Dove trovo Virgilio?

Chiediamolo a Dante

Una bussola per genitori e ragazzi che devono scegliere università, lavoro e vita

«La Divina Commedia potrebbe essere vista come una lunga lettera scritta da un uomo vissuto circa 700 anni fa a me, affinché io possa vivere meglio la mia vita di oggi». 

Questa è l’ipotesi da cui il professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’ufficio catechistico diocesano, è partito per interrogare Dante sui problemi e le questioni che riguardano la nostra vita di tutti i giorni. «Tutti noi siamo segnati da questo profondo desiderio di compimento, di felicità, di una vita che valga la pena di essere vissuta. Dante descrive la sua traiettoria umana in una maniera così vera da essere in grado di raccontare della mia vita cose che io non riuscirei a spiegare con la medesima chiarezza» dichiarava dalle pagine di Voce Alessandrina. 

Abbiamo chiesto quindi al professor Macrobio di fare per noi una rubrica in cui cerca di illuminare le nostre fatiche di oggi con l’aiuto della Divina Commedia, focalizzandosi sulle questioni che i nostri ragazzi sentono come più urgenti. Nella prima puntata abbiamo iniziato parlando di un problema molto concreto, ovvero come aiutare i ragazzi a capire cosa fare dopo il liceo: abbiamo capito che la prima domanda che deve fare da guida non è “cosa voglio fare” ma “chi mi accompagna”. In questa seconda puntata cerchiamo di individuare chi potrebbe accompagnarci: come farci trovare da lui e quali condizioni ci devono essere per permettergli di trovarci. Buona lettura! 

Zelia Pastore

La domanda che smonta tutto

Dopo il primo articolo, un’amica mi ha scritto: “Sì, vabbè, bello il discorso del maestro. Ma io dove lo trovo, ’sto Virgilio?” Domanda onesta. Brutale. E sbagliata.

Sbagliata non perché sia stupida, anzi: è la domanda più intelligente del mondo. Sbagliata perché presuppone che Virgilio sia un oggetto da cercare. Come un appartamento, un lavoro, un detersivo sullo scaffale. “Ne ho bisogno, quindi lo cerco, lo trovo, lo prendo”. Ma Dante racconta un’altra storia. E forse, la nostra stessa esperienza racconta lo stesso.

Non lo trovi. È lui che trova te.

Torniamo al primo canto dell’Inferno. Dante è nella selva oscura. Perso. Ha provato a uscirne da solo, ha visto il colle illuminato dal sole, ha tentato la salita. Ma tre bestie gli sbarrano la strada: la lonza, il leone, la lupa. Ogni tentativo autonomo fallisce. Lo rispingono giù, “là dove ’l sol tace.” Fermata obbligatoria su questa immagine: un luogo dove il sole tace. Non è buio e basta. È un luogo in cui è venuto meno il senso. Dove le cose non parlano più. Dove ti guardi intorno e pensi: “E adesso?”. È lì, esattamente lì, nel punto più basso, che qualcosa accade:

Dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio parea fioco. (Inf I, 62-63)

“Mi si fu offerto”. Non: “chi io trovai cercando”. Franco Nembrini dice che questo è il punto più decisivo di tutta la Divina Commedia. E ha ragione. Ogni storia ha nel suo inizio il punto decisivo. E l’inizio della Commedia è questo: un dono. Virgilio non è il risultato di una ricerca. Si presenta. Appare. Si offre: gratis, immeritato, nel momento peggiore. Come un padre: non lo scegli. Ti viene dato. Ma allora, ed è qui che la domanda della mia amica diventa serissima, se non posso “cercarlo”, cosa posso fare? Resto lì ad aspettare che cada dal cielo? No. Dante non resta immobile. Fa tre cose precise. Tre condizioni per essere trovati.

Prima condizione: 

gridare “miserere di me”

La prima parola che Dante rivolge a Virgilio non è un saluto, non è una domanda educata, non è un curriculum. È un grido:

Miserere di me! (Inf I, 65)

Abbi pietà di me. Tre parole che rompono tutto. Non sono una richiesta di aiuto tecnico (“mi indichi la strada, per favore?”), non sono un programma (“ho un piano, mi serve solo una consulenza”).

