Sapete qual è il peccato più grave? – L’editoriale di Andrea Antonuccio

Care lettrici,

cari lettori,

apriamo Voce con l’intervista al nostro Vescovo sull’Ottavario della Madonna della Salve appena concluso.

Tra le tante riflessioni che sono emerse dal nostro dialogo ce n’è una che mi ha fatto pensare, e dunque ve la propongo. A un certo punto, monsignor Gallese fa questa affermazione: «Il bene che non facciamo priva il mondo di un’oasi di benessere. Perché laddove c’è il bene, allora c’è il “benessere” di quelli che godono di quel bene. Un benessere spirituale, sia chiaro». Attenzione: dice “il bene che non facciamo”, non il male che compiamo (come invece mi sarei aspettato io). Quante volte penso che sia sufficiente non fare del male agli altri per essere “a posto”… Mi capita, prima di andare a confessarmi, di fare tra me e me una sorta di esame di coscienza: a volte mi viene da pensare di non aver niente da dire al paziente confessore che mi attende. In fondo, non ho ammazzato nessuno, no? Detta così, fa tristezza. Eppure, diciamoci la verità, tante volte non siamo così lontani da questo modo di pensare. Per fortuna c’è sempre qualcosa (la Bibbia lo chiama “cuore”) che mi impedisce di adagiarmi su questa posizione. Non mi basta fare il bravo (ammesso e non concesso che io ci riesca): intuisco che la vita cristiana non può avere come orizzonte quello di “evitare” gli errori, come in un percorso a ostacoli da cui, con un po’ di attenzione, si può uscire abbastanza puliti. C’è una grandezza, innanzitutto d’animo, che viene suscitata dall’incontro, spesso casuale o immeritato, con persone segnate da Cristo: è una grandezza che porta a fare il bene, innanzitutto per sé e poi per il mondo intero. Per sé, innanzitutto: la pace, la bellezza, l’amore, la giustizia nascono da un “io” cambiato da Cristo.

I progetti, i piani pastorali, le grandi costruzioni teologiche tendono a dimenticare che senza Cristo, senza persone innamorate di Lui, nulla tiene veramente. Potremmo anche sconfiggere la povertà (qualcuno ebbe anche il coraggio di sostenerlo, se non ricordo male) ma continuare a essere tristi e a vivere come sempre, nella solita routine quotidiana e con i nostri limiti ad attenderci al varco.

Presuntuosi e vanamente autosufficienti: non è forse questo il peccato più grave da confessare? E quante volte ce ne siamo resi conto?

Andrea Antonuccio – direttore@lavocealessandrina.it

 

 

 

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