C’è un tempo che si consuma tra impegni e abitudini quotidiane e un tempo che, invece, si sceglie di donare, liberandolo dalle incombenze e scegliendo di dedicarlo a chi ha bisogno. È quello che i volontari dell’associazione Clown Marameo chiamano “tempo liberato”: uno spazio prezioso che diventa occasione per portare sollievo, ascolto e leggerezza a chi vive la malattia. Andrea Ivaldi vive a Valenza, ha 44 anni ed è padre di due figli: è uno dei fondatori dell’associazione e ci ha raccontato cosa significa entrare in ospedale con un naso rosso e un camice colorato, per cercare di portare un po’di spensieratezza ai pazienti che si trovano in stanza. Clown Marameo è la realtà protagonista della terza puntata del progetto “Voci dei volontari”, realizzato da La Voce Alessandrina insieme con l’Azienda Ospedaliero – Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo. Un percorso in trenta tappe per dare voce a chi ogni giorno si impegna accanto a medici e infermieri, contribuendo a rendere l’ospedale un luogo sempre più accogliente e umano per i pazienti.
Andrea, dove vi possiamo incontrare in ospedale? E che cosa fate per alleviare un po’ la sofferenza delle persone ospedalizzate?
«Siamo presenti in corsia nel weekend, il sabato e la domenica, su turni. In particolare operiamo all’Ospedale Infantile e all’Ospedale Civile con continuità, mentre al Borsalino riusciamo a garantire al momento un solo turno. Il nostro compito è quello di essere clown di corsia: utilizziamo la base della clowneria come strumento per creare un ponte tra il paziente e il personale sanitario. Il ricovero porta con sé la perdita di quelle che sono le piccole libertà, quotidiane, come scegliere che vestiti indossare la mattina o a che ora svegliarsi e a che ora mangiare e spesso si crea una sorta di barriera, lo vediamo soprattutto negli adulti e negli anziani, nei confronti del medico. La nostra missione è quella di entrare nelle strutture con rispetto, con il nostro camice colorato e un approccio delicato, per rendere più umana e accessibile questa relazione. Il nostro obiettivo è quello di offrire anche solo cinque o dieci minuti in cui la persona possa svagarsi, distrarsi dalla situazione che sta vivendo. Non importa l’età: il bambino, l’adulto o l’anziano possono lasciarsi trasportare insieme a noi da un ricordo, da una storia, da un piccolo gioco di magia. In quei momenti si crea uno spazio diverso, più leggero. La nostra è una presenza che viene accolta positivamente anche dal personale sanitario, perché contribuisce a rendere più sereno l’ambiente».
Ci racconti cosa proponete ai pazienti per “alleggerire” l’atmosfera?
«Arriviamo sempre con una valigia piena di “strumenti” del mestiere, ma senza un copione. Siamo improvvisatori, ma ci piace avvicinarci al paziente con una certa preparazione: noi siamo
seguiti come associazione da una psicologa, che
ci aiuta sia a preparare i nostri incontri, sia ad affrontare le eventuali fatiche che possono incontrare i nostri volontari. Abbiamo un modo estremamente rigoroso di affrontare la clownterapia. Ogni nostro intervento è costruito sulla persona, non sull’età: c’è il bambino che ha solo bisogno di raccontare dei suoi amichetti e di essere ascoltato, come ci può essere l’adulto che inizialmente sta in silenzio; in questi casi proviamo ad ingaggiarlo con un palloncino o un piccolo trucco di magia e vediamo che qualcosa si accende. Entriamo in stanza sempre in punta di piedi: prima ci confrontiamo con gli infermieri, poi bussiamo; siamo pronti ad accettare anche un rifiuto. Non tutti hanno voglia di sorridere in quel momento e per noi rispetto della persona viene prima di tutto».
Chi volesse supportarvi come può contattarvi?