Sono il riconoscimento crudo, spoglio, senza trucchi, di una condizione: sono perso, non ce la faccio da solo, ho bisogno di qualcuno. C’è una differenza abissale tra chiedere un’informazione e gridare “miserere”. La prima la puoi cercare su google. La seconda richiede che tu smetta di fingere di bastare a te stesso. Don Luigi Giussani diceva: “Il vero protagonista della storia è il Mendicante: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo”. Parola dura, “mendicante”. Nessuno vuole sentirsi un mendicante. Eppure Dante, il più grande poeta della nostra lingua, comincia il suo viaggio esattamente così: mendicando. Non con un progetto. Con un grido. Jovanotti canta: “Nessuno si disseta ingoiando la saliva”. Ecco: il “miserere” è il momento in cui smetti di cercare di dissetarti con la tua saliva. In cui ammetti che ti serve qualcosa che viene da fuori.

Quanto è diverso dal nostro modo di affrontare le crisi? Noi cerchiamo soluzioni. Strategie. Piani in cinque punti. App per la mindfulness. E quando non funzionano, ne cerchiamo altre. È un ciclo senza fine: provi, fallisci, qualcuno ti consola, riprovi con più determinazione, fallisci di nuovo. Cerchi un altro metodo, un altro libro, un altro guru. Il “miserere” rompe il ciclo. Non è un altro tentativo, non è una strategia migliore. È l’ammissione che i tentativi da soli, per quanto intelligenti e volenterosi, non bastano.

Seconda condizione: 

gli occhi spalancati

Ma gridare non basta, se gridi a occhi chiusi. Dante vede Virgilio. Lo vede perché stava guardando con gli occhi spalancati sulla realtà, non ripiegato su se stesso. Sembra ovvio, ma non lo è.

Quanti di noi, quando sono in crisi, abbassano lo sguardo? Si chiudono. Entrano in modalità sopravvivenza. Scrollano il telefono. Si costruiscono un guscio. E così non vedono chi gli si sta offrendo, perché il maestro non arriva con un cartello al neon: arriva sommesso, “fioco”, come qualcosa che bisogna avere gli occhi per cogliere. Virgilio era già lì. La domanda è: Dante aveva gli occhi per vederlo? Penso ai miei studenti. A volte, in classe, succede qualcosa di importante: una frase, un incontro, un momento di verità inaspettato. E qualcuno lo coglie. Gli brillano gli occhi. Qualcun altro no, perché aveva lo sguardo altrove: sul telefono, sulle sue paure, su quel senso di inadeguatezza che gli sussurra che niente potrà mai cambiare davvero. Avere gli occhi spalancati non è ottimismo. Non è “pensiero positivo”. È realismo al suo livello più profondo. È la posizione di chi dice: “La mia vita è forse più grande dei miei fallimenti. Forse la realtà non è solo il mio problema. Forse mi sta venendo incontro qualcosa che non ho programmato”. È lo sguardo del mendicante: vuoto di pretese, pieno di attesa. Un filosofo francese diceva che la differenza tra speranza e ottimismo è che l’ottimista pensa che le cose andranno bene. Chi spera, invece, si tiene aperto a qualcosa che non può prevedere. Dante nella selva non è un ottimista. È uno che spera, che tiene gli occhi aperti anche quando tutto dice di chiuderli.

Terza condizione: ridarsi le ragioni

C’è un momento, nel secondo canto, in cui tutto sembra già perduto una seconda volta. Dante ha incontrato Virgilio, ha iniziato a camminare, ma ora il dubbio lo paralizza: “Io non sono Enea. Io non sono San Paolo. Chi sono io per fare questo viaggio?”. Capita anche a noi, no? Hai incontrato un maestro. Hai iniziato un percorso. E poi, una sera, ti guardi allo specchio e pensi: “Ma chi mi credo di essere? Non sono all’altezza”.

