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Il ventunesimo è il secolo nel quale dirsi cristiani non è mai stato così pericoloso

Alessandro Monteduro, direttore della sezione italiana di Acs

In 62 delle 196 nazioni del mondo, ovvero in un Paese su tre, si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. È coinvolto il 67% della popolazione mondiale (5 miliardi e 200 milioni di persone): di questi, 416 milioni sono cristiani. Questo è il preoccupante quadro che emerge dal Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo pubblicato, il 20 aprile, da Aiuto alla chiesa che soffre (Acs). Dal 2015, a dirigere la sezione italiana di questa importante «opera di carità e riconciliazione», è Alessandro Monteduro, 51enne, originario di Lecce, che vive a Roma. Prima di essere chiamato a ricoprire questo ruolo, è stato anche dirigente del Ministero dell’Interno prima e della Camera dei Deputati poi.

Questo, per Monteduro, non è un semplice lavoro, ma una missione che, come ci racconta al telefono, «ha cambiato le mie vite, quella quotidiana e quella di fede». Una missione che va avanti, nonostante l’emergenza pandemica. Una missione che dà opportunità e speranza a tanti uomini, donne e bambini vittime di quel fondamentalismo che sta prendendo piede nel mondo. Una missione che è essenziale, ancora di più oggi. Perché sono tanti, troppi, coloro che rischiano tutto, persino la pelle, a costo di difendere la propria fede.

Monteduro, dal rapporto di Acs, 416 milioni di cristiani sono minacciati dalla persecuzione. Come possiamo leggere questi numeri?

«Non sono un amante dei numeri, perché a volte rischiano di essere fuorvianti. A questa tragedia serve reagire con fede e ragione. Occorre fare una sottolineatura, quei 416 milioni di cristiani non sono tutti perseguitati, ma vivono in terra di persecuzione. Per esempio, in Nigeria, dove la matrice islamista è feroce, gli oltre 90 milioni di cristiani non sono tutti perseguitati, ma chiaramente vivono in un eccessivo rischio. Questi numeri raccontano che il 21° è il secolo nel quale dirsi cristiani non è mai stato così pericoloso. Questo non lo dico io, ma lo ha ripetuto più volte papa Francesco».

C’è una motivazione?

«Ci sono numerosissime motivazioni. Per prima cosa diciamo che sta crescendo il “virus” del fondamentalismo e del nazionalismo religioso, a questo si aggiungono le vessazioni tipiche dei regimi autoritari. Qui non dobbiamo fare alcuni errori: non semplifichiamo, facendo coincidere il fondamentalismo con l’islam. In questi giorni leggiamo sui giornali della situazione critica in Myanmar, ma su quegli stessi giornali non si parla della campagna genocidaria nello Stato Kachin, sempre nel Paese asiatico. Qui vivono 1 milione e 600 mila persone, di queste il 40% sono cristiani che, oltre a essere schiavizzati e uccisi, vengono anche usati come cavie per sminare i terreni. Non facciamo erroneamente questa equazione: fondamentalismo uguale Isis o Daesh. Ma non cadiamo nemmeno nella trappola di non raccontare adeguatamente la crescita dei nazionalismi religiosi: per esempio, quello che avviene in India è inaccettabile. Dopo l’ascesa al potere del premier Narendra Modi, alcuni induisti estremisti hanno trovato ulteriore coraggio per colpire cristiani e mussulmani che, appartenendo alle minoranze religiose, rappresentano un pericolo all’integrità del Paese. Ma ci sono ancora altri aspetti…».

Ovvero?

«Uno dei problemi maggiori per i cristiani in quei Paesi è essere percepiti filo-occidentali. E questo è molto chiaro, per esempio, nell’attentato di Pasqua 2019 in Sri Lanka, dove un gruppo jihadista ha colpito tre chiese e alberghi di lusso, con l’intento di uccidere sia fedeli cristiani sia turisti occidentali. Un’altra motivazione riguarda il progresso tecnologico: in Cina, durante la pandemia le Messe venivano trasmesse sul web, facendo così aumentare i controlli delle autorità. Non si contano più i cristiani lapidati, catturati o uccisi per alcuni post su Facebook attinenti alla fede cristiana. E per ultimo aggiungo questo: la fede cattolica contiene quel nucleo di giustizia che non va giù a chi ha ideologie perverse e deviate. I cristiani non sono solo pacifici, e vengono percepiti tali, ma sono anche pacificatori. E questo, agli occhi dei fanatici, rappresenta un grosso problema».

