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Seconda puntata dei Martedì di Quaresima

“Padre mio e Padre vostro”: l’eterno generare e la fraternità universale

Riportiamo le risposte alle domande degli ascoltatori, al termine della relazione di don Mario Antonelli. Per vedere (o rivedere) la versione integrale dell’incontro, potete visitare il sito internet diocesialessandria.it/video

Don Mario, se tutto è creato nella relazione filiale con Dio da dove arrivano le disarmonie del mondo?

«Noi siamo quelli che sentono il mistero di Dio dimorando in Gesù nella sua carne tenera. E se Dio è il Dio che Gesù ha rivelato in modo compiuto, se Gesù è la pienezza della rivelazione di Dio, evidentemente tutto il mistero lacerante, crocifiggente del dolore, delle strutture che affliggono l’umanità e ogni realtà creata, non viene da Dio. Paolo ci viene in soccorso e in quel capitolo quinto della Lettera ai Romani, che è stato tra i testi biblici più commentati e proprio riguardo al tema del rapporto tra il peccato la morte e la sovrabbondanza della grazia di Dio, dice: “Guardate che la morte è entrata nel mondo per via del peccato”. La morte e tutti i suoi prodromi, tutte le sue anticipazioni, tutto il suo rifrangersi in un dolore poliedrico dalle mille sfaccettature. Questo vale anche per tutta quella “sfigurazione” che affligge la natura, la creazione. Pensate ancora una volta al capitolo ottavo della Lettera ai Romani, con una creazione che, evocando Pascal, non canta più l’universo, non eleva più la sua lode al Dio creatore dell’universo. Ecco, Pascal con quella sua espressione “l’universo degli astri tace”. Ma addirittura, più che tacere, c’è un universo creato che, dice Paolo, “geme e soffre come nelle doglie del parto” ed è sottomessa la creazione a questa caducità. Perché è soffocata esattamente da uomini e donne che tradendo la loro bellezza filiale, quindi la loro fraternità con acqua, sole, pioggia, alberi, foresta amazzonica, pianura padana, Dolomiti e tanto altro, finiscono per soffocare, per strangolare la realtà creata. Questa realtà creata, dice Paolo sempre in Rm 8, “gemendo e soffrendo come nelle doglie del parto” attende letteralmente con impazienza, trepidamente, la rivelazione dei figli di Dio. Che incanto! Paolo è splendido: ogni realtà creata, che patisce questo approccio predatorio da parte degli uomini, attende che finalmente si rivelino i figli di Dio. E che quindi i figli di Dio vengano alla luce, si facciano avanti con la loro vita nuova, appunto quella che è animata da questa mistica profonda della paternità di Dio, che fiorisce in una fraternità, che viene ad accarezzare di nuovo, come Francesco di Assisi, gli uccelli, le alghe, il microsistema, il macrocosmo e ogni cosa che vive e respira».

La paternità cristiana è un continuo generare l’altro: si può dire che è una paternità non paternalista?

«Se capisco bene il senso di questa involuzione della paternità, che è il paternalismo, devo dire che tra i suoi tratti più conturbanti e vistosamente più contraddittori, rispetto alla paternità di Dio, metterei una relazione paterna, dove il padre viene a sostituirsi al figlio. Questo secondo logiche, a volte anche comprensibili, ma assolutamente non giustificabili, proprio di protezione del figlio. Dove la protezione del figlio che, non poche volte, è soltanto la maschera che dissimula un vuoto personale di questo padre. Parlo del padre biologico, ma parlo anche di un padre che vive una relazione paterna nei confronti di un figlio che non ha generato biologicamente. Oppure penso alle tante figure di paternità, anche quella di noi preti e di educatori. Questa apparente custodia dell’altro che cerca una protezione, ma in fondo non già perché si percepisce una insicurezza, un’immaturità, un procedere ancora gattonando e impacciato del figlio, ma perché c’è un difetto grave di sicurezza, di affidabilità personale come padre. Ecco, allora si scatena questa dinamica di una sorta di sostituzione, una difesa ad oltranza del figlio. Si dice che rappresenteremo la generazione della stupidità, proprio sotto il profilo della relazione paterna, di responsabilità educativa. E lì, in quelle boutade, a volte addirittura sociologiche, qualcosa di vero viene approssimato. Quando si dice che il padre, oggi, protegge il figlio idolatrandolo quasi come il vitello d’oro. Perché idolatrando il figlio come un Dio, evidentemente, è già pronto e perfetto, quindi non va incontro e non è bisognoso di una crescita, di un mutamento. E questo preserva per sé il padre da quel vegliare attento, docile, appassionato e anche sfidante, di chi accompagna un figlio o una figlia con la sua crescita, quindi con gli strappi, le cesure, le rotture, gli allontanamenti, le fughe, gli abbandoni, le ribellioni. Ma nella misura in cui tratto mio figlio costituendolo come vitello d’oro e ammantandolo d’oro, e di tante altre ricchezze, evidentemente riesco a preservarmi da questo onere, di un’autentica educazione, che è l’accompagnare fedelmente un figlio, proprio nell’evolversi del suo crescere. Il paternalismo in fondo censura la crescita, la impedisce letteralmente».

