La Chiesa? Ha un problema di fede: intervista a don Luigi Maria Epicoco

Sabato 8 novembre alle ore 21, la catechesi di don Luigi Maria Epicoco in Cattedrale

«Pensiamo che si debba migliorare la performance: ma Gesù è al centro della nostra vita?»

Sabato 8 novembre, alle ore 21, nella Cattedrale di Alessandria arriverà don Luigi Maria Epicoco. Il sacerdote, molto conosciuto per i suoi libri e le sue testimonianze, terrà una catechesi all’interno delle celebrazioni per la chiusura dell’Anno giubilare e i festeggiamenti legati agli 850 anni della nostra Diocesi. Una catechesi, quella di don Epicoco, che sarà preceduta, alle ore 19, dall’Adorazione Eucaristica animata dal gruppo “Camminando Insieme” (vedi a pag. 4).

Don Luigi, si può presentare a chi non la conosce?

«Sono un sacerdote che cerca di esercitare il proprio ministero con gli strumenti che gli sono più affini. Innanzitutto, sono un parroco in una piccola comunità a L’Aquila, poi insegno filosofia in alcuni atenei a Roma e L’Aquila, e mi occupo di formazione. Accanto a questo ci sono anche la scrittura e la divulgazione, ma sono tutti modi di annunciare il Vangelo e non mestieri a sé stanti. Allontano da me ogni definizione che magari dica scrittore, teologo, filosofo, professore… i miei sono tutti modi di esercitare il sacerdozio».

Di che cosa parlerà nella catechesi di sabato 8?

«La mia sarà una riflessione che parte dalla Parola di Dio per arrivare a capire che cosa significa essere Chiesa in questo momento storico».

La lista dei suoi libri è molto lunga. Come fa a scrivere così tanto?

«Basta soffrire di insonnia e avere un po’ di costanza (sorride). A parte gli scherzi, la maggior parte di questi libri nascono “on the road” (letteralmente, “sulla strada”, ndr), sono il lavoro riflessivo che poi va a finire negli esercizi spirituali o negli incontri di formazione: la traccia scritta di qualcosa che poi accade pastoralmente. Certo, ci sono anche testi che nascono come riflessioni scritte e rimangono come un libro vero e proprio. Sono modi di esercitare l’annuncio del Vangelo, non altro».

Una delle sue ultime pubblicazioni si intitola “Gesù veramente”. Chi è per lei Gesù, veramente?

«Nel libro è trattato l’approccio che l’evangelista Marco ha verso la figura di Gesù. Per me Gesù “veramente” è, innanzitutto, la persona di Gesù, come dice Marco, prima ancora delle sue idee, prima ancora della sua morale o della sua teologia. La persona di Cristo è la cosa più interessante della vita, è il motivo per cui vale la pena vivere».

Qual è oggi l’urgenza più presente nella Chiesa?

«Questa è una bella domanda (sorride). L’idea che mi sono fatto è che continuiamo a lavorare sulla “performance”… pensiamo che si debba migliorare la prestazione! Ma il problema della Chiesa è, da sempre, un problema di fede: se noi, cioè, abbiamo al centro Gesù, o se invece Gesù è un pretesto per altro, per le nostre iniziative, anche lodevoli, ma la Sua persona non è più decisiva all’interno della vita ecclesiale».

Pochi giorni fa è stato presentato il documento dei Vescovi italiani a conclusione del Cammino sinodale, durato quattro anni. Lo ha letto?

«Molto velocemente, non ho ancora elaborato una mia idea specifica. Ho sempre una sorta di preoccupazione: negli anni, siamo diventati molto bravi a produrre dei documenti che sono illuminati e illuminanti, ma molto spesso rimangono delle riflessioni, molto belle, che alla fine non incidono sul vissuto. La mia vera preoccupazione è passare dal proposito a un fatto, da una riflessione che nasce in un contesto di confronto e di comunione a delle questioni pratiche che poi possano cambiare concretamente la vita della Chiesa».

