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Se penso a mio zio Luciano, vedo un seme che porta frutto

La storia di Luciano Bottan, missionario laico morto in Ciad nel 2000

«Sono un laico missionario della Diocesi di Treviso». Lo ha ripetuto per tre volte, ai primi soccorritori poco prima di morire, un giovane 35enne del Gruppone Missionario di Treviso. Era il 20 ottobre 2000, in Ciad, e per colpa di un incidente sulla strada che collega la capitale N’Djamena alla missione diocesana nella città di Fianga, Luciano Bottan (nella foto di copertina) perde la vita. «Da giovane era un “ragazzo da bar”, completamente lontano dal mondo della Chiesa. Anzi, prendeva in giro mia mamma perché ci andava (sorride). Poi vede morire un suo caro amico per un incidente in moto, ha una svolta, e da lì inizia il suo percorso di maturazione e ricerca. A 20 anni si avvicina alla fede, grazie a diversi sacerdoti, e decide di spendersi per le missioni».

A raccontarcelo è sua nipote Martina Fanti (in foto qui sotto), 32 anni, fisioterapista all’ospedale San Camillo di Treviso. Lei era una bambina nel giorno di quel tragico incidente, ma lo zio Luciano se lo ricorda bene. E lo ha seguito, nel suo esempio, partendo anche lei in missione. Rimanendo estasiata, ci racconta al telefono, di come anno dopo anno quel giovane «laico missionario», ha continuato a trasformare la vita di chi lo ha conosciuto. Estasiata… perché, anche dopo 21 anni da quel 20 ottobre in Ciad, Luciano non ha mai smesso di portare avanti la sua missione.

Martina, da dove cominciamo per raccontare la storia di tuo zio?

«Beh, i primi pensieri sono quelli di una bambina di 11 anni… Mi ricordo che poche volte era a casa, lavorava in un ente cittadino che distribuiva il metano, e nel tempo libero era impegnato nel mondo del volontariato. Ma passare dei momenti con lui era bellissimo, mi faceva giocare e divertire. È un controsenso, ma in verità zio Luciano l’ho conosciuto molto di più dopo quel 20 ottobre. A partire proprio dal diario che è stato trovato dopo l’incidente, di cui nessuno era a conoscenza, in cui scriveva tutte le sue riflessioni ed è emersa la sua profonda fede».

Fermiamoci a quel 20 ottobre.

«Luciano aveva già fatto un viaggio di un mese in Benin, usando le ferie del lavoro. Poi è voluto partire per il Ciad. E per andarci, avendo esaurito le ferie di quell’anno, aveva chiesto già quelle dell’anno successivo. Purtroppo nella sede della missione non c’è mai arrivato… L’incidente è avvenuto in macchina, sulla strada che collega la capitale N’Djamena e Fianga. Con lui è morto anche Jean, un diacono locale. In quei luoghi la strada è un disastro, ci sono buchi dappertutto. E, paradossalmente, nell’unico tratto fatto bene e messo a posto, hanno accelerato ed è scoppiata una gomma. Sono andati fuori strada e si sono schiantati contro un albero: mio zio è morto sul colpo. E, nel giro di qualche ora, è arrivata anche a noi la notizia».

Ricordi la tua reazione?

«Ho pianto tantissimo… Poi ho deciso di scrivere una letterina per il funerale e l’ho data a don Saverio, prete che era con lui durante l’incidente. Gli ho scritto: “Voglio venire in Africa, per vedere dove è morto lo zio”. Ci ho messo 20 anni, ma ce l’ho fatta (sorride)».

I suoi fratelli, invece?

«Il dolore è stato grande. Quando perdi un caro, senti solo sofferenza… Mia mamma è riuscita a leggere la sua morte in un’ottica diversa. Mentre l’altro zio non capiva, e diceva: “Che senso ha morire a 35 anni, in questo modo?”. Non è stato facile da accettare, poi ha fatto un passo grande, un passo di fede, e tutto è diventato più chiaro. In tutte le persone che lo hanno conosciuto vedo degli arricchimenti enormi. Luciano ha davvero trasformato la nostra vita».

Cos’è cambiato per chi era in missione con lui?

«È stato uno shock, era una delle prime volte in cui ci si è resi conto che andando in missione si poteva morire. Perdere un parente, parrocchiano, amico in missione è una cosa bruttissima. Ma è stata un’occasione profonda anche per capire come comportarsi, crescere e continuare a portare speranza in quei luoghi così difficili. Poi, pian piano, dopo lo shock, si è ritornati alla normalità».