Come è possibile comprendere tutto questo per un cristiano che, in Occidente, la domenica mattina si sveglia e va a Messa in tutta tranquillità?

«Non possiamo limitarci a pensare che quelli siano spaccati di vita così assurdi da sembrare inverosimili. Certo, sono lontani da noi, ma non dobbiamo smettere di informarci, accompagnare alla pregheria, alla carità e al sostegno materiale. Il viaggio del Papa in Iraq è stato importante per miriadi di ragioni, ma una soprattutto: con questo suo gesto ha contribuito a ridestare le tiepide coscienze occidentali. Acs viaggia e incontra tante famiglie cristiane che vivono in situazioni di persecuzione, ma Francesco andando in Iraq ha fatto vedere a tutti quella sofferenza, quei volti. Noi adesso dobbiamo fare un passo avanti, per tutti coloro che hanno sacrificato qualsiasi cosa, spesso tutto, pur di non rinunciare alla fede. Spero che quei volti possano aver rappresentano un positivo shock per noi occidentali. L’indifferenza dei grandi media, dell’élite e degli intellettuali, che preferiscono porre la sabbia sotto il tappeto, non deve distrarci. Molti preferiscono non mettere in evidenza il tema della libertà religiosa, una parola che spaventa, ancora di più oggi. Ma se noi vogliamo, e lo dobbiamo volere, ci sono agenzie che raccontano ora per ora quello che accade. E se ci tiriamo fuori, è una nostra responsabilità. Soprattutto nei confronti di chi rischia non solo la domenica mattina andando a Messa…».

Ha accennato al viaggio in Iraq del Santo Padre, anche Acs ha lasciato il segno in terra irachena.

«Siamo stati tra i promotori e principali finanziatori delle ricostruzioni della Chiesa dell’Immacolata Concezione e del rientro dei cristiani a Ebril. La chiesa di Qaraqosh era diventata un poligono di tiro, ero là quando l’Isis aveva lasciato la città da sole tre settimane. Camminavamo su un tappeto di bossoli, davanti a noi i manichini con i quali i miliziani si esercitavano a sparare. La chiesa era bruciata, oggi è tornata a essere fulgida e a ospitare l’Angelus di papa Francesco. Voglio sottolineare che quattro giorni prima la partenza del Papa, Acs ha annunciato che sosterrà con 1 milione e 500 mila euro, ovvero 150 borse di studio, per quattro anni, nell’Università cattolica di Ebril. All’interno studiano ragazzi di diverse religioni, un forte messaggio per la gioventù irachena e per la gioventù cristiana. Il Papa si è rivolto a loro, adesso abbiamo solo una possibilità, formarla e parlare ai ragazzi per far sì che la differenza di fede non sia motivo di astio e odio. Per trascinarli fuori dalle oscure e perverse sirene dei leader religiosi e fondamentalismi, che anche in quei giorni hanno commentato la visita del Santo Padre come una crociata. Ma la narrazione di Francesco, bella e semplice, basata sulle parole chiave come pace, armonia e fratellanza, ha colpito tutti. Anche i giovani musulmani».

Un altro grande esempio è stato padre Maccalli, missionario rapito in Niger nel 2018, liberato nell’ottobre scorso. «Non ho altra offerta che l’offerta della mia vita»: queste parole dopo la liberazione cosa ci dicono?

«Sono parole che colpiscono, alle quali è difficile rimanere indifferenti. Padre Maccalli è un missionario che ha nutrito, giorno dopo giorno, la propria fede convivendo con i propri fedeli anche nel Niger, dove i cristiani cattolici sono una piccola realtà. Questo come avviene nel Ciad, Mali e Burkina Faso, ovvero l’area del Sahel, la più pericolosa al mondo, in cui si vuole riaffermare un sedicente stato islamico. Proprio nel Rapporto di Acs abbiamo rilevato quanto sia peggiorata la situazione in quelle terre: si registrano violazioni in 23 dei 54 Paesi africani, e in 12 di questi vi è una persecuzione estrema. Ma padre Maccalli e i quei fedeli vanno avanti nutrendosi reciprocamente di quel grande amore».

