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Foto di Eugenio Licata

Don Agostino, mio fratello, una volta mi salvò la vita

Il ricordo di don Mario Cesario

«Ancora cosciente, fino all’ultimo ha rifiutato l’accanimento terapeutico»

Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre è tornato alla Casa del Padre all’età di 85 anni don Agostino Cesario, priore della parrocchia della Madonna del Carmine Insigne collegiata dei Santi Pietro e Dalmazio. I funerali sono stati celebrati lunedì 7 ottobre dal nostro Vescovo, alla presenza delle autorità cittadine e di tantissimi fedeli che gremivano la chiesa del Carmine: una commovente dimostrazione di affetto e partecipazione da parte di tutta la città. Per ricordarlo abbiamo incontrato il fratello, don Mario Cesario, che ha condiviso con don Agostino il percorso di fede e di vita sacerdotale.

Don Mario, un ricordo di suo fratello.
«Ricordi ce ne sono tanti (si commuove, ndr). Mio fratello era legatissimo alla famiglia: alla mamma, al papà e in particolare a noi fratelli. La famiglia era il suo cuore. Ed è stato bellissimo vederlo negli ultimi momenti all’Hospice, con le nostre due nipotine Caterina, di 9 anni, e Francesca, di 6. La grande, più alta, è riuscita a dargli un bacino; mentre la più piccola si è infilata sopra il letto arrampicandosi dai piedi sino alla testa. E lui sorrideva: è stato un anticipo del Paradiso».

Che cosa le ha insegnato?
«Mi ha insegnato a essere onesto e corretto. E poi il senso della preghiera. Io sono stato sempre il “secondo”, e sono felice di essere stato al suo fianco. Per qualsiasi cosa ero il suo “braccio”, anche per la catechesi e l’oratorio, in particolare nei nove anni agli Orti. Si consumava veramente per gli altri. Molte volte gli dicevo: “Agostino, fermati un momento”. Lui invece niente, andava avanti. Ricordo che quando eravamo agli Orti partiva dalla Valle d’Aosta al mattino presto per venire ad Alessandria a dir Messa in parrocchia, e poi ritornava. Non è mai stato violento, neppure verbalmente. Aveva le idee chiare, ma non le ha mai proposte con la forza. Io, poi, gli devo la vita…».

Ci racconti.
«Da bambini, in tempo di guerra, eravamo sfollati in Meridione dai parenti. Io avevo 4 anni e lui 8… un giorno ci trovavamo nella pasticceria di nostro zio, e proprio in quel momento arrivarono i tedeschi. Noi eravamo dietro la porta, ben chiusa. I soldati stavano per lanciare una bomba a mano per entrare, e lui mi disse: “Mario, non ci faranno male, stai tranquillo. Apriamogli”. E così mi salvò, facendoli entrare».

Chi era don Agostino?
«Uno che non ha mai detto di no. E quando lo faceva non era una negazione categorica, cercava di dialogare. Molti mi hanno detto: “Tuo fratello non ha fatto carriera”. Certo, perché era un uomo onesto. Anche quando celebravamo le Messe, lasciavamo le offerte sempre qui per la parrocchia, non c’è mai stata avidità. E poi era un uomo di grande spiritualità: si fermava sempre nei primi banchi a recitare il breviario. Quando era all’Hospice disse una cosa che meravigliò tutto il personale: “Lasciatemi andare a dir Messa in parrocchia”. Lo ripeteva sempre, come suo ultimo desiderio, pur non potendo realizzarlo. E quando ci hanno proposto l’accanimento terapeutico, abbiamo deciso di non accettare. Lui, cosciente, ha scelto di essere curato normalmente».

E adesso come sarà la sua vita, don Mario?
«Un pochino più sola. La morte fisica di mio fratello mi fa soffrire, ma come dico sempre a me stesso e agli altri, ho un protettore in più dall’altra parte».

Andrea Antonuccio

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