Virgilio non gli dice “dai, ce la fai!”: sarebbe inutile, e Dante lo sa. Gli ridà le ragioni. Per esteso. Gli racconta tutta la storia: chi lo ha mandato, chi si è mosso per primo. Beatrice, che è scesa fin nell’Inferno a chiedere aiuto per lui. Maria, che si è mossa prima ancora di Beatrice. La Grazia, che è già in moto prima che Dante se ne accorga. Virgilio ricostruisce l’intera catena: tu non sei qui per caso, non sei qui per le tue forze, sei qui perché Qualcuno ti ha voluto qui.

Questo è il racconto lungo. Le ragioni spiegate per filo e per segno. La prima volta serve così: dettagliato, paziente, completo.

Ma poi succede qualcosa di bellissimo. Da quel momento in poi, quando il dubbio torna (e torna, eccome se torna), Dante non ha più bisogno di riascoltare tutta la storia. Gli basta una formula. Poche parole. Un richiamo:

Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole.
(Inf III, 95-96)

Dieci parole che riassumono tutto il canto secondo. Come uno sguardo tra me e mia moglie può riassumere venticinque anni di matrimonio. Non serve ripercorrere tutta la strada da zero. Basta un piccolo segno, una formula, un cenno, e tutto il racconto lungo è di nuovo presente, compresso in un istante.

Questo è il modo in cui funzionano le ragioni vere. La prima volta te le devono spiegare. Ma poi diventano qualcosa che porti con te, e basta un richiamo (una parola, un gesto, una frase) per richiamarle tutte. “Vuolsi così” non è uno slogan motivazionale. È il riassunto vivente di un’esperienza.

Nella mia esperienza di insegnante, i ragazzi che camminano davvero non sono quelli più sicuri di sé. Sono quelli che ogni tanto si fermano, riconoscono il dubbio, e poi si ridanno le ragioni: non da soli, ma perché qualcuno gliele ricorda. Un amico, un genitore, un insegnante. La prima volta serve un lungo discorso. Poi basta un’occhiata, una pacca sulla spalla, un “ricordati perché hai iniziato”.

È quello che faccio anch’io, a dire il vero. Da insegnante, da padre, da marito. Ci sono mattine in cui entro in classe e mi chiedo: “Ma chi me lo fa fare?”. E la risposta non è mai dentro di me. È sempre qualcuno che me lo ricorda. Un collega. Mia moglie. Uno studente che, senza saperlo, con una domanda mi ridà le ragioni di vent’anni di insegnamento. Niente magia: semplice esperienza.

I punti essenziali da tenere a mente

Dove trovo Virgilio? Non lo trovo. È lui che trova me. Ma perché possa trovarmi, servono tre condizioni. 

1- Il coraggio di gridare “miserere di me”, cioè smettere di fingere di bastare a me stesso. 

2- Gli occhi spalancati sulla realtà, cioè non chiudermi nel mio problema, ma guardare perché la realtà possa sorprendermi. 

3- La disponibilità a ridarmi le ragioni del cammino,cioè non pretendere di essere all’altezza, ma fidarmi di Chi mi ha chiamato.

Non c’è niente di magico in questo. Non è misticismo. È la cosa più concreta del mondo. È quello che succede quando un ragazzo alza la mano in classe per dire “prof, non ho capito”, e scopre che quella domanda era esattamente ciò che serviva. È quello che succede quando un genitore smette di voler avere tutte le risposte e chiede aiuto, e scopre che qualcuno era già lì, solo che non lo vedeva.

Virgilio non si trova su Amazon. Non ha un profilo LinkedIn. Non fa marketing. Si offre a chi è disposto a riconoscere di averne bisogno. A chi ha il coraggio di essere mendicante.

E forse (questa è la cosa che mi stupisce di più, dopo anni che frequento Dante) forse il Virgilio che stai cercando ti ha già trovato. Forse è già lì, “fioco”, appena percepibile, che aspetta solo che tu alzi lo sguardo.

La domanda giusta non è: “Dove lo trovo?”. La domanda giusta è: “Sono disposto a farmi trovare?”.

Immagine di copertina: Tommaso de Vivo (Napoli, 1790 –1884), Inferno. Olio su tela, 1863. Palazzo Reale di Napoli

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Dante e il paradosso della vocazione – puntata 1

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