Durante la Quaresima avete proposto cinque iniziative per sostenere i cristiani perseguitati in Africa: con progetti in Mozambico, Burkina Faso, Niger, Nigeria e Mauritania.

«L’idea di fondo è quella che ci accompagna 365 giorni l’anno, ovvero sostenere le minoranze che soffrono. Acs, anche in tempo di pandemia, non ha conosciuto alcuna crisi, ma ha visto un’accresciuta partecipazione. È meraviglioso come in questi 14 mesi, dove abbiamo sperimentato paura, terrore e vulnerabilità, queste sensazioni abbiano fatto comprendere ai cattolici italiani che tanti nostri fratelli sperimentano tutto questo in tempi di normalità, sempre, da quando nascono a quando muoiono. Questo vivere le stesse sensazioni ha fatto sì che li accompagnassero più forte con la preghiera e con la carità. Un fiume di carità meraviglioso».

In Siria, da poco, si sono ricordati 10 anni dallo scoppio della guerra. Acs è presente da anni in quel Paese, com’è la situazione?

«Abbiamo progetti di punta proprio lì: dal 2011 abbiamo impegnato 42 milioni di euro, frutto della carità dei benefattori e delle benefattrici. Oggi le condizioni sono peggiorate. Forse nella gran parte del Paese non volano gli aerei che sganciano bombe: è vero, le armi tacciono, ma la povertà è aumentata. Aggravata anche dalle inaccettabili sanzioni economiche, che puntano a colpire l’autorità politica, ma che colpisco l’intera popolazione, senza distinzioni. Tutto questo ingigantito dagli effetti del Covid: pensate che in Siria il 50% degli ospedali è stato distrutto dai conflitti, l’80% dei medici ha lasciato il Paese, e 15 milioni di abitanti hanno problemi di acceso all’acqua. Ma ancora più drammatici sono i dati Unicef sui bambini: 12 mila sono stati uccisi o feriti, mentre 2 milioni 450 mila vivono fuori dal circuito scolastico. Basta questo? Credo di sì».

Perché, oggi ancora di più, bisogna aiutare Acs?

«Occorre farsi guidare dalle tre “direttrici” che animano Acs: la preghiera, non dobbiamo far mai mancare la nostra vicinanza; la pubblica denuncia, senza questa faremmo un torto alle loro sofferenze e alla loro eroica vita di fede; e infine gli aiuti materiali. Racconto un aneddoto. Quando fu ucciso padre Jacques Hamel (vittima dell’attentato islamista alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, nel 2016, ndr) accompagnammo lui con la preghiera e la denuncia di quel fatto, ma decidemmo di dare un segnale forte: sostenemmo con forza e materialmente la formazione di mille giovani seminaristi, aspiranti al sacerdozio. Questo affinché quella morte non restasse vana, ma fiorisse con tante altre vocazioni. Aiutare i nostri fratelli significa essere concreti: loro sono i primi a essere d’esempio, rimangono nella propria terra e continuano a coltivare la propria religione. Ecco perché sostenerli non è semplice assistenzialismo, ma ha tutto un altro sapore».

Una domanda personale: perché s’impegna in tutto questo?

«Non mi pongo la domanda, vivo questo compito con grande gioia. Questa è una missione che ha cambiato le mie vite, quella quotidiana e quella di fede. Soprattutto perché ho la gioia di viaggiare, e raggiungere i nostri fratelli ad Aleppo, Caracas, Alessandria d’Egitto. Prima della pandemia portavamo, con la nostra presenza, un po’ di speranza in questi luoghi. Come posso restare indifferente di fronte a tutto quel che vedo? Sento il dovere, tornato in Italia, di dare tutto me stesso per raccontare questi esemplari testimoni di fede. Se riusciamo a creare questo canale di intermediazione, la comunità cattolica, che nel mondo è indiscutibilmente viva, lo sarà sempre più e diventerà ancora più feconda».

Alessandro Venticinque

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