Un maestro per Samir: intervista ad Andrea Avveduto
«Racconto le storie di chi ha ricominciato a vivere»
Andrea Avveduto, responsabile della comunicazione per l’Associazione pro Terra Sancta, a fine settembre, ha pubblicato Un maestro per Samir, il volume edito da Libreia Editrice Vaticana (2025, pagine 192, 17 euro). Il volume racconta storie di uomini e donne che vivono in Siria: le testimonianze di Samir, Myriam, Basel, Omar (e tanti altri) parlano di sofferenza in mezzo alla violenza guerra civile, alle barbarie dell’estremismo, alla fame e all’insicurezza, alle migrazioni e alla miseria. Eppure, dentro alle storie e alla Storia di un Paese martoriato, c’è una luce inaspettata che si intravede: la speranza.
Avveduto, cosa c’è al centro del suo libro?
«Con questo libro voglio dire semplicemente una cosa: anche nella situazione più buia c’è una speranza, c’è una possibilità di luce. Io ho raccontato, attraverso queste vicende, la storia della Siria a partire dal 2013: quando la guerra civile era diventata una guerra per procura, con l’arrivo dell’Isis, al-Qaida, al-Nusra e tutte le brigate jihadiste che avevano sostituito l’esercito libero contro il regime di Bashar al-Assad, e si erano inserite in questo scacchiere dove poi la politica internazionale ha giocato. Le storie che racconto parlano di uomini e donne comuni, non particolarmente famose, che ho incontrato nei miei viaggi. Ho avuto la possibilità di andare in Siria anche durante la guerra e ho incontrato queste persone. Le ho raccontate perché, dentro tutte queste storie, c’è un elemento di speranza, una rinascita della vita. Ecco, la vita è un altro punto fondamentale: in un contesto così, dove ci sono stati centinaia di migliaia di morti, legati alla guerra, a malattie o suicidi, ciò che mi ha sorpreso è che la speranza continui ad abitare la Siria. La speranza sta nei volti di queste persone che dopo incontri, dopo fatti inaspettati, hanno ricominciato a sperare, hanno ricominciato a vivere. Per cui, c’è una speranza che non è solo politica, che è anche corretto che ci sia. Ma una speranza che nasce dall’uomo, dal cuore dell’uomo che è fatto per amare ed essere amato».
Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, nella prefazione, dice: “Storie di viventi che ci parlano del Vangelo anche se i protagonisti delle storie non sono nemmeno cristiani”.
«Ci parlano del Vangelo, cioè del messaggio di Gesù che è un messaggio di amore. Un amore all’altro che è incondizionato, e questo aspetto lo si può ritrovare in tutti. Poi, nel libro, ci sono anche storie di frati che si sacrificano e danno la propria vita per gli altri, ma ci sono anche altri esempi di carità che attraversano ogni cultura e religione. E ci dicono che il messaggio del Vangelo non è solo per i cristiani, ma è un messaggio di Gesù, che tocca il cuore dell’uomo, perché tutti gli uomini hanno lo stesso cuore. Cioè, un cuore che desidera la felicità, il bello, la giustizia, il perdono».
Al centro del libro c’è la storia di Samir. È la vicenda che l’ha colpita di più?
«Non direi che è la storia che mi ha colpito di più dal punto di vista emotivo, ma è una storia fondamentale. Perché “Un maestro per Samir” indica il bisogno che oggi ha la Siria: avere luoghi dove si possa riscoprire uno sguardo diverso. Il Patriarca di Gerusalemme, cardinal Pizzaballa, diceva che la pace non c’entra con la vittoria militare, ma nasce da uno sguardo di amore. Ecco, uno sguardo di amore deve avere un luogo: una scuola. Samir, dopo un passato terribile, con un’infanzia difficilissima con i genitori e le sorelle, riesce a trovare la forza di sperare perché la incontra a scuola, attraverso un maestro che aveva dedicato la sua vita ai ragazzi e alla loro educazione. Da lì, Samir abbandona delle idee e una volontà che lo stava portando alla morte e sceglie di tornare alla vita. Ma questo è possibile, non perché uno ha un’illuminazione divina, ma perché incontra delle persone che già vivono, nella propria vita, questa dimensione. Io credo che questo sia bello e infonda speranza, perché anche la Siria è abitata da queste persone».
