Dante e il paradosso della vocazione

Chiediamolo a Dante

Una bussola per genitori e ragazzi che devono scegliere università, lavoro e vita

 

La Divina Commedia potrebbe esser vista come una lunga lettera scritta da un uomo vissuto circa 700 anni fa a me, affinché io possa vivere meglio la mia vita di oggi”. Questa è l’ipotesi da cui il professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’ufficio catechistico diocesano, è partito per interrogare Dante sui problemi e le questioni che riguardano la nostra vita di tutti i giorni. “Tutti noi siamo segnati da questo profondo desiderio di compimento di felicità, di una vita che valga la pena di essere vissuta. Dante descrive la sua traiettoria umana in una maniera così vera da essere in grado di raccontare della mia vita cose che io non riuscirei a spiegare con la medesima chiarezza” ci raccontava dalle pagine di Voce. Perché quindi non provare a chiedere agli scritti del Sommo Poeta di rispondere ai quesiti che ci attanagliano? Abbiamo chiesto al professor Macrobio di fare per noi una rubrica in cui si prova a chiedere alla Divina Commedia di illuminare le nostre fatiche di oggi, soprattutto con lo sguardo rivolto alle questioni che i giovani sentono come più urgenti. Questa è la prima puntata, in cui si parla di vocazione. Buona lettura!                 

Zelia Pastore

Il paradosso dei detersivi

Mia moglie scrive sulla lista della spesa: “Detersivo”. Semplice, no? Arrivo all’Esselunga e mi ritrovo davanti a sette chilometri di scaffali con solo detersivi. Capi bianchi, colorati, lana, seta, e specifici contro macchie di sangue e fango. Sono liberissimo di scegliere. Ma cosa succede? Primo: paura. Qualsiasi cosa scelga, sbaglio. Torno a casa e sento: “Questo non va bene!” Secondo: la testa mi gira. Scopro detersivi che non sapevo esistessero. Confusione totale. Terzo: rinuncio. Ho scelto il Dixan in offerta, ma ho perso altri venti prodotti che forse mi servivano. Più opzioni ho, meno sono libero. Questo paradosso, che gli psicologi chiamano “choice overload”, descrive la condizione dei nostri ragazzi quando devono scegliere l’università o il lavoro. Possono fare tutto. E proprio per questo, spesso, non fanno niente. Oppure scelgono a caso, “per andare a lavorare velocemente”, come mi ha scritto un’amica provocatoriamente. Ma Dante, settecento anni fa, aveva già capito il problema. E aveva trovato una strada.

La terzina fraintesa

Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf XXVI, 120). Bellissimo: l’inno alla dignità umana, il manifesto dell’umanesimo. Peccato che chi pronuncia queste parole sia all’Inferno. È Ulisse. E sta raccontando come ha convinto i suoi compagni a oltrepassare le Colonne d’Ercole per un viaggio che li porterà tutti alla morte. Attenzione: la terzina è vera. Siamo davvero fatti per “virtute e canoscenza”. L’uomo non è animale. Ha un destino più alto. Questo è vero, cristianamente vero. Ma Ulisse usa questa verità per manipolare. “È vero” + “quindi seguimi alla morte” = sofisma mortale. Cosa manca? La domanda decisiva: CHI ti guida verso virtute e canoscenza? Con quale bussola? Con quale compagnia? Ulisse ha la premessa giusta e la conclusione sbagliata. E questa è la condizione di tanti ragazzi oggi: sanno di essere “fatti per qualcosa di grande”, ma non sanno come e con chi arrivarci. E finiscono per seguire il primo Ulisse che passa (influencer, tendenze, mode) verso un naufragio.

