Unità pastorale Sette Chiese: «Non perdiamo l’occasione di venire a trovare la Madonna»

«Veniamo a presentarLe la nostra vita, le nostre problematiche,
la fatica che facciamo a essere cristiani in questo mondo»

Sabato 1 febbraio, a Borgoratto, il venerando simulacro della Madonna della Salve ha lasciato l’unità pastorale Bormida. Il giorno seguente, domenica 2 febbraio, durante la Santa messa delle ore 10 nella chiesa di Sant’Alessandro ad Alessandria, l’effigie della nostra patrona è stata accolta nell’unità pastorale Sette Chiese, dove rimarrà fino al 22 febbraio. 

Riportiamo l’omelia di Padre Lorenzo Tarletti, moderatore dell’unità pastorale, che ha aperto le porte alla Madonna pellegrina. Buona lettura!

«In questo giorno particolare, vorrei salutare gli amici di Voce che sono presenti per l’accoglienza e l’introduzione della Patrona. Salutiamo e ringraziamo per il loro servizio tramite questa rivista che ci permette di conoscere le attività della nostra Diocesi e non solo: ci sono anche contenuti che ci possono aiutare a crescere nella fede.

Sono emozionato e grato al Signore per questi momenti, perché la nostra vita ha bisogno proprio di immergersi nel suo amore, non c’è come una Madre che possa aiutarci ad accogliere questo amore. E non c’è come una Patrona che ci può aiutare a restare saldi al nostro Battesimo, al nostro essere figli di Dio. 

Cari bambini, per voi, come per i più grandi, è un momento che dovreste segnare nel vostro diario, perché tra le cose belle che potete vedere nella vita, oggi avete contribuito e partecipato ad accompagnare la nostra Patrona. Ovvero Colei che custodisce la nostra città, che è sovrana sulla nostra città. E, di conseguenza, ci può aiutare a essere l’espressione più bella dell’essere figli di Dio. 

Anch’io sono grato, perché non so se riuscirò, nella parrocchia in cui in futuro sarò chiamato a essere ministro, di poter avere per qualche giorno la possibilità di pregare ai Suoi piedi e di poter affidare le anime a me consegnate. 

Questo volevo riconoscere dall’inizio, per manifestare questa gioia e questa emozione di sapere che questa statua rappresenta molto della nostra città, che noi dovremmo amare profondamente. C’è tutta una storia che è molto conosciuta, che non è banale e che ha aiutato molti a crescere nella santità. 

Come molti oggi possono essere stupiti, come io sono stupito anche della bella presenza di voi, qui, in questo momento. Anche per Giuseppe e Maria non finisce lo stupore e la meraviglia. Perché fedeli alla legge, obbedienti, vanno a rendere grazie a Dio, vanno a offrire il figlio Gesù, soprattutto a offrirlo come primogenito, così come la legge indica. Questo ci fa capire come in questa famiglia c’è tanta santità. Ma la santità di questa famiglia è legata, in buona parte, all’obbedienza alla volontà di Dio, che abbiamo meditato nel Tempo natalizio. Come sono stati anche invitati dagli angeli a sperimentare sempre di più questo rapporto filiale, di obbedienza al Padre. 

E ancora continuano perché sanno che sono figli di quella terra, e di conseguenza non possono fare a meno di poter adempiere tutto quello che è possibile. E qui veniamo al momento che mi commuove di più e ci deve aiutare a capire, attraverso Simeone e Anna, il senso della nostra vita. 

Un’attesa, una fede che va alimentata da una fiducia in quello che Dio ha promesso. Il profeta Malachia ce lo manifesta e Simeone questo brano ce l’ha nel cuore, lo vive ogni giorno nella sua preghiera. “Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”. 

Capite che questa frase, scritta nel libro del profeta Malachia, quante volte è stata letta nelle sinagoghe o nel tempio, e quante volte magari qualcuno si è anche abituato. Allora, capite che siamo a rischio di una fede che si trascina. 

Simeone e Anna, invece, sono due creature fedeli a Dio e sono in attesa. Vivono questo brano nell’attesa, consapevoli che il Signore realizzerà le Sue promesse. 

Anche noi, in questo tempo così confuso, difficile, in cui non sappiamo neanche dare delle risposte ai nostri bambini sul domani, dobbiamo aiutarli a recuperare questa relazione con Dio, una relazione fiduciosa. Soprattutto attraverso la preghiera: insegniamo loro a pregare, ma non perché “devono” pregare. La preghiera li può aiutare a mantenersi in questo atteggiamento, dovrebbe aiutare tanto anche tutti noi. 

Anche voi genitori, che avete ricevuto la lampada accesa donata nel Battesimo dei vostri figli. E il sacerdote, donandovi la candela, ha detto: “Ecco la luce di Cristo”. Nella preghiera si chiede che questa luce si mantenga forte, arda sempre nella casa. 

Capite che c’è una corresponsabilità importante nell’accompagnare i figli: non è sufficiente metterli al mondo, ma bisogna aiutarli a mantenere accesa questa luce, perché è la luce che fa la differenza in questo mondo. 