In che senso la generazione permanente del Padre continua e si manifesta anche nella croce di Gesù, e nel suo essere vero figlio e non orfano abbandonato? E come questo può aiutare anche noi a sentirci sempre figli, nello “scoramento” dello scandalo della croce, nell’esperienza dell’abbandono e della solitudine nel mondo di oggi, nella sofferenza della pandemia?

«Il mistero della croce è mistero. Chiedo a me stesso, e lo chiedo a nome della Chiesa che ci è madre, che quel grido di abbandono di Gesù venga ascoltato proprio in questo affetto sincero per lui, emozionato, commosso, appassionato. E venga ascoltato in tutta la sua gravità, in tutta la sua realtà tragica. Il Figlio Benedetto ha realmente sentito l’abbandono da parte del Padre: l’ha sentito nella sua carne, l’ha sentito dove non ha più sperimentato lo straccio di una mano ad accarezzarlo, lì dove ha patito l’abbandono da parte dei suoi discepoli. Laddove ha scorto uno sguardo affettuoso materno delle donne da lontano o di sua madre sotto la croce, ma ancora una volta sufficientemente lontano, rispetto alla vicinanza di quel grembo materno accogliente degli inizi, di quell’accompagnamento lungo la sua vita. Veramente si è sentito abbandonato dal Padre, avendo perso ogni riferimento di affetto su questa terra, la sua solitudine. Ma questo non vuol dire che il Padre lo avesse abbandonato, è ciò che il Figlio ha sentito proprio in questo mistero, appunto crocifisso, del suo mettersi al posto nostro. Il posto nostro dell’abiezione, di quell’abiezione che l’umanità si è procurata con la sua insipienza e la sua disobbedienza, allontanandosi dal Mistero santo del Padre. E volendo salvare tutti, per obbedire al Padre, il Figlio si è fatto solidale ed è venuto a fare un “solido” con tutti. Andando a cercare questa solidarietà con tutti, lì dove tutti viviamo, nell’abisso del fiume Giordano, nelle tenebre dell’orto degli ulivi, dove scorre sudore e sangue, sulla croce dove lui dice Luca “fu annoverato tra i malfattori”, malfattore a sinistra e malfattore a destra. Ecco allora che, esattamente sulla croce, il Padre non abbandona il Figlio, anche se il Figlio si sente abbandonato dal Padre, perché lui è il Figlio obbediente fino alla morte di croce al Padre, solidarizza con gli uomini che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte. Quindi sente tutto lo schianto di quella morte che è la solitudine, rispetto anche alla mano tenera del Padre che Lui non sente più. Ma Lui arriva lì, dove noi siamo arrivati per il peccato, per il sommo dell’obbedienza, per la fedeltà filiale, amorosa, affettuosa al Padre. “Ecco io vengo per fare la tua volontà”. Questo, non altro. Non è un caso che i santi che più amiamo sono esattamente quelli che hanno sperimentato, nel loro vissuto di santità, lo stesso mistero crocifisso, neanche tanto dell’essere crocifissi dagli uomini, come Gesù, ma più radicalmente ancora il mistero del sentirsi abbandonati da Dio. E l’hanno gridato, qualche volta di nascosto, qualche volta pubblicamente. Metto lì, senza un ordine di legame affettivo per me, San Giovanni Paolo II, Santa Teresa di Calcutta, San Francesco di Assisi. E lascio per ultima, da me la più amata, Santa Teresa di Gesù Bambino».

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