La domanda sbagliata

Quando un ragazzo deve scegliere cosa fare dopo le superiori, gli facciamo sempre la stessa domanda: “Cosa vuoi fare? Quali sono i tuoi talenti?”. Sembra la domanda giusta. È la domanda sbagliata. È la domanda da scaffale dell’Esselunga. Mette il ragazzo davanti a cento opzioni, ingegneria, medicina, lettere, gap year, lavoro subito, e gli chiede di scegliere. Franco Nembrini propone questo esperimento mentale: immaginate un bambino che volessimo far crescere “più libero del solito”. Quando nasce, svezzamento con la mamma biologica, poi lo portiamo via. Quando ha qualche anno gli diciamo: “Siccome ti volevamo libero, abbiamo pensato di farti scegliere la mamma: mica che ti becchi quella che ti becchi, te la scegli tu!”. E gli mettiamo davanti cento donne: vecchie, giovani, alte, basse, bionde, more. Quel bambino si sentirebbe libero? Dopo ventiquattr’ore lo portiamo al manicomio. La libertà, per quel bambino, sarebbe che improvvisamente da là dietro sbucasse la sua mamma, quella vera, e lui potesse volarle in braccio gridando: “Mamma!”. Questa è la libertà. Non cento opzioni. Una relazione.

La domanda giusta

Dante non parte chiedendosi: “Cosa voglio fare della mia vita?”. Parte perso in una selva oscura. È paralizzato. E cosa succede? Non trova un test attitudinale. Trova Virgilio. “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore” (Inf I, 85), gli dice. Duca, segnore, maestro. Qualcuno che lo guida. La prima domanda non è “cosa voglio fare” ma “chi mi accompagna”. Virgilio rappresenta la ragione umana al suo massimo. Può guidare Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, ma sa di avere un limite. Non può entrare nel Paradiso. E allora passa il testimone a Beatrice. Ecco il vero maestro: non chi ti tiene legato a sé, ma chi ti accompagna fin dove può e poi ti lascia andare oltre: il successo dell’educatore è quando l’allievo lo supera. A un certo punto Dante si volta e vede solo la propria ombra: Virgilio, essendo spirito, non ne proietta. Ha paura di essere stato abbandonato. E Virgilio: “Perché pur diffidi? Non credi tu me teco e ch’io ti guidi?” (Pur III, 22.24). Tradotto: “Sono qui. Ti accompagno. Fidati”. Questa dipendenza non è debolezza. È realismo. Da solo non ce la faccio. Ho bisogno di qualcuno che mi accompagni. E il paradosso è che proprio questa dipendenza mi rende libero, perché mi permette di camminare invece di restare paralizzato davanti a cento opzioni. Allora la domanda per i nostri ragazzi non è tanto: “Cosa vuoi fare?”. È: “Chi ti sta accompagnando? Di chi ti fidi? Chi è il tuo Virgilio?”.

La vocazione non è il punto di partenza

Seconda sorpresa: Dante non sapeva di dover scrivere la Divina Commedia. Lo scopre durante il viaggio. Nel Paradiso, Cacciaguida gli rivela la missione: raccontare tutto quello che ha visto. Ma Dante può ricevere questa missione solo dopo aver fatto il viaggio. La vocazione non è il biglietto d’ingresso, è il frutto dell’educazione. Prima c’è il cammino con Virgilio. Prima ci sono gli incontri con centinaia di anime. E solo dopo, quando Dante è stato “trasformato” dal viaggio, emerge con tutta la sua chiarezza la missione. La vocazione non si trova con un test. Si scopre camminando. Per questo la domanda “cosa vuoi fare da grande?” posta a un diciottenne è spesso fuorviante. Lui non lo sa ancora. E va bene così. Quello che conta è che stia camminando con qualcuno che lo accompagna.

Piccarda e Francesca: stessa fragilità, scuola diversa

C’è un confronto illuminante nella Commedia. Francesca da Rimini (Inferno) e Piccarda Donati (Paradiso). Due donne fragili, gentili, con una profonda capacità affettiva. Nessuna delle due è un’eroina di natura. Sono creature delicate, esposte. Francesca finisce all’Inferno, travolta dalla passione per Paolo. Piccarda è nella luce. Cos’è successo? Valeria Capelli scrive: “Piccarda non è, in partenza, più virtuosa di Francesca; ma ha seguito una scuola diversa, non quella dei romanzi cortesi bensì quella di Santa Chiara”. Stessa fragilità di partenza. Scuola diversa. Esito opposto. Francesca ha seguito la “scuola” di Lancillotto e Ginevra: l’amor cortese, la passione che travolge. E quando il momento della prova è arrivato, non aveva strumenti. Piccarda ha seguito Santa Chiara. E quando il fratello Corso la strappò con violenza dal convento per darla in sposa a un uomo potente, lei cedette esteriormente, ma nel profondo del cuore rimase ferma. La violenza subìta non l’ha definita: ha imparato a vivere di fede. Ecco perché la scelta del percorso formativo conta, ma non nel senso che pensiamo. Non conta tanto quale facoltà, ma quale scuola di vita. Non conta tanto il programma di studi, ma le persone che incontrerai. Non conta tanto il titolo che prenderai, ma chi diventerai lungo la strada. Un ragazzo può iscriversi a Medicina ed essere educato. O può iscriversi a Medicina e restare solo. La differenza la fa la compagnia, non il corso di laurea.

Di necessità virtù

Ma se le circostanze sono avverse? Se la famiglia è difficile, i soldi pochi, le opportunità limitate? Manzoni racconta la storia di Gertrude, la Monaca di Monza. Padre tirannico che la costringe a farsi suora. Gertrude diventa monaca con il cuore pieno di rancore. E finisce per commettere crimini orrendi. Nembrini racconta la testimonianza di don Massimo, un sacerdote con un’infanzia altrettanto traumatica: padre violento, ferite profondissime. Stesse circostanze di Gertrude. Ma don Massimo è diventato un prete straordinario. “Com’è possibile?”, chiede Nembrini. E risponde: “C’è di mezzo una questioncella che si chiama libertà”. Gertrude ha rifiutato le sue circostanze. Ha passato la vita a sentirsi vittima. E le circostanze l’hanno divorata. Don Massimo ha accettato le sue circostanze. Non le ha giustificate, il male resta male. Ma le ha attraversate, trasformate in gradini. Per i nostri ragazzi questo significa: la vocazione non si trova NONOSTANTE i limiti, ma DENTRO i limiti. Non esiste la scelta perfetta in astratto. Esiste la TUA scelta, dentro le tue circostanze.

La libertà vera

Torniamo al paradosso iniziale. La nostra cultura dice: libertà è avere tante opzioni. Dante dice il contrario. La libertà non è scegliere tra cento detersivi. È riconoscere quello giusto per me e aderirvi con tutto il cuore. Non è avere cento strade davanti. È trovare la mia strada e percorrerla. Non è non dipendere da nessuno. È dipendere dalle persone giuste. Per questo il ragazzo che ha un maestro di cui si fida è più libero di quello che ha cento opzioni e nessuna guida. Per questo la ragazza che ha trovato una compagnia che la sostiene è più libera di quella che “può fare tutto” ma è sola.

Cosa dire ai nostri figli

Allora, cosa diciamo ai nostri ragazzi? Non chiediamo: “Cosa vuoi fare?”, ma: “chi ti accompagna? Di chi ti fidi?”; Non: “Quali sono i tuoi talenti?”, ma: “Cosa stai scoprendo di te in questo cammino?”; Non: “Qual è la scelta migliore?”, ma: “Qual è la tua scelta, dentro le tue circostanze?”. Non promettiamo: “Se scegli bene, andrà tutto liscio”. Diciamo la verità: “Qualunque cosa sceglierai, ci saranno difficoltà. Ma se cammini con qualcuno, le attraverserai”. Dante non aveva un piano quando è entrato nella selva oscura. Era perso, impaurito. Ma ha incontrato Virgilio. E ha cominciato a camminare. I nostri ragazzi non hanno bisogno di trovare la risposta prima di partire. Hanno bisogno di partire. Con qualcuno accanto. La vocazione verrà. Camminando.

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