«Sul nostro sito c’è una sezione dedicata, “Vieni con noi”, dove è possibile compilare un modulo. Da lì iniziamo un primo contatto per spiegare cosa significa davvero questo servizio.Organizziamo un corso di tre giorni, generalmente ogni anno e mezzo, in cui si apprendono le basi della clowneria e della relazione. Ma la formazione non si ferma lì: due volte al mese ci incontriamo per quelli che chiamiamo “allenamenti”, momenti di crescita, confronto e supporto reciproco. Anche dopo tanti anni, la formazione continua. Uno dei nostri valori fondamentali è la coesione all’interno del nostro gruppo gruppo. Non è un volontariato che si fa sempre insieme: entriamo sempre almeno in due, e i turni coinvolgono piccoli gruppi. Questo richiede conoscenza reciproca, fiducia e affiatamento. Quando dobbiamo scegliere chi aggiungere al nostro gruppo, non facciamo entrare le persone in base alle capacità, ma cerchiamo di valutare insieme il tempo e la motivazione che ciascuno può mettere in gioco. È un percorso condiviso, che si costruisce passo dopo passo».
Com’è nata l’associazione Clown Marameo?
«L’ispirazione è arrivata dal film “Patch Adams”, che ha fatto conoscere la clownterapia. Ci siamo chiesti se esistesse anche ad Alessandria e, non trovandola, siamo andati a formarci a Torino. Dopo quell’esperienza abbiamo deciso di portarla qui: all’inizio eravamo in nove. Siamo attivi dal 2002, quindi da circa 25 anni, e siamo stati i primi a “importare” la clownterapia ad Alessandria. All’inizio non è stato semplice: l’idea di portare il sorriso in un luogo di sofferenza non è stata immediatamente compresa. Poi, grazie alla fiducia che siamo riusciti a costruire nel tempo, siamo entrati nei reparti e oggi siamo una realtà riconosciuta.Attualmente siamo presenti in tutti i reparti. È stato un percorso lungo, costruito dimostrando serietà e continuità. L’ospedale di Alessandria ha sempre mostrato attenzione verso il nostro volontariato, arrivando anche a coprire l’assicurazione dei nostri clown. Da parte nostra, abbiamo investito molto sulla formazione, perché crediamo che la serietà debba essere reciproca».
Perché l’associazione si chiama proprio così?
«Il nome è un omaggio a una delle fondatrici, la clown Marameo, che ha perso la vita in un tragico incidente insieme ad altri ragazzi proprio negli anni in cui ci stavamo costituendo come associazione. Stavamo cercando un nome e ci è sembrato naturale dedicare a lei questa esperienza, per continuare a portare avanti anche il suo desiderio di donarsi in questa forma di volontariato».
Adesso quanti siete?
«Oggi siamo circa cinquanta volontari, con età molto diverse: dai 18 agli 80 anni. È un gruppo variegato, ma unito da uno spirito comune e da un forte senso di appartenenza».
Hai un episodio che vuoi condividere con noi?
«Ci sono tanti momenti che porto nel cuore. Penso, ad esempio, a quando entriamo in una stanza dell’infantile e troviamo un bambino in lacrime, magari dopo un prelievo, e usciamo con lui che sorride e ci saluta. Oppure quando un anziano, che ci capita di re-incontrare dopo alcuni anni, ricorda ancora un piccolo gesto nostro rivolto a lui, come un palloncino gonfiato e trasformato in un cagnolino per strappargli un sorriso. Sono momenti semplici, ma per chi li vive diventano importanti. E quando qualcuno ti riconosce e ricorda quell’incontro, capisci che qualcosa hai lasciato davvero».
Chi desiderasse sostenervi, come può fare?
«Non facciamo raccolte fondi strutturate, perché la nostra attività ha costi contenuti. Le risorse che riceviamo servono a sostenere le spese e a finanziare progetti sul territorio. Collaboriamo con la Fondazione Uspidalet e ogni anno realizziamo un calendario benefico a tale scopo. Sosteniamo anche famiglie in difficoltà con l’acquisto di materiale scolastico per i piccoli, e abbiamo contribuito all’acquisto di strumenti per l’ospedale, come uno spirometro neonatale. Stiamo avviando anche il progetto “Un sacco di sorrisi”: un kit di prima necessità per i bambini ricoverati che arrivano senza il minimo indispensabile. È un modo concreto per essere vicini anche nelle situazioni più complesse, donando materialmente sollievo sia con la nostra presenza che con oggetti e materiali utili».
Associazioni di volontariato in ospedale: tutte le puntate
Adal – “Il diabete non deve fermarci”
Clown Marameo – Il tempo per donare un sorriso
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
