Donnola vede Orso e Tasso che giocano tra di loro e non crede ai suoi occhi: tradimento! Il Tasso è il suo amico! “Perché non giochi anche tu con noi?” suggerisce il Tasso. Ma gli altri due non riescono a mettersi d’accordo. “Vuoi decidere sempre tu!” dice la Donnola. “E tu vuoi sempre vincere!” dice l’Orso. “Giocare con te è impossibile!”. Il botta e risposta e il conflitto tra i tre animaletti è alla base della trama di “Decidi sempre tu”, l’albo illustrato di Jörg Mühle edito da Terre di Mezzo. Una storia divertente con un colpo di scena finale, utilissima per parlare ai bambini di condivisione. Abbiamo chiesto ad Arianna Agrimonti coordinatrice dell’area pedagogica dell’Aimsm (Associazione Milanese Scuole Materne), di aiutarci a capire che attività pratiche fare assieme ai bambini partendo dalla lettura di questa storia.
Arianna, che attività proporresti ai bambini dai 3 ai 6 anni sulla base di questo albo illustrato?
«La prima cosa che mi colpisce leggendo questo albo è che i personaggi sono tre. C’è un conflitto, in cui la gelosia gioca un ruolo importante: Donnola arriva dopo e trova Orso e Tasso che stanno già giocando insieme. Se dovessi leggere questa storia ad alta voce ai bambini, partirei proprio da qui e direi: “Guardate, sono in tre”. Con i bambini di tre anni, quindi nel primo anno della scuola dell’infanzia, li inviterei a riflettere su quante cose si possono fare quando si è in tre rispetto a quando si è da soli. Stare insieme significa avere più possibilità di giocare, condividere e divertirsi. Allo stesso tempo, però, quando si è in gruppo può succedere che non tutti siano d’accordo. Può capitare che uno abbia un gioco e non voglia prestarlo, che un altro lo prenda comunque e che da lì nasca un litigio. Sono situazioni molto comuni nella loro quotidianità. Da qui lavorerei sulle emozioni, perché a tre anni i bambini fanno ancora fatica a riconoscerle e a dare loro un nome».
Come si potrebbe lavorare sulle emozioni partendo da questo albo?
«Inizierei facendo domande semplici: “Avete visto che l’Orso si arrabbia? Sapete che cosa significa provare rabbia? E che cos’è la gelosia?”. L’adulto che legge, che sia un genitore a casa o un insegnante a scuola, dovrebbe prima di tutto aiutare il bambino a scoprire che cosa sono le emozioni e che cosa fanno provare dentro di noi. Per rendere le emozioni più concrete, possiamo utilizzare uno specchio e provare insieme a imitare il volto di una persona arrabbiata, felice o stupita. Oppure si può creare un viso con il cartoncino e aggiungere, di volta in volta, gli elementi che rappresentano le diverse emozioni: un sorriso con gli occhi aperti per la felicità, la bocca spalancata per lo stupore, le sopracciglia aggrottate per la rabbia. Parlando di bambini di tre anni, vorrei ricordare anche un altro aspetto fondamentale, ovvero il ruolo dell’adulto, che non deve interrompere o bloccare il conflitto (naturalmente a meno che i bambini non si azzuffino). Deve osservarlo, accoglierlo e accompagnare i bambini mentre lo attraversano. È importante tenere presente che, a tre anni, il conflitto è una tappa necessaria dello sviluppo. I bambini stanno ancora costruendo la propria identità: devono capire chi sono, qual è il loro posto e cosa significano parole come “mio, tuo, io e tu”. Per farlo hanno bisogno anche di sperimentare il desiderio di decidere e di affermarsi».
Per bambini di 4-5 anni, quali attività di gioco aggiungeresti per cercare di far capire loro l’importanza della condivisione?
«A questa età la fase più conflittuale inizia gradualmente a lasciare spazio alla collaborazione. Cooperare diventa più semplice e i bambini riescono a mettersi maggiormente nei panni degli altri. Per questo utilizzerei molte domande per stimolare il ragionamento costruttivo: “Voi, al posto di questi personaggi, che cosa avreste fatto? Vi sareste arrabbiati oppure avreste cercato di fare pace?” Li inviterei poi a fare esempi concreti: “Che cosa avresti fatto per fare pace? Quale gesto avresti compiuto?” Qualcuno potrebbe rispondere che avrebbe dato un abbraccio, qualcun altro che avrebbe condiviso il proprio gioco oppure fatto un piccolo gesto gentile. L’importante è stimolare i bambini a immaginare possibili soluzioni ai conflitti».
Dopo questa prima fase di domande, si possono organizzare anche dei giochi?
«Certamente. Proporrei tre giochi che ho sperimentato personalmente e che trovo molto efficaci. Il primo lo chiamo “Il muro dell’amicizia”. Si stende un grande cartellone bianco a terra o lo si appende alla parete e si invitano i bambini a creare insieme un unico grande fiore o un’altra forma che riesca maggiormente a coinvolgerlio un’altra forma che riesca maggiormente a coinvolgerli. Ognuno realizza una parte del disegno, ma deve rispettare lo spazio dell’altro, i colori scelti dai compagni e le forme che ciascuno desidera realizzare: alla fine nasce un’unica opera collettiva. A quel punto mi fermerei a riflettere con loro: “Avete visto che ognuno di voi ha messo un pezzettino di sé? Magari avete dovuto aspettare, rinunciare a qualcosa o cambiare idea, ma proprio grazie a questo è nato un disegno bellissimo”. È un modo semplice per far capire che condividere richiede anche pazienza, ma permette di creare qualcosa che da soli non sarebbe possibile. Il secondo gioco è quello della ragnatela. I bambini si siedono in cerchio e si passano un gomitolo, srotolando lentamente il filo fino a creare una grande rete o una forma scelta insieme. Anche in questo caso bisogna aspettare il proprio turno e rispettare i tempi degli altri. È un’attività che aiuta a comprendere che ognuno ha il proprio ritmo e che collaborare significa anche saper aspettare. L’ultimo gioco consiste nel realizzare un mosaico collettivo. I bambini preparano le tessere, scelgono i colori, ritagliano, si passano la colla e costruiscono insieme un’unica immagine. In modo molto concreto scoprono che, se manca anche un solo pezzetto, il risultato finale non sarà completo. Il messaggio di fondo che questi tre giochi passano è che se non ci sei tu con quel pezzettino che compete a te solo, non viene fuori una cosa bella, e la cosa bella si chiama amicizia, si chiama compagnia, si chiama anche portare pazienza ovviamente (sorride)».
Quindi il gioco è il mezzo fondamentale per aiutare i piccoli a comprendere concetti astratti?
«Assolutamente sì. Per un bambino il gioco non è un semplice passatempo: è uno strumento fondamentale di crescita e di comprensione del mondo. Mi piace dire che giocare trasforma le pietre in sentieri. In questo albo le pietre possono essere i conflitti, le fragilità o i momenti di difficoltà. Se però impariamo a raccoglierle, a metterle in ordine e a costruirci insieme qualcosa, quelle stesse pietre diventano un sentiero sul quale si cammina insieme, senza inciampare».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria

