La consapevolezza è il punto da cui tutto comincia
Consapevolezza [con·sa·pe·vo·lèz·za]
Etimologia: dal latino cum (“insieme”) e sapere (“avere sapore, conoscere”).
Essere consapevoli significa, letteralmente, “sapere con”: gustare la realtà insieme a ciò che siamo, farne esperienza piena e condivisa.
La consapevolezza è il punto da cui tutto ricomincia: il momento in cui smetti di correre e impari a guardarti davvero.
C’è un momento nella vita in cui smetti di correre. Non perché non hai più la forza ma perché ti accorgi che non sai più dove stai andando. Ti fermi, ti guardi intorno e ti rendi conto che il mondo è rimasto esattamente dov’era: sei tu ad essere cambiato.
Tutto è uguale ma tutto è diverso. In ciò che vedi, che riesci a gustare, nella sensazione che hai quando cammini per strada e nel sentire le persone che ti stanno attorno. È in quel momento che nasce la consapevolezza.
Spesso la confondiamo con la conoscenza, ma sono due cose diverse. La conoscenza, se utilizzata male riempie la testa, la consapevolezza, se utilizzata bene apre il cuore. Rappresentano il passaggio dal sapere al sentire, dall’accorgersi delle cose al riconoscerle come proprie. Diventiamo consapevoli quando smettiamo di giudicare quello che viviamo e iniziamo a guardarci dentro, per ciò che siamo, con la stessa attenzione che riserviamo agli altri.
Guardarsi davvero, senza filtri, è come specchiarsi in una finestra al tramonto: non si distingue più il dentro dal fuori, ma si capisce che entrambe le immagini servono per vedersi interi. La consapevolezza non arriva mai di colpo. Si insinua, piano, come una luce che cresce tra le fessure di una persiana chiusa.
Non è una rivelazione ma un cammino che parte dall’onestà con se stessi e porta, passo dopo passo, a una vita più vera. Non ci chiede di essere perfetti, ci chiede solo di essere presenti.
Quante volte il nostro cervello, per difendersi, ci fa sembrare giuste e vere cose che non lo sono. Per proteggerci, tende a ignorare certi aspetti della nostra vita che invece ci fanno male o che ci tengono fermi dove non dovremmo restare.
Sono i bias, scorciatoie mentali che il cervello usa per risparmiare energia, ma che spesso ci portano lontano dalla verità. Ci convincono che “va tutto bene”, che “non potevamo fare altrimenti”, che “non è il momento di cambiare”.
E così viviamo in un equilibrio apparente, dove la mente ci tiene al sicuro ma il cuore sa che non è davvero libertà. Il cambiamento nasce sempre da qui, da questo primo sguardo che smette di cercare colpe e comincia a cercare senso. A volte è uno sguardo dolce, altre volte è spietato ma è sempre necessario. Perché finché non ci vediamo davvero, non possiamo decidere dove andare.
Essere consapevoli non è un traguardo, è un esercizio quotidiano di verità ma è anche il nostro punto di partenza per questo percorso che richiede silenzio, tempo, ascolto e la capacità (forse dovremmo dire la grazia) di saper stare con ciò che c’è, anche quando non è ciò che vorremmo. Ma è anche il punto da cui tutto ricomincia. Perché solo chi si conosce davvero, può cambiare davvero. Non stiamo “cercando noi stessi”, non abbiamo bisogno di andare dall’altra parte del mondo per “ritrovarci”.
Che cosa strana, il primo passo del cambiamento non è muovere un piede ma aprire gli occhi. Guardare la mappa, cercare il punto rosso e trovare la scritta: “Io sono qui”.
Le puntate precedenti
Il cambiamento in 21 parole e tutto il tempo che serve: manuale pratico di imperfezione
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
