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In Salute – Un dolore ancora sconosciuto

C’è chi non riesce neanche più a gesticolare quando parla e chi ha cominciato ad evitare di fare alcuni movimenti, troppo faticosi. Il disagio deriva da un dolore muscolo scheletrico che tende a diffondersi e a cronicizzarsi, la fibromialgia, difficile da diagnosticare perché spesso scambiata per un disturbo derivante da altre patologie. Al Centro diagnostico italiano di Milano è stato aperto da poco un ambulatorio con un team multidisciplinare composto da neurologo, fisioterapista, fisiatra e psicologo che segue il paziente per un’accurata diagnosi e cura.
“La fibromialgia, che ha fra i suoi sintomi spesso anche una stanchezza costante e un senso di confusione, non si può classificare come malattia perché se si analizzano i tessuti non si riscontrano anomalie”, spiega il professor Paolo Marchettini, neurologo, specialista in terapia del dolore e coordinatore dell’ambulatorio del Cdi. “Per lungo tempo questo disturbo ha diviso la comunità scientifica: c’era chi lo classificava fra le manifestazioni di nevrosi e chi invece propendeva per una sorta di reumatismo di origine incerta. La svolta è invece stata data da una serie di studi incentrati sul dolore, sulla sua inibizione e sui disturbi del sonno. Si è visto infatti che provocando, in persone sane, un disturbo del sonno profondo, dopo 2 –3 settimane i soggetti sviluppavano sintomi identici a quelli di chi lamenta la fibromialgia. È stato in particolare chiarito il fatto che durante il sonno l’azione inibitoria del dolore risulta potente, in quanto il cervello in questa fase libera un “cocktail” di sostanze, in primis le endorfine, che alzano la soglia del dolore e favoriscono quella sensazione di benessere tipica del risveglio al termine di un sonno riposante”.
L’iter diagnostico per arrivare alla terapia più appropriata prevede, oltre agli esami del sangue per escludere malattie reumatiche o altre patologie primarie, una prima visita e la compilazione di un questionario per comprendere le caratteristiche del sonno del paziente. Segue poi una valutazione neuropsicologica per verificare se c’è un’alterazione del sonno, primaria oppure dovuta all’ansia. “L’obiettivo della terapia è quello di ripristinare la buona qualità del sonno e riportare quindi la quantità di endorfine a livelli desiderabili”, continua Marchettini. Se è possibile si cerca di evitare il ricorso ai farmaci o, se necessario, comunque di ridurli al minimo. Il cuore della cura è il trattamento fisico, il “fisiotraining”, con sedute di fisioterapia, riscaldamento muscolare, ginnastica in acqua, massaggi finalizzati ad incrementare progressivamente l’attività fisica del paziente. Per i pazienti che, proprio a causa del dolore, hanno cominciato ad evitare alcuni movimenti, si affianca anche un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale”, aggiunge Marchettini. “Sono sedute motivazionali per ricostruire la fiducia nel saper fare le cose e che utilizzano tecniche di gestione dello stress da movimento”.

Elena Correggia

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