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Il Robespierre alessandrino

“Alessandria racconta” di Mauro Remotti

Francesco Maria Dulac nasce ad Alessandria nel 1749. Il padre Giuseppe vorrebbe fargli intraprendere la carriera ecclesiastica, ma il giovane decide invece di dedicarsi allo studio del diritto. Diventa, quindi, avvocato dei poveri e poi giudice del Regio Consiglio di Giustizia. Dulac è anche un esponente di rilevo della loggia massonica cittadina, la cui sede – come ricordano Lorenza Lorenzini e Marco Necchi nel libro “Alessandria storia e immagini” – è situata nel seminario di via Vochieri, ma che spesso si riunisce presso l’albergo de la ville, adiacente alla chiesa di San Lorenzo.

Quando, nel primi giorni del dicembre 1798, le truppe francesi occupano Alessandria è tra coloro che si schierano a favore degli invasori. Qualche mese più tardi, viene chiamato dal generale di brigata Bertrand Clauzel a presiedere la nuova municipalità, assumendo altresì la carica di presidente del tribunale civile e criminale. Grazie al suo prestigio, riesce a fare da paciere tra la popolazione, esasperata dalle continue vessazioni delle truppe francesi, e il generale Gaspard Amédéé Gardanne, che minaccia una tremenda rappresaglia in caso di mancato pagamento degli odiosi balzelli. L’autorità cittadina giacobina ha però vita brevissima. Il 26 maggio 1799 Alessandria viene assoggettata dall’esercito austro-russo che pone l’assedio alla Cittadella.

Carlo Emanuele IV di Savoia riprende il potere ripristinando le vecchie disposizioni e affidando il comando della città al conte di Sonnanz. A causa di un tradimento, Dulac viene arrestato e imprigionato a Vigevano insieme al figlio avuto dalla moglie Marianna Rosetti. Negli atti dell’inchiesta viene definito: «Capo rivoluzionario e primo motore di tutte le deliberazioni terroristiche, denominato Robespierre, ateo, crudele e sanguinario».

Tornato libero dopo la vittoriosa battaglia di Marengo e la firma della Convenzione di Alessandria, Dulac declina gli inviti a ricoprire nuove cariche politiche, preferendo essere nominato reggente del Consiglio di Giustizia e successivamente, dal 1801 al 1814, giudice della Corte d’Appello di Torino. Con l’avvento della Restaurazione, si ritira a vita privata dedicandosi alle lettere, sino alla morte sopraggiunta nel 1821. Lo storico Carlo A-Valle gli riserva parole di elogio: «Giudicalo variamente dai contemporanei a seconda delle passioni: ma la storia dirà di lui, che egli era uomo d’ingegno e di cuore».

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