Chiediamolo a Dante: Le regole del gioco

Chiediamolo a Dante

Una bussola per genitori e ragazzi che devono scegliere università, lavoro e vita

Quando mi trovo davanti un ragazzo (un figlio, un alunno, un giovane che partecipa alle attività che organizzo in oratorio) perso nella “selva”, come faccio a non fargli perdere la partita? A questa domanda proviamo a rispondere oggi, con l’aiuto di Dante Alighieri, un uomo che nella selva oscura si è perso ma è riuscito a venirne fuori. Ci guida in questo cammino il professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’ufficio catechistico diocesano: gli abbiamo chiesto di fare per i nostri lettori una rubrica in cui cerca di illuminare le fatiche di oggi, con l’aiuto della Divina Commedia, focalizzandosi sulle questioni che i nostri ragazzi sentono più urgenti. 

Nella prima “tappa” del nostro percorso abbiamo iniziato parlando di un problema molto concreto, ovvero come aiutare i ragazzi a capire cosa fare dopo le superiori: abbiamo capito che la prima domanda che deve sorgere non è “cosa voglio fare” ma “chi mi accompagna”.

Nella seconda puntata abbiamo cercato di scoprire come trovare un maestro. In questa terza puntata capiremo chi sia davvero la guida di questi ragazzi e cosa debba fare in concreto per poterli accompagnare al meglio. Buona lettura! 

Z.P.

Dante e le istruzioni per chi accompagna i ragazzi

Nei due articoli precedenti abbiamo visto che Dante si perde in una selva oscura e che non n esce da solo: Virgilio arriva, si offre come guida, e Dante lo segue. Abbiamo anche visto che un “Virgilio” non si trova: è lui che trova te, a patto che tu abbia il coraggio di gridare “miserere” e gli occhi aperti per vederlo. Ma adesso?

Adesso siamo noi. Noi genitori, catechisti, insegnanti, allenatori. Noi che non siamo Dante: siamo Virgilio. Siamo quelli che sono stati mandati. La domanda è: adesso che mi trovo davanti un ragazzo perso nella selva, come faccio a non fargli perdere la partita? Perché questo è il punto: noi siamo stati mandati come Virgilio ai nostri ragazzi, ai nostri figli, ai nostri studenti. E dobbiamo conoscere le regole del gioco. 

Regola numero uno: non sei tu la meta

Virgilio lo sa fin dal primo istante. Dice a Dante: “Io ti guiderò… poi a lei ti lascerò che più di me fia degna” (Inf I, 121-122). Tradotto: io ti accompagno fin dove posso. Poi ti passo a qualcun altro. È la cosa più difficile per un educatore: sapere che non sei tu il traguardo. Il maestro che tiene l’allievo legato a sé ha fallito. Il genitore che non lascia andare il figlio ha fallito. Il catechista che crea dipendenza ha fallito. Il successo dell’educatore, leggete bene, perché è paradossale, è quando l’allievo non ha più bisogno di te. Virgilio accompagna Dante per 61 canti. Sessantuno. Due cantiche intere, praticamente. E poi si ferma, al limitare del Paradiso Terrestre, e scompare. Dante si volta, cerca il “dolcissimo patre” e non c’è più. Piange. Noi piangiamo con lui. Ma se Virgilio non si fosse fermato, Dante non avrebbe mai incontrato Beatrice. Il viaggio si sarebbe bloccato al livello della ragione umana: altissimo, ma non sufficiente. Il maestro vero lavora per essere superato. Quanti di noi, onestamente, lo fanno? Quanti di noi hanno il coraggio di dire: “Fin qui ti porto io, poi vai avanti con qualcun altro”? O piuttosto teniamo i nostri ragazzi al nostro livello, convinti che senza di noi non ce la farebbero? E magari ci fa anche un po’ piacere sentirci indispensabili?

