«Finita la mia carriera sentivo un vuoto. Vorrei spendermi per ricreare il senso di comunità nella Chiesa»
Da calciatore a diacono permanente. Questa è la storia di Emiliano Maddè: giocatore professionista per quasi 20 anni che, tra le tante, ha vestito le maglie di Alessandria, Reggina, Avellino, Sassuolo, Nocerina, Taranto e Valenzana. Oggi, dopo un periodo di discernimento, è stato ammesso al percorso che lo porterà, insieme ad altri otto candidati della nostra Diocesi, a diventare diacono. Emiliano, che nella vita è un osteopata e ha uno studio massoterapico, racconta: «Vivo a Solero, ho 53 anni, sono sposato con Monica. Abbiamo un bambino, Giovanni, che ha quasi 10 anni e fa la quarta elementare all’Angelo Custode».
Emiliano, da dove nasce la tua scelta di diventare diacono?
«È partita tanti anni fa, quando giocavo a calcio. Io ho avuto un rapporto sempre molto personale con Dio, pregavo molto al mattino e alla sera. E questo rapporto mi ha sempre aiutato a discernere quando le situazioni erano troppo negative o pericolose. Quindi finita la mia carriera da calciatore, a Valenza, succede che un sacerdote mi propone di allenare una squadra delle giovanili con dinamiche complesse. L’idea era fare un oratorio sportivo, dalle 15 alle 17, dedicando del tempo a questi ragazzi. Così ho fatto per quattro anni. Però, dentro di me, sentivo mancare qualcosa in questo progetto: quando parlavo di Gesù, di fraternità, di aiutare il più povero e il più debole, certamente passava il messaggio, ma mancava la parte spirituale. Da quel momento ho sentito il desiderio di diventare diacono: era il 2020, e ancora non era attivo un percorso di formazione. Ho dovuto aspettare qualche anno, e ho potuto iniziare il mio cammino di discernimento. E ora, eccoci qua».
Diventare diacono per te è una vocazione?
«Come ho scritto anche nella mia lettera di presentazione al Vescovo, è una chiamata a Dio e Gesù all’interno della Chiesa, vissuta come una comunità. Oggi la maggior parte delle persone dice: “Io credo in Dio, ma non nella Chiesa”. Vorrei spendere la mia vocazione per ricreare il senso di comunità nella Chiesa».
A che punto siete della vostra formazione?
«Abbiamo iniziato da un anno e mezzo, qualche settimana fa abbiamo vissuto l’ammissione e adesso stiamo dando gli esami. Ognuno di noi ha la propria storia vocazionale, ma per quanto riguarda la formazione siamo tutti quanti allo stesso livello. Il percorso è di circa quattro anni, ma tutto è sempre a discrezione del Vescovo».
Hai girato l’Italia, giocando nel calcio professionistico per quasi 20 anni, cosa mancava nel tuo cuore per essere felice?
«Sono tutte cose che ho scoperto da grande. Sentivo sempre un vuoto, andavo avanti ma con quella insoddisfazione nel cuore. Quindi magari soddisfi la parte tua “corporea”, anche con la carriera, però mi mancava la felicità. È un aspetto molto più intimo, che racconto oggi perché ho più di 50 anni. Ma quel vuoto era lo stesso che vedo nei ragazzi oggi. Io sono riuscito a colmarlo con l’amore di Dio e di Gesù. Più entri in contatto e in connessione con Gesù e più ti senti amato. Più ti senti amato, più ti senti parte del Creato e un dono di Dio, anche per gli altri».
Ma è vero che quando allenavi i ragazzi, negli spogliatoi prima di scendere in campo, leggevi il Vangelo?
«Sì, prima della partita aprivo il Vangelo. Le dinamiche di Gesù sono molto attuali, e speravo che i ragazzi si potessero rivedere nella Parola. Perché per me la persona più importante è Gesù, solo Lui ti può far cambiare vita. E se ti senti amato da Gesù, la vita cambia. Poi portavo anche ragazzi a confessarsi…».
Raccontaci di più.
«Sì, a Natale e a Pasqua li portavo a confessarsi.
Immagina l’imbarazzo… avevo dei ragazzi di 18 anni che non si confessavano dalla Cresima. Mi dicevano: “Ma no, non lo faccio, mi vergogno”. E io: “Andate in giro a far casino, poi non riuscite a confessarvi?”. Dopo la confessione, la domanda che facevo sempre era: “Come ti senti?”. E la risposta di tutti: “Sto meglio”. Poi dicevo: “Quanto hai pagato?”. E loro: “Niente, è gratis”. Allora, gli spiegavo, quando le cose vanno male, siete arrabbiati, avete dei problemi, andate da un parroco e riconciliatevi grazie alla confessione».
Andrai avanti con il tuo lavoro, come si collega con il percorso diaconale?
«Mi sono reso conto che Dio mi chiama anche su un aspetto legato al mio ambito lavorativo. Ho visto la povertà che c’è nelle case di riposo e negli ospedali, per quanto riguarda la Parola, l’accoglienza e l’accudimento della persona malata. Quindi, nel futuro, mi piacerebbe portare la Parola di Dio a queste persone che sono molto affrante e molto sole».
In campo eri un difensore, che diacono vorresti essere?
«Gesù ti fa fare il tuo ruolo (sorride). La Sua Parola deve essere portata agli altri in maniera accogliente, con i tempi e la modalità che ognuno si sente. Il mio unico desiderio è essere un diacono credibile».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
