Il Papa abbraccia i giovani del Policoro: intervista a Giorgio Ferrazzi, animatore e formatore d’area del progetto

«Ci impegniamo nella creazione di lavoro dignitoso, sostenibile, solidale e creativo»

 

«Il progetto Policoro ha raggiunto il traguardo dei trent’anni: un’occasione che ci deve aiutare a guardare avanti con gratitudine e fiducia. Voi giovani siete il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trent’anni avete seminato un’immensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa». Con queste parole papa Leone XIV ha accolto sabato 21 febbraio nella Sala Clementina in Vaticano gli animatori di ieri e di oggi del progetto Policoro. Questa realtà di respiro nazionale, promossa dalla Conferenza episcopale italiana, nasce nel 1995 e ruota attorno a tre parole: Giovani, Vangelo e Lavoro. Abbiamo chiesto a Giorgio Ferrazzi (nel tondo), che del progetto è animatore senior della diocesi di Alessandria e attualmente formatore d’area per le regioni Piemonte, Liguria, Toscana e Sardegna, di raccontarci questa esperienza.

Giorgio, la due giorni che vi ha portato dal Papa è iniziata con il convegno “Trent’anni di Progetto Policoro, tra memoria e futuro”.

«Questo trentennale è il segno di un’intuizione profetica di don Mario Operti, che nel ’95 era direttore dell’ufficio nazionale per i problemi sociali e per il lavoro, insieme con don Domenico Sigalini della pastorale giovanile e monsignor Giuseppe Pasini della Caritas. Ed è proprio monsignor Sigalini, oggi 83enne, che ha aperto il convegno del venerdì pomeriggio: lui arriva dal mondo bresciano e ci ha raccontato di tutta la cura e l’attenzione per i ragazzi che lasciavano la scuola per andare a fare i muratori. E così, 30 anni fa, c’è stata questa lettura della realtà, con l’emergenza del lavoro che colpiva le regioni del Mezzogiorno, che ha colto un nodo che vale in ogni latitudine: il lavoro è parte integrante della vita, non possiamo relegarlo a otto ore e poi parlare di “bilanciamento vita-lavoro”. Oggi non siamo più nel ‘95, quindi ci sono alcune cose che si sono rinnovate negli anni, dalla crisi del 2008 ai giorni nostri, per rispondere in maniera diversa alle esigenze lavorative delle persone. Venerdì ci ha aiutato anche la professoressa Cristina Pasqualini, sociologa della Cattolica di Milano che collabora con l’Istituto Toniolo, evidenziando con i numeri quello che leggiamo nella realtà: se i nostri genitori, o addirittura i nostri nonni, vedevano il lavoro come la ragione della vita, oggi invece i giovani cercano un lavoro che “dialoghi” con tutto il resto».

Altri aspetti significativi del convegno?

«Intanto partirei dalla testimonianza di Alessandro Corina e Gilda Falcone: attraverso la loro esperienza, riportata nel documentario “Cosa farò da grande”, raccontano come dall’essere animatori di comunità del progetto Policoro sia poi partita un’idea imprenditoriale che mette al centro la persona, portando avanti un modo diverso di fare economia: il profitto è importante, serve, ma non è la misura di tutto. Essendo questo un progetto dove i giovani si mettono al servizio di altri loro coetanei, quando tu accompagni qualcuno e ti fai prossimo non puoi non mettere in discussione te stesso e dire: “Ma in queste cose ci sto credendo?”. A seguire, ci sono state tre testimonianze di animatori di comunità, ciascuna per ogni decennio. Se dovessi trovare un denominatore comune, tra queste esperienze, è quello di ricentrare la vita. Il mondo ti dice che sono importanti il successo e il profitto, che diventano così l’unica meta verso cui correre. Invece si possono costruire realtà imprenditoriali importanti, mettendo al centro la persona, leggendo i bisogni del territorio e cercando di dare una risposta in uno spirito di sussidiarietà. Dei quasi 500 “Gesti concreti”, ovvero le realtà imprenditoriali nate dall’accompagnamento e dall’esperienza del progetto Policoro, tanti stanno in piedi bene perché non sono stati costruiti sulla sabbia, ma hanno delle fondamenta basate sulla roccia».