Sabato in Cattedrale ci saranno tanti giovani: ma sono i giovani che hanno smesso di sperare nella Chiesa o è la Chiesa che ha smesso di sperare nei giovani?

«Nessuna delle due. Perché la sete di senso, di felicità, di un desiderio di Dio è sempre seppellita nel cuore dell’uomo, anche in quello che più si è impigrito, che sembra contestare o essere lontano. Se la Chiesa potesse scegliere, senza nessun condizionamento, ovviamente sceglierebbe sempre di investire su tutti, e soprattutto sui giovani, che rappresentano il futuro. Senza annacquare il Vangelo, ma annunciandolo così com’è: questo crea tutta quell’attrazione di cui abbiamo bisogno».

Lei è molto attivo in Rete: come si fa a essere evangelizzatori e pastori digitali?

«Io passo per uno che usa molto i social, ma in realtà credo di non essere effettivamente un esempio in tal senso. Tanti miei confratelli, invece, “abitano” i social in maniera molto più seria di me, perché li usano come uno strumento di evangelizzazione. Per me il social è, semplicemente, il prolungamento dell’attività pastorale».

Stando troppo sui social, non si corre il rischio di piegarsi alla “mentalità mondana”, andando incontro al linguaggio e alle dinamiche del mondo?

«Sempre. Ma non c’è nemmeno bisogno di andare sui social, basta frequentare le parrocchie per accorgerci che la logica di una pastorale è fondata su un atteggiamento seduttivo. E sedurre significa “condurre a sé”. Il vero evangelizzatore, cioè colui che annuncia il Vangelo, non mette al centro la propria persona, non vuole intrattenere. È un po’ come Giovanni Battista: indica, è indicativo, non è seduttivo. L’arte vera dell’evangelizzazione è esserci e scomparire, è indicare e togliersi di mezzo, senza trasformarsi in qualcosa che si sostituisce al messaggio stesso. Ripeto, il social amplifica questo fenomeno, ma potrebbe accadere nella più remota parrocchia del mondo. Con quel parroco che, magari, ha frainteso la pastorale e la immagina come qualcosa che “intrattenga” i fedeli».

Lei si è mai sentito, in qualche modo, “sbandierato”?

«È inevitabile quando si ha un ruolo pubblico e quando la visibilità, volente o nolente, diventa molto alta. Ma bisogna imparare a defilarsi, cioè a non lasciarsi “ubriacare” da tutto questo. Perché potrebbe diventare estremamente pericoloso: innanzitutto per la mia vita personale, per il mio cammino di santità, e poi per il mio ministero, che potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe costantemente essere. Quindi sì, avverto questo rischio ma ho un grande aiuto. Il Salmo 50 dice: “Il mio peccato mi sta sempre dinanzi”. Basta la memoria della mia fragilità, della mia debolezza e delle mie contraddizioni per farmi restare con i piedi per terra. E non in vetrina!».

Essere comunque visibile e riconosciuto, sui social e fuori, ha cambiato la sua fede?

«Mi accorgo che una parola può edificare o può distruggere, per cui sento grande la responsabilità di dire cose che non sono mie, ma che appartengono al Vangelo e alla Chiesa. Per poter far questo, bisogna però chiarirsi le idee. Quando una cosa è chiara solo a te, inizia e finisce lì. Quando devi spiegarla a qualcun altro, sei costretto a farla tua e a entrarci più decisamente dentro. Lo dico spessissimo alla gente che incontro: “Tutte le cose che posso dire in una catechesi, in una lectio, in una conferenza, innanzitutto sono rivolte a me”. Io sto annunciando il Vangelo a quel poveretto che sono io: non sono un “arrivato” che dà lezioni agli altri, ma uno che è sulla stessa barca».

Un invito per sabato?

«Sarà un momento di Chiesa: essere popolo di Dio è qualcosa che fa bene al cuore. Ci si accorge di essere insieme, e quando si è insieme c’è una dinamica dello Spirito che si manifesta. È bello che ci sia un evento di popolo, in cui tutti siamo convocati attorno a quel grande Vangelo che è Gesù».

Alessandro Venticinque

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