«Alla Patrona chiedo l’amore nella mia Chiesa, e di proteggere i sacerdoti e il Vescovo»
«Guardo il Simulacro della Salve e constato sempre più che i nostri padri ci hanno presentato Maria in un atteggiamento narrato dal Vangelo. Giovanni, il discepolo che Gesù amava, con un gesto affettuoso la accoglie: “Figlio, ecco tua madre”. Giovanni rappresenta tutti noi. È un invito ad accogliere Maria nella nostra vita e ascoltarla. Lei che ci ripete, come a Cana di Galilea: “Fate quello che Gesù vi dirà”». Monsignor Gianni Toriggia (nel tondo), parroco della Cattedrale, ci accoglie nella Sala del Capitolo nella settimana che precede l’Ottavario della Madonna della Salve (la locandina è a pagina 16).
Don Gianni, ci siamo…
«Venereremo la nostra Patrona con l’annuale solenne Ottavario nel tempo pasquale: la statua della Madonna viene portata davanti all’altare maggiore. Questa tradizione di esporre solennemente Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, ha un profondo significato: Maria viene in mezzo ai suoi figli per ascoltarli, maternamente esaudirli e presentare loro Gesù risorto. E poi, la solenne processione: Maria passerà in mezzo alle nostre case, guarderà nel cuore tutti i suoi figli, quelli che credono e quelli che non credono. A tutti dirà: “Siate fedeli discepoli di mio Figlio, via, verità e vita, Principe della Pace”. In questo Ottavario, Maria guarderà con particolare affetto a due nostri seminaristi in cammino verso il sacerdozio, che riceveranno il Lettorato e il Diaconato».
Quando nasce la devozione alla Salve?
«Ha origini antichissime: è citata nel “Codex statutorum” di Alessandria, risalente alla fondazione della città e lo testimonia l’antico bassorilievo policromo nella chiesa di Santa Maria di Castello. L’attuale statua in legno risale alla seconda metà del 1400 e qualcuno pensa facesse parte di un Compianto, un insieme di statue raffiguranti Gesù morto. La statua è scampata nel 1800 a un devastante incendio, ha subito diversi restauri conservativi ed è incoronata da una preziosa corona d’oro donata dal Capitolo vaticano. Questa corona la mettiamo soltanto alla festa, durante l’anno; la Salve ne indossa una che è stata donata dalla diocesi di Tortona. Ma al termine di questo Ottavario vi sarà un’altra incoronazione, con una nuova corona realizzata nell’Istituto “Cellini” di Valenza».
Questa tradizione è sempre andata avanti, soprattutto nei momenti più difficili.
«Sì. Penso alla Seconda guerra mondiale: in questa Sala del Capitolo della nostra Cattedrale si tennero le trattative per la liberazione di Alessandria. C’erano i preti, i partigiani impauriti e i tedeschi, e molta gente pregava davanti alla Salve. La Madonna fu poi portata in processione per ringraziare della liberazione della città senza colpo ferire. Avremmo potuto avere un’altra via Rasella (attentato a roma del 23 marzo 1944 dei partigiani contro i nazisti, che scatenò la rappresaglia delle fosse ardeatine, ndr). Io ho conosciuto il partigiano Pasquale Cinefra che corse sugli spalti a dire ai partigiani appostati con i fucili: “Non sparate, si stanno ritirando”. Ho trovato, pochi mesi fa, la relazione di questi avvenimenti fatta da don Quinto Gho, canonico della Cattedrale, che era stato il grande mediatore. Era un uomo molto affabile, paziente… In quei tre giorni, con gli scontri tra partigiani e ufficiali tedeschi, lui cercava di tenere in piedi le trattative. I nostri preti, con la tonaca, andavano a prelevare i partigiani che erano nascosti in ospedale e li portavano qui perché trattassero con i tedeschi. Andavano loro perché c’erano dei militari cattolici, soprattutto un colonnello viennese, che non avrebbero mai sparato sui sacerdoti. Quando hanno firmato la resa, tanti di questi militari erano in lacrime perché avevano compreso che per loro era una disfatta. Però li hanno lasciati andare via senza rappresaglie».