Si è parlato anche di futuro.

«Alla fine del convegno monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana con delega per il progetto Policoro, ha delineato le nuove prospettive e le nuove coordinate. C’è il tema delle aree interne, tutte quelle zone distanti dai centri dei servizi. Poi, la formazione socio-politica, la creazione di reti comunitarie anche per creare start-up d’impresa e la valorizzazione dei beni ecclesiali. In questi anni, come formatore e animatore di comunità, ho avuto modo di girare l’Italia. Penso all’esperienza di Napoli, dove il centro storico è costellato di chiese che sono chiuse da tempo. Oggi, con i giovani accompagnati dal progetto Policoro, si sta rimettendo in piedi un museo diocesano diffuso che permette e propone un modo diverso di vivere la storia e la città».

Hai citato i 500 “Gesti concreti”. Che cosa sono? E quali sono attivi ad Alessandria?

«Sono realtà, come associazioni, imprese o liberi professionisti, nate dal progetto Policoro, e si impegnano attivamente nella creazione di lavoro dignitoso, sostenibile, libero, solidale, partecipativo e creativo. In totale, parliamo di 500 Gesti concreti in questi 30 anni, e oggi ne sono censiti 400. Uno di questi è anche ad Alessandria: si tratta della cooperativa sociale Kairos, che cerca di migliorare la sanità e i servizi alla persona».

Sabato 21 siete stati in udienza da papa Leone XIV.

«Aspettavamo molto questa udienza, Per me è stato un appuntamento tanto atteso: ho avuto la fortuna di viverlo non soltanto con mia moglie ma anche con nostra figlia Vittoria, che ha 5 mesi. Davanti al Santo Padre di solito si porta un dono, e noi invece ci siamo sentiti di dirgli: “Santità, le abbiamo portato il dono più bello che Dio ci ha fatto”».

Cosa ti ha colpito del suo discorso?

«Mi ha colpito il tema dei tanti “no”. Il Papa dice: “Sono stati detti tanti “no” a scorciatoie di corruzione, sfruttamento del lavoro e ingiustizie; alcuni beni confiscati alle mafie sono diventati investimenti nel sociale; sono nate cooperative che hanno fatto fiorire città e territori”. In una società che, a volte, ci dice che non serve scegliere, che si può dire e fare tutto, dire “no” permette di intraprendere una strada in cui, nella libertà, si può anche cambiare. Poi ha terminato così: “L’Italia e l’Europa hanno bisogno di voi, del vostro entusiasmo”. In questo trentennale due miei colleghi dell’équipe di formazione con i tre direttori nazionali e i vertici del progetto sono stati invitati al Parlamento Europeo, qualche mese fa, per raccontare la nostra esperienza.  E adesso questi miei due colleghi andranno in Colombia, nella diocesi di Mocoa, a seguito di un anno di accompagnamento, formazione e incontri: trent’anni fa, in Italia, si è ipotizzata una strada, e adesso ci sono realtà che ci chiedono una mano per aiutare i giovani a vivere l’esperienza del lavoro in maniera diversa. Anche scegliendo di dire dei “no” alla criminalità, alle ingiustizie… Personalmente, mi sono ritrovato a dire, in una zona difficile come il centro della Sardegna, che ci sono territori in cui si può solo scegliere se arruolarsi con quelli in divisa o con quelli che la divisa non la mettono. Invece il progetto Policoro è stato ed è capace di aiutare i giovani a costruire la loro libertà, fondata sicuramente su una fede che dà la capacità di dire di no a certe logiche. Le parole del Papa sono state come uno schiaffo, una sveglia. E nel mio essere neo-papà devo ricordarmi che non si può sempre dire “sì”. Ci sono dei “no” che fanno crescere».

Alessandro Venticinque

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