Siete tornati in Ciad, con un viaggio speciale…

«Nel giugno 2019, siamo partiti per concludere quel viaggio che Luciano non aveva portato a termine, e festeggiare i 20 anni dalla costruzione della chiesa a Fianga, il cui coro è stato intitolato proprio allo zio. Con me c’erano mia mamma e l’altro mio zio, e altre persone che hanno conosciuto Luciano, direttamente o indirettamente. Ci siamo anche fermati nel luogo dell’incidente e abbiamo lasciato un ricordo. Ci hanno chiesto di lasciare un simbolo e, grazie alla raccolta fondi con la parrocchia Santa Maria del Sile di Treviso, abbiamo costruito un pozzo. Perché, in quei luoghi, portare acqua vuol dire portare vita… E, se penso a Luciano, immagino un seme che porta frutto».

Nella foto i fratelli e la nipote di Luciano nel loro viaggio in Ciad del 2019

Poi nel 2020 sei tornata per sei mesi di volontariato. Che realtà hai trovato?

«C’è un governo instabile, ma non ho avuto nessuna paura. Sono stati momenti oltre ogni possibile aspettativa: si respira una vita diversa, reale, autentica. Senti proprio la gioia di vivere, qualcosa che si fa fatica a respirare qui. Poi ci sono tutti i contro: istruzione, sanità e infrastrutture sono un disastro. È davvero difficile vivere, nessuno ha la sicurezza di arrivare al giorno dopo… Se stai male ti curi solo se hai soldi, e anche se paghi gli ospedali sono quelli che sono. La voglia è di scappare, lontano. Ma scappa solo chi può, perché in Africa chi è povero non va da nessuna parte. Nonostante tutto, pur non avendo nulla, hanno una gioia di vivere immensa. Che ti riempie il cuore».

Abbiamo visto casi complessi di missionari rapiti, penso a padre Maccalli. Partire è pericoloso? Perché la paura non prevale?

«Perché credo ci sia sempre qualcosa di più che copre la paura. L’ho vissuto sulla mia pelle, nel 2018, nei sei mesi in Mali. La situazione è critica: tra instabilità politica e terrorismo islamico si rischiano sempre rapimenti. Ricordo che la sera avevo paura, ma la mattina mi svegliavo ed ero inondata da questo mondo, questa atmosfera, queste persone che mi travolgevano e tutto passava in secondo piano. Poi, ti affidi. Dicevo sempre: “Con me ho degli angeli custodi, mi proteggono”. Nonostante tutto, c’è qualcosa di più grande che ti spinge a dare sempre di più. Anzi, non vedo l’ora di tornare (sorride)».

La missione a Fianga va avanti. Com’è organizzata?

«Attualmente ci sono tre sacerdoti, accompagnati da una comunità di suore del Senegal. Al centro della missione c’è l’evangelizzazione delle varie comunità, insieme a progetti come costruzione dei pozzi, scuole e sanità. Nei miei sei mesi ho fatto formazione a quattro ragazzi che diventeranno fisioterapisti. Accanto a questi aspetti c’è anche la promozione femminile: in Africa soprattutto, le donne sono considerate inferiori agli uomini. Allora si cerca di dare loro più dignità, insegnando un mestiere: per esempio, è attiva una scuola di taglio e cucito. Poi ci sono le piccole comunità vocazionali di ragazzi aspiranti sacerdoti. Ma anche il centro disabili, e la collaborazione con la Caritas del posto».

Torniamo alla figura di tuo zio. Hai un aneddoto?

«Quando è morto, l’ho sognato, due settimane dopo. Nel sogno ero a casa di mia nonna, facevo i compiti in cucina. Lo zio è entrato, camminava sollevato in aria, e ho detto a mia mamma: “Guarda, c’è zio Luciano”. E lui dice: “Non preoccupatevi per me. Io sarò sempre con voi, state bene”. Queste parole mi rimarranno impresse per sempre, perché in questi 20 anni le ho sentite vere».

C’è qualcosa che vorresti dire a Luciano?

«Gli direi grazie, perché senza di lui non sarei partita in missione. Grazie, perché senza il suo esempio non potrei vivere questa vita così meravigliosa».

Alessandro Venticinque

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