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«Ho risposto alla Sua domanda: “Perché sei venuto qui?”»

Ordine Domenicano

«Questo anno di Noviziato è stato un tempo di Grazia». A dircelo, nello scorso numero, è stato fra Cristoforo Maria Grassi, uno dei due frati alessandrini che dal settembre 2020 hanno incominciato il percorso all’interno dell’Ordine Domenicano. Lo avevamo contattato per farci raccontare il loro ingresso nelle “professioni semplici”, avvenuto sabato 4 settembre alle 18.30, nella Basilica di Santa Maria delle Grazie a Milano. Per questa settimana abbiamo passato la parola al suo compagno di vocazione, fra Matteo Belloni (in foto qui sotto, a destra), 24enne di Villa del Ferro nel comune di Val Liona (Vicenza), che ad Alessandria ha conseguito la triennale in Scienze Biologiche all’Università del Piemonte Orientale.

Fra Matteo, cosa hai provato durante l’ingresso nelle “professioni semplici”?

«Diversi i pensieri e le emozioni che hanno preceduto e accompagnato la celebrazione eucaristica del 4 settembre, ma senza ombra di dubbio, l’atto di offerta di sé nelle mani di Dio, della Beata Vergine Maria, di San Domenico e dell’Ordine dei frati Predicatori, seguito dal bacio di pace con il Priore Provinciale, è stato quello che ha suscitato sensazioni indimenticabili e per certi versi difficili da esprimere. Si passa dal batticuore alla consolazione derivante dalla donazione di sé. Oso prendere un’immagine, che è quella del sacrificio di Isacco: la vicenda porta a una tensione a cui segue una grande consolazione che deriva non solo dal fatto che il ragazzo è salvo, ma anche, e forse tanto più, dal fatto che si sia compiuto un atto di fede nei confronti della parola del Signore».

Cosa significa questo traguardo?

«La professione, detta “semplice” o temporanea, è la prima professione ed è quella a partire dalla quale si computano gli anni di vita religiosa; è quindi l’inizio vero e proprio del nostro cammino di speciale consacrazione al Signore Gesù, sulle orme del Santo Padre Domenico. È detta semplice per il fatto che è temporanea per tre anni e rinnovabile al massimo per altri tre, e anche perché a livello giuridico il frate non partecipa pienamente dei diritti e dei doveri che invece assumerà quando sarà professo solenne. Il nostro percorso prevede quindi la professione perpetua o solenne, nella quale si promette obbedienza fino alla morte. Nel frattempo, il percorso formativo continua, e prendono corpo gli studi accademici».

Come hai vissuto questo primo anno? Che cosa ti ha dato e che cosa ti ha tolto?

«Direi che l’anno è stato vissuto nel desiderio di formare “la mente ed il cuore nello spirito domenicano”, come insegnano le nostre costituzioni. Per quanto riguarda il dare e il togliere direi che nulla ci sia stato propriamente tolto, bensì limitato e regolamentato, ed è proprio questa la libertà che c’è stata data. Non poter uscire dal convento come e quando si vuole o non avere la libertà di usare i mezzi di comunicazione sociale a proprio piacimento può sembrare una sottrazione di determinate libertà, ma ci si accorge che questi limiti ci liberano da tanti pensieri e ci è dato tutto il tempo per rispondere alla tradizionale domanda che il Signore ci pone: “Perché sei venuto qui?”. Tutto ciò che ci è stato tolto era funzionale alla possibilità di formarsi nel migliore dei modi alla scuola di San Domenico e di rispondere liberamente alla domanda del Signore».

Non ti manca il mondo esterno, o quello che facevi prima? Penso a lavoro, studio, famiglia…

«Certamente questo è capitato: penso a quando vedevo una giornata particolarmente luminosa, con il sole raggiante e l’aria fresca e nasceva allora in me desiderio di fare una bella passeggiata; oppure quando sapevo di una qualche festa in famiglia o quando nascevano interessi riguardanti gli studi precedenti. Qualche privazione quindi la si vive, ma ognuna, se vissuta nella fedeltà alla volontà del Signore, viene subito ricompensata dalla sua bontà: se si rimane fedeli, pazientando in questa sua volontà, si viene prontamente ricolmati della sua misericordia traendone grande beneficio».

C’è una cosa che hai capito di te?

«Avendo ricevuto la possibilità di sperimentare la vita domenicana, credo che la cosa più importante sia aver capito che questa proposta di vita è fatta per me e che vale la pena che mi spenda per essa. È vero che il Noviziato è un anno singolare, diverso dalla vita che effettivamente il frate si troverà a vivere, ma gli elementi portanti rimangono. E il più attraente è quello splendidamente riassunto da San Tommaso: “Contemplari et contemplata aliis tradere”, ovvero “contempla e porta agli altri ciò che hai contemplato”».

Cosa consiglieresti a un giovane che è incerto sulla propria vocazione?

«Gli direi che deve anzitutto insistere nel chiedere alla Beata Vergine Maria e al Signore che gli mostri la via da seguire. Poi gli direi di ricordare se nella sua vita c’è stato mai un genere d’incontro che, più di altri, l’ha toccato nel profondo o che magari l’ha addirittura vinto… Come quando Giacobbe ha combattuto con Dio (Gen 32, 25-29). Infine, gli direi di credere a questo incontro e di sceglierlo, tanto più se delle persone sagge e di fiducia a cui ha chiesto consiglio l’hanno sostenuto nella scelta che si sta prefigurando di fare».

Alessandro Venticinque

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