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Il culto dell’Addolorata e la Salve

Fede e tradizione

Quello dell’Addolorata era un culto probabilmente diffuso in città a seguito del prodigio del simulacro della B. V. Maria della Salve, patrona della città e della diocesi, avvenuto il 24 aprile 1489. A ciò non deve essere stata estranea anche la presenza dell’Ordine dei Servi di Maria (i “Serviti”, nella nostra città fin dal sec. XIII) al quale si deve la cura e la diffusione di questo culto: tale è infatti la B. V. M. della Salve al quale le Confraternite partecipavano attivamente. Infatti nel giorno anniversario del prodigio, due Contraternite, come racconta il Burgonzio, durante la s. Messa pontificale, processionalmente, “incominciarono fin d’allora, ed indi proseguirono a presentarlo ogn’anno un grosso cereo per ciascheduna; così rendendo esse in faccia a tutti risplendentissima quella interna riconoscenza, che i cuori infiamma dei suoi ferventissimi Confratelli”. Inoltre, le Confraternite, alla quarta domenica di ogni mese, si recavano in Cattedrale per una visita corale alla Madonna e avevano il compito di portare il ven.do Simulacro durante la processione della festa. Il legame al culto della Salve caratterizzò sempre l’impegno devozionale delle Confraternite. Quando il 28 maggio 1843 ebbe luogo la solenne incoronazione del ven.do Simulacro, i Sodalizi intervennero al completo, aprirono la processione e i confratelli portarono la statua dalla Cattedrale alla piazza della Libertà (allora detta: Reale) dove la cerimonia si svolse alla presenza del re Carlo Alberto.

Bisogna qui ricordare che il sorgere di una festa liturgica sul dolore della Madonna proviene proprio da una Chiesa locale. Infatti, il 22 aprile 1423 un decreto del Concilio provinciale di Colonia introdusse in quella regione la festa dell’Addolorata come riparazione agli oltraggi sacrileghi fatti dagli ussiti alle immagini del Crocifisso e della Vergine ai piedi della Croce. La festa fu chiamata Commemoratio angustiae et dolorum beatae Mariae virginis, e il decreto conciliare definiva la data della sua celebrazione così: “Ordiniamo e stabiliamo che la commemorazione dell’angustia e dei dolori della beata vergine Maria venga celebrata ogni anno il venerdì dopo la domenica Jubilate (n.d.a.: III domenica dopo Pasqua) salvo che in quel giorno occorra un’altra festa, nel quale caso sarà trasferita al venerdì seguente”. Più sopra il decreto fissava anche il momento preciso al quale si riferiva la celebrazione: “…in onore dell’angoscia e del dolore che Ella soffrì quando Gesù, le mani distese sulla Croce e immolato per la nostra salvezza, affida la benedetta Madre al discepolo prediletto”.

Poiché il documento afferma che tale festa “verrà celebrata soltanto in coro con i primi vespri, mattutino ed ore e con i secondi vespri secondo le note, la storia e l’omelìa composte per questa medesima festa”, pare di capire che esistessero già dei testi liturgici precedenti al Concilio stesso. Quello che merita di essere sottolineato è che si tratta di una festa incentrata sulla scena del Calvario e sulla commendatio della Madre fatta da Gesù in croce all’apostolo Giovanni, e che tale ricordo era fissato nel tempo pasquale. Nel 1482 papa Sisto IV compose e fece inserire nel messale, con il titolo di ”nostra Signora della Pietà”, una Messa incentrata sull’evento salvifico di Maria ai piedi della croce. Successivamente tale celebrazione si diffuse in tutto l’Occidente con varie denominazioni e in varie date.