Regola numero due: non puoi fare il viaggio al posto suo

Nel secondo canto dell’Inferno, Virgilio dice una cosa che sembra spietata: Dante dovrà sostenere “la guerra sì del cammino e sì de la pietade”, ovvero la fatica del percorso e lo strazio di ciò che vedrà, da solo. Virgilio gli sarà accanto, ma la guerra è di Dante. Non esistono scorciatoie educative. Non puoi risparmiare a tuo figlio la fatica di crescere. Non puoi evitare al tuo studente il dolore di sbagliare. Non puoi portare sulle spalle il ragazzo che deve imparare a camminare con le sue gambe. E allora perché ci proviamo sempre? “Ma prof, è difficile!”: mi sento dire così ogni settimana. E ogni settimana rispondo come Virgilio: “Lo so. Per questo sono qui. Ma il cammino è tuo”. Virgilio non indica scorciatoie. Propone la via lunga e difficile, attraverso tutto l’Inferno, tutta la montagna del Purgatorio. Perché sa che la formazione è possibile solo con l’impegno personale, con la fatica quotidiana, con l’attraversamento completo. Un chirurgo che ha studiato solo metà anatomia è un pericolo. Un cristiano che ha attraversato solo metà della propria umanità è un cristiano a metà.

Regola numero tre: indica la meta, non spingere

Purgatorio XXVII. Dante deve attraversare un muro di fuoco. È terrorizzato. Si immagina corpi umani bruciare. Non si muove. E Virgilio le prova tutte.

Prima la rassicurazione: “Figliuol mio, qui può esser tormento, ma non morte”. Il fuoco fa male ma non ti uccide. Poi la memoria: “Ricorditi, ricorditi! E s’io sovresso Gerïon ti guidai salvo, che farò ora presso più a Dio?”. Se non ti ho fregato quando ti ho chiesto di salire in groppa a un mostro (Gerione, la bestia della frode) vuoi mica che ti freghi adesso che siamo quasi alla meta? E poi ancora: il fuoco “non ti potrebbe far d’un capei calvo”, non ti brucia neanche un capello. Anzi, prova tu stesso: “Fatti ver lei, e fatti far credenza con le tue mani al lembo d’i tuoi panni”: toccalo, metti la mano, senti che non succede niente. Risultato? “E io pur fermo e contra coscïenza”. Fermo. Niente. Dante sa che Virgilio ha ragione: “contra coscïenza” vuol dire contro ciò che la sua stessa coscienza gli dice. Ma la paura vince la ragione. Gli argomenti non bastano. La memoria non basta. Neanche la prova empirica basta. Allora Virgilio cala l’asso. Si turba (“turbato un poco”) e dice sette parole: “Or vedi, figlio: tra Beatrice e te è questo muro”. Tutto qui. Non un’altra spiegazione. Non un altro argomento. Ma il richiamo al desiderio più profondo di Dante: Beatrice, quella che cercava da una vita intera, è dall’altra parte. Se la vuoi, passa. Se non la vuoi, resta qui. E Dante si scioglie. “La mia durezza fatta solla”: la durezza si fa molle. Il nome che “ne la mente sempre mi rampolla”, il nome che fiorisce sempre nella memoria, fa ciò che nessun argomento razionale era riuscito a fare.

Ed ecco la scena che vale tutto il canto. Virgilio scuote la testa, quasi incredulo — e dice: “Come! Volenci star di qua?” Cioè: “Ma davvero volevamo restare di qua?” E poi sorride. Dante scrive: “come al fanciul si fa ch’è vinto al pome”, ovvero come si fa con un bambino convinto con una mela. Il sorriso del padre che ce l’ha fatta, non a vincere su suo figlio, ma a fargli fare un passo avanti nella vita. E anche dentro il fuoco, Virgilio non smette di parlargli di Beatrice: “Li occhi suoi già veder parmi”, ovvero “mi pare già di vedere i suoi occhi”. Perché la meta va ricordata anche mentre brucia. Soprattutto mentre brucia. Ma noi lo facciamo? Quando nostro figlio ha paura (dell’interrogazione, del primo giorno di scuola, di una scelta che lo spaventa) gli diciamo “non è niente” (che non funziona, come non funziona con Dante) o gli ricordiamo cosa c’è dall’altra parte?