Nel capitolo finale, Crepe Luci, lei scrive: “Se la luce si può vedere dove ci sono le crepe, allora la Siria è il posto più luminoso del mondo”. Com’è possibile pensare che un Paese attraversato da guerre civili, terremoti, crisi, possa essere il posto più luminoso del mondo?
«È possibile. Io ho usato questa frase che parafrasa ciò che diceva Cohen: solo dalle crepe si può vedere la luce. In un contesto di disperazione, rabbia e violenza, come è stata ed è la Siria, incontrare queste umanità ti colpisce, perché “rompe” rispetto a quello che è il contesto. Per questo dico che è il posto più luminoso del mondo, perché quando c’è il buio uno si accorge molto di più della luce che passa. Poi ci sono contraddizioni, ci sono ferite difficili da rimarginare: la Siria è di nuovo sul baratro della guerra civile, le minoranze, una volta tolto il “tappo” del regime di Assad, hanno ricominciato con le ritorsioni, le vendette, gli scontri. Però, è bello osservare anche che, dentro questo contesto difficile, ci sono ancora dei punti di luce. E questi punti di luce, se si guardano, possono illuminare tutto quello che c’è attorno. Sono testimonianze che tutti possono guardare e mi auguro che anche la politica possa guardarle: perché la pace, se arriverà, ha bisogno di un contesto, di relazioni, di fiducia, di luoghi. Non si può costruire solo attraverso la politica. Bisogna innanzitutto cominciare a ricostruire le relazioni perdute: c’è bisogno di una pace sociale, prima di una pace politica, che si costruisce grazie ai gesti piccoli».
Poi scrive: “Quanti giornali sarebbero disposti a raccontare che si costruisce la pace scommettendo sul perdono, non sulla vendetta, sulla giustizia, anziché sugli interessi”.
«Io credo che rispetto a questo tema non dobbiamo usare delle parole che siano strumentali per degli schieramenti. Questa è la prima cosa. Disarmare le parole, diceva papa Francesco in un discorso ripreso recentemente anche da papa Leone. Cioè, dobbiamo chiederci che cosa costruiscono le parole che usiamo sui giornali.
Se costruiscono di più gli schieramenti delle tifoserie oppure delle parole che ci indicano un’altra via. Una via che guarda all’amore di tutti. È chiaro che oggi la polarizzazione del dibattito non aiuta. Invece, bisognerebbe chiedersi cosa significa costruire il bene di tutti i popoli. Chiediamoci se schierarsi vuol dire che ci sono delle morti che valgono di più e altre di meno. Oppure se c’è la possibilità di dire che ogni vita è importante, bisogna partire dall’uomo per ricostruire quanto è andato perduto».
Lei è anche responsabile dell’associazione Pro Terra Sancta. Sulla situazione di Gaza, che cosa si sente di dire?
«Noi siamo per un silenzio che va oltre le parole, non è un semplice star zitti, ma è cercare di non creare divisione. Un invito al silenzio, che è innanzitutto di un pudore rispetto al dramma che abbiamo visto in Palestina, a Gaza. Su cui, attenzione, non siamo neutrali, non vogliamo essere equidistanti. Ma il punto rimane sempre quello: non vogliamo che le parole siano strumentali per degli schieramenti. Non ci interessa difendere la Palestina o Israele, vogliamo rimettere al centro quella che è l’unica soluzione per dare un futuro dignitoso a entrambi i popoli: la convivenza, cioè iniziare a guardarsi come compagni di cammino e non come nemici. Crediamo che questa posizione, che non si ritrova oggi nei giornali, sia fondamentale da recuperare adesso. Perché è già troppo tardi».
Un invito a leggere il suo libro.
«Io credo che il motivo sia quello che ha convinto me a scriverle: per continuare a sperare, e per ritrovare una speranza anche per sé. Perché se c’è una speranza lì, vuol dire che c’è una speranza anche qua. Credo che oggi abbiamo bisogno di ritrovare fiducia e speranza nell’uomo che spesso è attraversato anche da una speranza più grande. Una speranza che per me ha trovato l’incarnazione duemila anni fa e che continua a raggiungerci oggi. E credo che queste storie, in qualche modo, possano essere uno specchio per vedere questa speranza».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