Oltre che con la denominazione stabilita dal Concilio di Colonia e con quella fissata nella Messa di Sisto IV, veniva chiamata anche De transfixione seu martyrio cordis beatae Mariae, De compassione beatae Mariae virginis, De lamentatione Mariae, De planctu beatae Mariae, De spasmo atque doloribus Virginis, De septem doloribus beatae Mariae virginis, etc.
Quanto alla data, si va dal venerdì dopo la Domenica in albis al primo sabato dopo l’Ottava di Pasqua, al lunedì o venerdì dopo la domenica di Passione (oggi, V domenica di Quaresima).
Gradualmente anche nel nome si passò dalla commendatio ai septem dolores, cioè dalla scena ai piedi della Croce ai diversi dolori della vita della Madonna, e nella data si passò dal tempo pasquale a quello quaresimale: naturalmente sono passaggi che avvennero lentamente e non è certamente questa la sede per studiare il loro evolversi, anche se si può tratteggiarne le tappe fondamentali per osservare come si tratti dell’accoglimento liturgico di un culto popolare antico, assai diffuso e radicato anche nella nostra città.

I “Sette dolori” sono: 1) la profezia di Simeone in Gesù Bambino (Lc 2, 34-35); 2) la fuga della Sacra Famiglia in Egitto (Mt, 2, 13-21); 3) la scomparsa di Gesù per tre giorni nel tempio (Lc 2, 41-51); 4) l’incontro di Maria e Gesù sulla via crucis (Lc 23, 27-31); 5) Maria contemplando la sofferenza e la morte di Gesù in Croce (Gv 19, 25-27); 6) Maria accoglie tra le sue braccia il figlio morto durante la Deposizione dalla Croce (Mt, 27, 57-59); 7) Maria lascia il corpo di suo figlio durante la tumulazione (Gv 19, 40-42).

Circa l’origine del culto si può subito osservare che i Vangeli non descrivono i sentimenti di Cristo e di sua Madre al Calvario. La pietà cristiana, meditando e contemplando Cristo sofferente sulla Croce, ha tuttavia cercato di comprendere ed esprimere il dolore intimo suo e dei vari testimoni della sua Passione e Morte. Il “lamento”, o “pianto”, di Maria sul Calvario ebbe questa origine e assunse una crescente importanza al punto di divenire uno speciale genere letterario che ispirò la liturgia.

L’oriente lo ha racchiuso nei suoi ”threni” (lamenti). S. Efrem il siro (+373) è forse l’autore del più antico “pianto di Maria”, che tuttora fa parte dell’ufficio siriaco dei Vespri del Sabato santo.
Romano il melode (sec. VI) nell’inno “Maria presso la Croce” trasformò il pianto-monologo della Madonna in un dialogo tra lei e Gesù, a partire dall’incontro sulla via dolorosa.
Nell’occidente, il cistercense Oglerio (+1214), prima di diventare abate di Lucedio, scrisse uno dei più importanti “pianti di Maria”. Oglerio, nel desiderio di piangere la morte di Cristo, chiede alla Vergine di narrargli la sua dolorosa esperienza dell’incontro con Cristo, dalla via dolorosa al Calvario fino alla sepoltura.

Il “pianto” latino più celebre è la sequenza Stabat mater, per lungo tempo attribuita a Jacopone da Todi (+1306). Oggi, però, si preferisce considerare s. Bonaventura (+1214) come il poeta di questo canto veramente francescano. Non è un pianto pronunciato direttamente dalla Vergine; tuttavia, drammatizza la sua presenza al Calvario e il suo dolore di Madre dinanzi alla sofferenza e alla morte del Figlio. L’inno, caratteristico di tutte le liturgie dell’Addolorata, diventa una preghiera alla Madonna per ottenere l’unione con il suo dolore e la grazia di una buona morte.
Proprio un solenne Stabat mater (quello di Rossini) fu eseguito la sera del 28 maggio 1843, nel Teatro civico, a conclusione delle già ricordate celebrazioni per l’incoronazione della Salve. Appaiono, quindi, in tutta evidenza le connessioni esistenti tra il culto dell’Addolorata e quello della Salve e il legame tra questi, la spiritualità della Confraternita e l’aggregazione all’Arciconfraternita romana. Inoltre, essendo evidentemente scopo precipuo della Confraternita la meditazione della Passione del Signore, non si è trattato altro che di un rafforzamento o della istituzionalizzazione dell’originario carattere penitenziale del Sodalizio. Perciò l’aggregazione all’Arciconfraternita del ss. Crocifisso di s. Marcello assume ben altra importanza: è la naturale conseguenza di precise caratteristiche devozionali e di culto, oltre che di comune sensibilità spirituale.