Regola numero quattro: questione di metodo, non di meta

Torniamo al primo canto. Dante vede il colle illuminato dal sole. Vuole salire. Prova. Tre bestie lo respingono. Fallisce. Arriva Virgilio e gli dice una cosa che sembra una presa in giro: “Perché non sali il dilettoso monte?”. Ma come, mi vedi che sto crollando e mi chiedi perché non salgo? E poi la frase decisiva: “A te convien tener altro viaggio” (Inf I, 91). Ti conviene prendere un’altra strada. E “strada” in greco si dice “hodòs”, da cui metodo. Il problema non è la meta: la meta è giusta, il colle è quello. Il problema è il metodo. Da solo, di forza, non funziona. Serve un’altra strada. Questo è il cuore di tutto: Ulisse e Dante vogliono la stessa cosa: “esperienza”, conoscenza, andare oltre. Ma Ulisse ci va da solo, censurando moglie, figlio e padre. Dante ci va accompagnato, mandato dall’amore di Beatrice. Stessa meta, metodo opposto. Ulisse affonda. Dante arriva in Paradiso. La differenza tra un ragazzo che ce la fa e uno che si perde non è quasi mai la meta: quasi tutti vogliono qualcosa di buono dalla vita. È il metodo. È se hanno qualcuno accanto o sono soli. È se qualcuno ha detto loro “a te convien tener altro viaggio” prima che fosse troppo tardi.

Regola numero cinque: si educa con ciò che si è

Sant’Ignazio di Antiochia lo dice con una formula perfetta: “Si educa con quel che si dice, si educa meglio con quel che si fa, ma ancor di più con quel che si è”. Virgilio lo dimostra in tempo reale. Nel primo canto spiega a Dante cosa succederà: parole, livello uno. Nel terzo canto lo prende per mano e lo introduce nell’Inferno: gesti, livello due. Ma per tutto il viaggio, 61 canti insieme, ciò che davvero convince Dante a continuare non sono le spiegazioni né i gesti: è il fatto che Virgilio è una persona che sa dove va. Ha certezza. Non finge. Non recita. È. I nostri ragazzi hanno un radar infallibile per l’autenticità. Sanno se ci credi davvero o se stai recitando la parte. Puoi dire “Dio vi ama” con la voce giusta e i gesti giusti, ma se non ci credi con tutto te stesso, loro lo sentono. E viceversa: puoi balbettare, sbagliare, perdere il filo, ma se sei vero, ti seguono. La domanda non è “cosa devo dire ai miei ragazzi?”, ma è: “Cosa sono io davanti a loro?”. Provate a chiedervelo stasera, davanti allo specchio. Cosa vedrebbero i vostri ragazzi se potessero guardarvi dentro?

Le istruzioni per il viaggio:  cinque pilastri più uno

Riassumiamo le cinque regole del gioco per chi accompagna i ragazzi. Non sei tu la meta: lavora per essere superato. Non puoi fare il viaggio al suo posto: la fatica è sua, la compagnia è tua. Indica la meta, non spingere: riaccendi il desiderio, non forzare la volontà. È questione di metodo, non di meta: da soli si affonda, accompagnati si arriva. Si educa con ciò che si è, non con ciò che si dice.

Dante non aveva le istruzioni quando è entrato nella selva oscura. Ma Virgilio sì. Le aveva ricevute da Beatrice, che le aveva ricevute da Lucia, che le aveva ricevute dalla Madonna. C’è una catena, e noi siamo dentro quella catena. Non ci siamo mandati da soli. E forse la regola più importante non è nessuna delle cinque. È quella che le precede tutte: tu sei stato mandato. Non sei capitato lì per caso. Qualcuno ha pensato che proprio tu fossi la persona giusta per quel ragazzo, in quel momento. Non perché sei perfetto, ma perché sei quello giusto per quel tratto di strada. Adesso sai le regole. Il viaggio è già iniziato.

Leonardo Macrobio

Foto di copertina: Dante e Virgilio all’Inferno Dipinto di William-Adolphe Bouguereau

PER FARE UN CAMMINO INSIEME: QUI TUTTE LE PUNTATE

Dante e il paradosso della vocazione – puntata 1

Dove trovo Virgilio? – puntata 2

Le regole del gioco – puntata 3

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