Da quanti anni sei custode della Salve?
«Sono 26, più quattro di “apprendistato”: in totale, 30 anni. Sono stato nominato parroco il 15 ottobre 2000, il giorno di Santa Teresa d’Avila, in quell’occasione entravano con me in Cattedrale le reliquie di Santa Teresina del Bambino Gesù, arrivate da Lourdes. In questi anni ne ho viste tante, potrei scrivere un romanzo (sorride). E diverse cose me le porto con me».
Ci racconti una cosa bella che è capitata in questi anni?
«Quando ero viceparroco, tra il 1970 e il 1974, dei vandali hanno profanato l’altare della Salve, spaccando la teca. Fortunatamente non hanno toccato il bellissimo reliquiario del compatrono San Francesco di Paola, datato 1700. I ladri forse pensavano di trovare qualcosa, ma hanno solo rotto la vetrata. Al mattino seguente stavo pregando davanti alla statua. Viene una persona, mi consegna una busta e dice: “È per la Madonna della Salve”. La porto al parroco: c’erano i soldi per rifare il vetro antiproiettile. Non entro nei particolari, ma quando sono in difficoltà, anche economica, mi metto a pregare: poco dopo succedono cose che non avrei mai pensato e posso venire incontro a tutto. La Cattedrale che consegnerò al mio successore sarà in ottimo stato».
In questo anno giubilare c’è stata anche la “Peregrinatio Mariae” per far conoscere meglio la devozione alla Salve. Tu che cosa hai visto?
«So che in molte unità pastorali è stata accolta bene, con diverse iniziative anche di devozione. Spero che questo porti a una crescita di fede personale e comunitaria, anche se, per me, oggi la priorità è quella delle vocazioni sacerdotali. Quando ero rettore del seminario domandavo in ginocchio, e tutti gli anni mi arrivavano una o due vocazioni».
La crisi delle vocazioni da cosa dipende?
«L’esortazione apostolica post-sinodale “Pastores dabo vobis” dice che la più grande disgrazia di una comunità è non avere vocazioni. C’è una responsabilità nostra, senza dubbio. Se una comunità non esprime più vocazioni è morta. E noi oggi siamo “in rianimazione”, diciamo così».
Oggi non si prega più per le vocazioni?
«Recentemente abbiamo fatto diversi incontri, e su questo tema ho sempre detto: “Le vocazioni si ottengono consumando le ginocchia”. Tutto il resto è di contorno».
Di che cosa abbiamo bisogno oggi, nella nostra Chiesa locale?
«Abbiamo bisogno di vivere con amore e in unità l’esperienza ecclesiale. Oggi manca il “sensus ecclesiae”. Penso, per esempio, a tutte le cose che si sono dette recentemente sul Vescovo… ecco, se uno fa parte della comunità cristiana, vere o false che siano queste cose, non può non soffrire. Se invece pensiamo, come fa il mondo, che “hanno fatto bene”, o “pazienza”, allora vuol dire che non apparteniamo alla Chiesa, Corpo di Cristo. Uno dei segni dell’appartenenza ecclesiale è sentirsi feriti quando nella Chiesa succede qualcosa di non gradito o di non bello».
Se tu dovessi dire: “Cara Salve, quest’anno ti chiedo…”.
«Ti chiedo l’amore nella mia Chiesa, e di proteggere i sacerdoti e il Vescovo. La Chiesa noi la viviamo qui: il mio Vescovo oggi si chiama monsignor Guido Gallese; la mia comunità è questa, ha la mia e le vostre facce».
Don Gianni, c’è qualcosa che ti commuove guardando la statua della Salve?
«La forza nella fede con cui Giovanni prende la Madonna. E la frase evangelica che è incisa dice: “Accepit eam discipulus in sua”. Ovvero: l’ha accolta tra le cose più care che aveva. Non solo nella sua casa, ma tra le cose più care. Io penso che la vita cristiana sia vivere questa esperienza amando i fratelli in compagnia della Madonna».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