È appena il caso di sottolineare le evidente connessioni che esistono tra l’evoluzione di questo culto e quanto si dice nel testo e nelle note precedenti sull’iconografia del Crocifisso, il concetto di metànoia e i pellegrinaggi. La diffusione del culto dell’Addolorata, come peraltro si è già detto all’inizio della nota, è avvenuto non senza l’influenza dell’Ordine dei Servi di Maria (i Serviti). Infatti, il 18 agosto 1714 la s. Congregazione dei Riti, dietro supplica del Priore generale dell’Ordine, concedeva che la “Commemorazione solenne dei sette dolori della B. V. Maria”, già celebrata in qualche diocesi e provincia per indulto speciale, fosse estesa a tutto l’Ordine il venerdì di Passione, con rito doppio maggiore. Il 22 aprile 1727 poi, papa Benedetto XIII, sempre su richiesta dei Serviti, la estendeva a tutta la Chiesa latina e la fissava, secondo la data già concessa all’Ordine, al venerdì dopo la domenica di Passione, unificando così titolo e data.

Parallelamente, sorse un’altra festa. Intorno al 1500 si usava tenere nelle chiese servitane una riunione degli iscritti alla “Compagnia dell’abito dei sette dolori”, la terza domenica di ogni mese. Un secolo dopo si incominciò a rendere più solenne una di queste riunioni annettendo a essa una processione: si scelse la terza domenica di settembre. Il 9 giugno 1698 l’Ordine veniva autorizzato a celebrare solennemente questa festa la terza domenica di settembre. Il 17 settembre 1735, su richiesta di Filippo V, tale festa venne estesa a tutti i domini della Spagna. Il 18 settembre 1814, il papa Pio VII, devotissimo dell’Addolorata, in ricordo delle sofferenze inflitte da Napoleone alla Chiesa nella persona del Pontefice, la estese a tutta la Chiesa latina, con i testi e l’Ufficio già in uso presso i Serviti. È utile qui ricordare che papa Pio VII (Barnaba Gregorio Chiaromonti, di Cesena) passò più volte da Alessandria. La prima volta l’11 novembre 1804, mentre andava a Parigi per incoronare Napoleone imperatore.

La seconda volta, di ritorno da Parigi, il 28 aprile 1805. La terza quando, per ordine dello stesso Napoleone, fu condotto prigioniero da Roma: alloggiato in città nell’abitazione del Comandante militare, nessuno poté avvicinarglisi. Attraversò poi la città altre due volte: la prima il 19 giugno 1812, quando da Savona fu condotto in tutta segretezza a Fontainebleau; infine il 17 maggio 1815, quando da Genova andò a Torino su invito del re di Sardegna, nella quale occasione fu esposta la Sindone. Di ritorno da Torino a Roma, il 22 maggio sostò nuovamente in Alessandria fermandosi nella chiesa di s. Alessandro, in quel momento Cattedrale in sostituzione di quella antica esistente sull’attuale piazza della Libertà e fatta demolire dal governo francese. Gli alessandrini poterono così dimostrare al Papa l’affetto che non avevano potuto manifestargli le altre volte: al ponte sul Tanaro staccarono i cavalli dalla carrozza che portava il s. Padre e a braccia la condussero in città.

Tornando al discorso sulla festa dell’Addolorata, con la riforma di s. Pio X, che tendeva a mettere in risalto la domenica, questa festa nel 1913 cessò di essere mobile e venne fissata al 15 settembre, giorno in cui veniva celebrata nel rito ambrosiano che festeggiava già i ”Sette dolori” al posto dell’Ottava della Natività di Maria (8 settembre). Per quanto riguarda la festa del venerdì di Passione, essa fu ridotta con la riforma del 1960 a semplice commemorazione e poi soppressa con la recente riforma liturgica conseguente al Concilio ecumenico vaticano II.

Roberto Piccinini

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