Al “nostro” seminarista Matteo Chiriotti è stato conferito l’Accolitato
Giovedì 4 giugno, in occasione della Solennità del Corpus Domini, al seminarista Matteo Chiriotti, 24enne valenzano al quarto anno di studi, è stato conferito l’Accolitato. La Celebrazione Eucaristica nella chiesa Nostra Signora del Carmine di Alessandria è stata presieduta dal nostro Vescovo, monsignor Guido Gallese, seguita dalla processione per le vie del centro fino alla Cattedrale.
Matteo, raccontaci come è andata giovedì.
«È stata un’esperienza molto bella. Ero agitatissimo, forse per il fatto di essere più vicino all’ordinazione sacerdotale con tante persone di diversi ambienti che hanno vissuto quel momento insieme a me. Tutto questo ha contribuito ad avere un’agitazione buona e positiva, perché mi sono reso conto di star vivendo un momento importante della mia vita. È molto bello iniziare a “mettere le mani” sull’Eucarestia, segna l’inizio di qualcosa che farò in maniera più piena e completa con l’ordinazione sacerdotale. È emozionante per ciò che porta con sé questo ministero, ma anche per l’aspetto comunitario. A volte sembra astratto o idealistico, ma quanto è bello quando l’aspetto comunitario è vissuto pienamente! Non sei tu che vivi questa vocazione, ma tutti la vivono insieme a te. Tutti coloro che hai conosciuto e che il Signore ti ha messo accanto».
Cosa puoi fare dopo aver ricevuto questo ministero?
«Un accolito può distribuire la Comunione nelle Celebrazioni eucaristiche e anche agli ammalati; può esporre e riporre il Santissimo Sacramento; su delega del celebrante può purificare, e può apparecchiare e sparecchiare l’altare».
Un momento della celebrazione che porti nel cuore?
«È stato commovente dare la Comunione ai chierichetti e ai miei compagni di seminario, è stato davvero unico. Non avevo mai pensato a quanto potesse essere bello, mi ha stupito e commosso».
Come sei cresciuto in questi anni di seminario?
«Una maturazione la vedo chiaramente, e meno male, il seminario a qualcosa è servito (sorride). Vivendo in una comunità, sei chiamato a migliorare e a crescere nel rapporto con il Signore. Vivere insieme così, per me, è un grande esempio: nello studio, nella preghiera, nella vita pastorale, sia a Genova sia ad Alessandria. È un grandissimo stimolo alla crescita spirituale, intellettuale, umana e pastorale. Reputo di essere cresciuto molto, sento la grande responsabilità di diventare sacerdote e dare la vita per la gente, il popolo del Signore. Ma è una responsabilità positiva, che dà una carica maggiore. Anche da sacerdote sarà importante la relazione con i miei compagni di seminario».
Che cosa ti preoccupa della vita sacerdotale?
«Specifico e premetto che sono preoccupazioni umane, e si possono superare vivendole alla luce della grazia del Signore e dell’amore che Lui ha per me. Allora, le preoccupazioni sono due. La prima è di non essere all’altezza delle persone, di non essere abbastanza, di essere uno strumento insufficiente. Mi vengono in mente le parole del Santo Padre Benedetto XVI nel discorso della sua elezione: “Mi rincuora che il Signore si serva anche di strumenti insufficienti”. Da un lato c’è la paura, dall’altro c’è il Signore che sistema tutto. La seconda preoccupazione è appiattirsi con il tempo: lo vedo vivendo la vita spirituale e le sue dinamiche, perché ci sono momenti in cui, per cause esterne o motivi vari, si rischia di appiattirsi, di perdersi l’annuncio e non vivere la gioia del rapporto con il Signore. Un pericolo che vale per chiunque. E fa bene ogni tanto rendersi conto che il ministero sacerdotale non è solo celebrare Messe o avere tanti impegni. Ma ogni cosa deve essere fatta con il desiderio di salvezza delle anime delle persone».
I giovani in Italia sono lontani dalla Chiesa?
«Negli ultimi decenni c’è stato un progressivo allontanamento dalla fede, per tanti motivi. I giovani hanno bisogno di un amore che risulti, agli occhi della nostra anima e del nostro cuore, totalizzante. I giovani hanno bisogno di cercare la felicità in qualcosa di stabile, che li nutra davvero. Noi come Chiesa ci giochiamo tutto nell’essere cristiani veri, a maggior ragione i sacerdoti. Dove ci sono buoni cristiani che vivono pienamente il loro ministero e la loro fede, i ragazzi non mancano, ci sono. A Genova ho conosciuto diverse comunità e sacerdoti che sono degli esempi di vita cristiana e vivono l’amore totalizzante di Dio che ti riempie e ti dà la vera gioia».
Quali sono i tuoi impegni oltre al seminario?
«A Genova il lunedì pomeriggio vado al “Paverano”, un’opera del Piccolo Cottolengo di Don Orione: un luogo in cui vengono ospitati bambini e ragazzi con disabilità, e persone anziane con problematiche di vario tipo. Io sto con loro, tengo compagnia e mi occupo di loro. In questo servizio si impara a servire gli ultimi, quelli che spesso sono dimenticati: avere qualcuno che passi del tempo con loro, è una gran cosa. Sono realtà non semplici, molti anziani non sono in grado di parlare. Ma si può dare tanto amore e portare Cristo, proprio dove Lui ci ha chiesto di andare. Nella nostra diocesi sono nelle parrocchie di Valenza e mi occupo della formazione dei ministranti, del corso animatori e di molte altre attività pastorali».
C’è qualcuno che vuoi ringraziare per questo traguardo?
«Ringrazio il Vescovo Guido per l’occasione che mi ha dato dall’inizio e per continuare a darmi fiducia, per la sua paternità e per essere Pastore di questa Chiesa. Ringrazio il mio parroco, don Santiago Ortiz, che mi ha accompagnato alla fede, portato in seminario e seguito in questo percorso. Ringrazio i sacerdoti della mia unità pastorale, in particolare don Gianluca Depretto, un carissimo amico che mi è stato vicino. E, per ultimo, ma non per importanza, ringrazio il seminario di Genova, con i formatori e i compagni per tutte le occasioni che mi ha permesso di vivere. Tutto questo è un dono prezioso della grazia di Dio che si fa sempre presente e continuamente nelle persone».
Chi è per te Gesù Cristo?
«Per me è il mio tutto. Colui al quale voglio consacrare la mia vita, è il mio sposo, la fonte della mia gioia e della mia felicità, il senso della mia vita. Ed è anche la mia forza, perché è Colui che mi dona la grazia di amare tutti indistintamente. Per rispondere, vorrei citare il Salmo 17: “Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza”».
Alessandro Venticinque
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
