per il nuovo anno. In seguito, si cominciarono a donare rami di ulivo o di alloro, oppure miele e fichi per augurare un anno dolce come l’omaggio.

Sino a qualche tempo fa, in diverse zone d’Italia si perpetuava questo antico rituale. Secondo la tradizione siciliana della befana, i ragazzini, figghi dâ Strina, andavano in giro a chiedere dolci, frutta secca e denaro, così come in Lunigiana la richiesta di una piccola mancia veniva chiamata “fare la strenna”. In Calabria si tramandava un motivetto che i giovani cantavano di casa in casa per augurare un felice anno nuovo a tutti i membri della famiglia.

Anche le vecchie tradizioni alessandrine nei giorni di festa – descritte molto bene da Giovanni B. Fossati nel libro a ‘m n’ avi∫ (me ne ricordo) – contemplavano un dono all’inizio dell’anno. Il giorno di San Silvestro i bambini facevano visita ai parenti augurando bônna fén e bôn prisipi! (buona fine e buon inizio dell’anno nuovo). Il mattino dopo ritornavano e rivolgevano loro questa domanda: a l’éi finì’bén e chmensipià bén (l’avete finito bene e iniziato altrettanto bene). In caso di risposta affermativa, séì, grassie!, allora i fanciulli proseguivano con l’augurio: bôn prù e bôn proseguimént! (buona salute e buona continuazione!).

Come ricorda Giovanni Fossati, i denari della bônna mân(la mancia) erano considerati di proprietà di Gesù Bambino, e quindi non si potevano spendere sino al giorno dell’Epifania, in quanto sia il Bambinello che i suoi poveri potevano averne ancora bisogno! Di solito la strenna veniva distribuita, con una certa solennità, dal padre ai figli al fine del pranzo di Capodanno, tanto che il 1° gennaio era chiamato proprio u dì d’ra strënna.

L’entità della mancia (generalmente soldi nuovi di conio) variava a secondo dell’anzianità e della condotta tenuta nel corso dell’anno appena trascorso. Il culto del risparmio s’insegnava sin da bambini: i denari dovevano essere introdotti ant’ ra bissura, ossia in un salvadanaio di terracotta con un’unica fessura in modo tale che i soldi non potessero essere ripresi a meno di non rompere il vaso. Tra i doni di Capodanno vi era anche una scopa, ’na ramàssa, che aveva il compito di spazzare via ogni dispiacere. Pure l’omaggio di una bottiglia di vino chiaretto o di torchiatura aveva il significato di esprimere l’augurio di un anno colmo di salute.

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