Il vescovo emerito lascia la diocesi: «Quante grazie in questi 14 anni insieme»
«Carissimi fratelli e sorelle, oggi ricorrono gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, e così ho voluto almeno in questa data centenaria ricordare con l’eucologia questo santo. Sono molto legato a lui, perché ricordo che proprio nel giorno di San Francesco, il 4 ottobre, per la prima volta ho fatto servizio all’altare come animatore liturgico: mi pare che fossi in seconda media, da ragazzino, leggendo le antifone e qualcosa della liturgia della Parola. Poi ho fatto la prima comunione ad Assisi e San Francesco per me è sempre stata una figura estremamente viva.
I Fioretti di San Francesco sono stati la mia prima lettura spirituale, e il ritratto di San Francesco dal 31 maggio 1970, quando mi è stato regalato il giorno della mia prima comunione, è l’unica parte invariata dell’arredamento della mia camera. C’è sempre lui. E perciò mi è caro ricordare quest’uomo che ha amato il Signore Gesù con un amore grandissimo ed è stato amato dal Signore Gesù.
Ha riparato la sua casa su mandato di Gesù: “Va’, Francesco, e ripara la mia casa, che come vedi va in rovina”. Notate, lo dico a beneficio dei fedeli qui riuniti, che Francesco non era sacerdote, forse diacono. La cosa è interessante, perché quest’uomo, che quando è morto hanno detto essere un “Alter Christus”, non era sacerdote. Ma a noi verrebbe spontaneo associarlo al sacerdozio. Il che significa che la santità non dipende dallo stato di vita in sé stesso, ma da quanto intensamente amiamo il Signore e ci mettiamo, come argilla morbida, a sua disposizione.
Da genovese ricordo quella volta che venne un predicatore molto famoso, e Santa Caterina da Genova, avendolo sentito parlare dell’amore di Dio, e della vita religiosa come luogo principale dell’amore di Dio, intervenne dicendo: “Voi mi vorreste far credere che, poiché portate quella veste, amate il Signore più di me?” Una laica, Caterina da Genova, che si spendeva al servizio delle persone che avevano bisogno, in particolare negli ospedali. Lo dico perché oggi abbiamo un richiamo forte dalla seconda lettura alla santità, un richiamo che ci interroga e ovviamente, come sempre, ci fa chiedere: “Ma come si fa?”. Perché il Signore Gesù vuole che portiamo frutto, vuole che siamo nel mondo delle sorgenti d’amore, ciascuno a proprio modo, con la propria vita, con il proprio stile. Ma che tutti possiamo essere luogo dove zampilla l’amore.
“Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Alla Samaritana, Gesù dice che “l’acqua che io darò sarà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna”. Gli uomini, oggi in modo particolare, hanno una grande sete di Dio, hanno una grande sete dell’amore di Dio, l’unico che può dissetare. Perché tutte le molteplici offerte, sembrano quasi infinite, che arrivano dal nostro mondo, alla fine non appagano, non soddisfano fino in fondo. Non riempiono pienamente, ma ci indirizzano a cercare dell’altro.
Il Signore Gesù vuole che, con i nostri doni e con le nostre capacità, portiamo frutto. Non che viviamo per appagarci, come abbiamo sentito da quei vignaioli stolti, dal popolo d’Israele quando pecca contro Dio, quando non si occupa di donarsi a Lui e di vivere secondo i Suoi insegnamenti. Il Signore vuole che noi impariamo sempre più, giorno dopo giorno, con semplicità e costanza, ad aprirci all’amore di Dio, e fare della nostra vita qualcosa di nuovo e meraviglioso. In questo mondo, che ci si presenta in modi a volte sconcertanti e deludenti, siamo chiamati, come dice San Paolo, a non angustiarci per nulla, ma in ogni circostanza dobbiamo fare presenti a Dio le nostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
Che bello che è: dice anche “ringraziamenti”, che è la spiritualità eucaristica che si prolunga nella preghiera e nella vita dei fedeli. “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti. In Cristo Gesù”. È la pace quella che cambia la qualità della nostra vita, la pace di Dio. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo, io la do”. Non sta parlando dell’assenza delle guerre, sta parlando di qualcosa di molto più profondo. Sta parlando di quello stato interiore di chi, aperto completamente a Dio, agisce in relazione a Lui ed è nel mondo dono d’amore, avendo imparato che non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Ecco la pace, la pace di Dio.
Vogliamo chiedere al Signore che ci custodisca, che custodisca i nostri cuori, le nostre menti, in Cristo Gesù.
In questa celebrazione liturgica, in questa Cattedrale, vorrei mettere sull’altare di Dio, e invito ciascuno di voi a farlo con il cuore, i grandi doni e le grandi grazie che abbiamo visto in questi 14 anni insieme. Quante benedizioni, quante cose belle, quante occasioni di camminare come Chiesa che questi muri hanno visto! Quante occasioni in cui abbiamo sentito che il Signore ha camminato con noi! Dobbiamo rendere grazie per questo, perché è ciò che resta, ciò che è stato eternizzato, ciò che troveremo nel Regno dei Cieli. Perché tutto il bene fatto, vissuto, non va perduto. Rimane per la vita eterna. E quindi questa è l’occasione giusta per ringraziare Dio col nostro cuore per tutti i doni che ci ha fatto.
Ripensateci e mettete su questo altare i momenti in cui Dio vi ha fatto delle grazie in questi anni in cui abbiamo vissuto, come Chiesa, esperienze belle. Mettetele sull’altare, offritele di nuovo al Signore e non abbiate paura, perché il Signore continuerà a fare grandi cose nella sua Chiesa e mostrerà ancora il suo amore tante volte nelle vostre vite.
Che la Vergine Maria, la dolcissima nostra Madonna della Salve, accompagni tutti noi nel cammino della vita, perché ciascuno, secondo la sua chiamata, possa dare lode a Dio con la nostra vita e portare frutto secondo la sua volontà. Sia lodato Gesù Cristo».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