Mi piace quello che c’è scritto nel foglietto (della Messa, ndr), un’espressione di Paul Claudel: “La vita è una grande avventura verso la luce”. Capite che nel Battesimo ci viene data questa luce, la luce della vita. E questa stasera alle 21, qui, avremo la veglia per la vita (che si è tenuta domenica 2 febbraio, ndr) per riconoscere il dono di questa luce, della vita che ci porta questa luce. 

Ma capite che questa luce è ancora relativa, perché c’è una luce ancora maggiore che noi dovremmo sperimentare, che è nell’incontro finale. Però, è importante che il nostro cammino sia sempre illuminato da quello che ci permette di essere visibili e di essere strumenti, testimoni di una Parola che si vuole fare carne dentro di noi. 

L’esperienza che Simeone vive è un’esperienza di attesa, di fiducia e di amore. 

Come Giuseppe e Maria si sono presentati nel Tempio, anche tante altre famiglie si sono presentate nel Tempio. E non è che avevano scritto sulla testa un cartello: “Hallo, siamo noi, siamo arrivati, siamo Giuseppe e Maria”. Nessuno ha messo giù i tappeti, nessuno ha fatto risonanza di questa cosa. Sono passati in mezzo a tanti altri, come una famiglia umile, semplice, fedele. 

Ma la cosa bella è che quest’uomo, Simeone, nella sua attesa, era stato visitato più di una volta dallo Spirito Santo. Ed è lo Spirito Santo che lo porta a riconoscere, in mezzo a tante altre famiglie, la Sacra Famiglia. E questo incontro che la Sacra Famiglia fa è un altro momento di stupore, perché quest’uomo, saggio nella preghiera, attento in quello che accade intorno a lui, come segno del Signore, prende in braccio questo bambino. 

Io dentro sento questa commozione, perché quel bambino è Dio. Dio che ancora una volta si rivela nella fragilità umana, nella piccolezza. In quel bisogno che ha di essere accolto, come abbiamo celebrato nel Natale, oggi si conferma questo momento importante. E questo saggio uomo lo tiene tra le mani. Lui che non ha più la forza di poter compiere gesti forti, può compiere il gesto più importante, quello di accoglierlo e di amarlo. 

Quello che io vi ho chiesto nel Natale, di fermarvi a casa vostra, nei vostri presepi, è di guardare quel bambino. E di poterlo tenere tra le mani, perché sì, è una statuina. Ma per noi, che diciamo di avere fede, quella statuina, quel bambino, è Dio che vuole farsi conoscere. E Simeone questo momento l’ha vissuto nella concretezza, nella possibilità, nella gioia di un uomo che aveva compiuto il suo percorso, perché ha visto la luce. Quella luce che ha rallegrato i pastori, quella luce che hanno manifestato gli angeli, quella luce che era tanto attesa. “Il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate”. Ecco, Simeone in quel momento ce l’ha sulle mani. E loda, fa questo canto che noi recitiamo durante la Compieta: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza”. 

Noi dovremmo imparare da queste figure, da questo Vangelo, per capire cosa significa attendere, cercare, incontrare e amare per un cristiano. E ce lo racconta Anna, l’effetto di questa ricerca, cioè non poteva non trattenere la sua gioia e raccontare a tutti la bellezza di questo momento. 

Non so quanti di voi hanno raccontato a quelli che hanno incontrato la bellezza di Natale. Non so quanti di voi hanno gioito e hanno mantenuto il clima del Natale, affinché continuasse. Io mi auguro che si maturino questi aspetti, perché la nostra vita non è fatta di segmenti, compartimenti stagni. Noi dobbiamo vivere alla luce di Cristo, sempre. Dobbiamo desiderare che questa luce illumini il nostro cammino e ci aiuti a essere strumenti di annuncio e di testimonianza. 

Il desiderio di una Peregrinatio Mariae non è così: “Facciamo un po’ di folclore, un po’ scena, facciamo girare la Madonna”. No, non è questo, è il desiderio che la Madonna, ancora di più, ci visiti. Dobbiamo farci trovare presenti, venirLa a visitare. E raccontarLe la nostra vita, le nostre problematiche, la fatica che facciamo a essere cristiani in questo mondo. MetterLe davanti le cose che ci ostacolano, che maggiormente ci fanno perdere la pazienza.

Lei è lì, sofferente, sotto la croce. Ma la Sua sofferenza viene dopo le nostre sofferenze, perché Lei è stata affidata a noi. Gesù ci ha affidati a Lei, perché ognuno di noi possa avere questa fiducia. Non è banale in questo momento, sapete. Vi chiedo proprio di non sottovalutare la presenza di un luogo già sacro, già santo per la presenza del Signore, ma di quello che può suscitare per noi il passaggio della Mamma del Signore. Che la ricordiamo come Salve, salvezza nostra, che intercede e ama tutti coloro che si affidano a Lei. 

Allora, ringraziamo il Signore nel nostro cuore, lo portiamo con fiducia e preghiamo per questa Eucaristia. Per le necessità, non solo di questa parrocchia, ma per questi bambini, per le famiglie, per tutte le famiglie che sono legate all’unità pastorale Sette Chiese».

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