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San Pio V, casa fra le case

Una chiesa che si fa simbolo, oltre la raffigurazione

San Pio V è vita, è storia, e noi questa settimana la visitiamo in onore di don Angelo Spinolo, che per anni ne è stato l’anima, prima di tornare alla casa del Padre, venerdì 17 dicembre. A lui si deve, tra l’altro, l’originale “albero della vita”, il moderno campanile che svetta al lato destro della facciata. Al di là dell’edificio in sé, che per altro di un gusto semplice ma bello e gioioso (torneremo poi su due toccanti graffiti della decorazione interna), quello che ci interessa è la vita della parrocchia, che da sempre è  attivissima e giovane. Mia mamma e i suoi amici, che a San Pio sono cresciuti, mi raccontano delle vacanze in montagna, di quando quel luogo era il punto di riferimento per tutti loro, che ancora a distanza di 40 anni si incontrano in nome di quei ricordi.  Ci si trovava sulle scale, si trascorrevano ore in compagnia, si guardavano le partite… insomma, si faceva festa insieme, come “Festinsieme” è il nome dell’annuale evento organizzato dalla parrocchia in estate, allestito negli ultimi tempi da Santiago Ortiz, seminarista e grande amico degli odierni fanciott di quel don Bosco alessandrino che fu don Stornini. Proprio Santiago ci dice di aver trovato una comunità vivissima e molto legata alla chiesa di San Pio quasi “ad ogni singolo mattone”, e rimarca come l’edificio si presenti simile a una “casa tra le case”, a simboleggiare che il Verbo di Dio, a Natale, venne ad abitare in mezzo a noi e quale uno di noi, anzi, come il più povero dei poveri.

Tutta la chiesa, infatti, rinuncia alla raffigurazione per esprimersi attraverso il simbolo: le linee semplici e i mattoni a vista, che diventano elementi decorativi, all’esterno, rimandano all’essenzialità della prima Chiesa, che fu una stalla,  e così anche l’impianto ad aula dell’interno con le vistose capriate. Sulla controfacciata, invece, troviamo i due graffiti molto cari a don Angelo (che li chiamò “una delle cose più belle che abbiamo in questa chiesa”, durante un’omelia), raffiguranti il figliol prodigo e il buon samaritano; entrambi sono davvero semplicissimi ma di grande impatto comunicativo: il primo, ad esempio, è composto solo di un cerchi, sopra il quale scorrono linee dritte, ma che non lo attraversano mai, mentre al di sotto scorrono linee miste, una delle quali però taglia il circolo in due. Il messaggio è chiaro: la vita del primo figlio fu, è vero, lineare, ma non entrò mai nella Casa del Padre; il secondo invece fu uno sbandato, ma quel Cerchio lo attraversò. E l’augurio natalizio è che tutti possiamo attraversare il cerchio… e perché no, anche fare un salto a San Pio.

Matteo Zaccaro

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