Associazione Stare bene insieme: «Esserci sempre perché nessuno si senta solo con il suo dolore»

Intervista a Elisabetta Faccini, presidente
dell’associazione Stare Bene Insieme, realtà
alessandrina che accompagna i malati terminali
e le loro famiglie e promuove gruppi di
auto mutuo aiuto per affrontare il dolore del lutto.

Intervista a Elisabetta Faccini, presidente
dell’associazione Stare Bene Insieme, realtà
alessandrina che accompagna i malati terminali
e le loro famiglie e promuove gruppi di
auto mutuo aiuto per affrontare il dolore del lutto.

Accogliere il dolore senza giudicarlo, senza imporre tempi per attraversarlo. È questa la missione dell’associazione Stare Bene Insieme, realtà nata ad Alessandria nel 2001 per iniziativa di Mirella Ballarin e oggi impegnata nell’accompagnamento dei pazienti terminali e delle loro famiglie, nella presenza accanto alle persone ricoverate all’Hospice “Il Gelso” e nella gestione di gruppi di auto mutuo aiuto. Un servizio fatto soprattutto di ascolto e presenza, perché, come racconta Elisabetta Faccini (nel tondo), presidente dell’associazione dal 2024 dopo la scomparsa della mamma, «non è sempre necessario dire qualcosa di grande o di speciale: la cosa più importante è essere lì, anche semplicemente ad ascoltare».

Elisabetta, 48 anni, nella vita è titolare di un’agenzia di assicurazioni ed è volontaria di Stare Bene Insieme dal 2011. Il suo ingresso nell’associazione è avvenuto dopo un lutto perinatale e, nel corso degli anni, l’impegno è diventato un cammino personale e comunitario. Oggi porta avanti la missione iniziata dalla madre insieme a una ventina di volontari, cercando di mantenere vivo quel “prendersi cura” che è diventato il tratto distintivo dell’associazione.

Elisabetta, aiutaci a capire qual è il cuore del vostro servizio.

«La nostra associazione offre supporto relazionale ed emotivo ai pazienti terminali e alle loro famiglie, secondo i principi delle cure palliative. Parallelamente organizziamo gruppi di auto mutuo aiuto, sia in presenza, sia online, dedicati all’elaborazione della malattia e del lutto attraverso il confronto e la condivisione del proprio dolore. Una delle attività principali è quella del venerdì, quando siamo presenti all’Hospice “Il Gelso” per sostenere i pazienti e i loro familiari. Poi ci sono i gruppi di auto mutuo aiuto, riconosciuti anche dall’Organizzazione mondiale della sanità come strumenti di recupero psicofisico. Sono incontri tra persone che vivono esperienze simili: lutti, separazioni, malattie, momenti difficili della vita. Sono gratuiti e vengono gestiti da facilitatori appositamente formati. All’interno del gruppo il dolore viene accolto senza giudizi e nella massima privacy: nessuno si illude di capire fino in fondo la sofferenza dell’altro. Però nel gruppo possiamo, anche semplicemente attraverso l’ascolto, accogliere quella sofferenza, attraversarla e, a volte, trasformarla. Ed è una cosa molto bella: alcune persone che entrano nei nostri gruppi, quando si sentono pronte, decidono di diventare volontarie: in questo modo quella sofferenza può trasformarsi in una risorsa per aiutare qualcun altro».

Oltre alla presenza all’Hospice, in che modo collaborate con l’ospedale e con le altre realtà del territorio?

«A parte l’Hospice, con cui abbiamo una convenzione, collaboriamo con l’associazione “Amici della Biblioteca” e partecipiamo ai “Mercoledì della salute” con relatori esperti. Una delle missioni della nostra associazione, infatti, è quella di sensibilizzare la comunità sul lutto, sulle tematiche del fine vita e su tutti quei passaggi che possono trasformare il dolore e dare valore al tempo e alla vita. L’ospedale, inoltre, ci è vicino anche per le nostre raccolte fondi e ci ospita a Natale e a Pasqua con i nostri mercatini, dove proponiamo oggetti realizzati dalle nostre volontarie. Anche questa è una collaborazione per noi molto importante, perché ci permette di far conoscere le nostre attività e, allo stesso tempo, di raccogliere risorse per continuare il nostro servizio».

La vostra storia è legata in modo particolare a tua mamma Mirella. Ci racconti come è nata l’associazione?

«Il progetto di mia mamma nasce nel 2001. Lei era già volontaria e ha deciso di creare questa associazione, iniziando con il servizio domiciliare. Poi, con la nascita del “Gelso” ha cominciato a svolgere al fianco della Fulvio Minetti anche i turni in hospice. A un certo punto, però, la mamma sentiva che in quel percorso di supporto mancava qualcosa, sia per le famiglie, sia per i pazienti. Così ha costruito, tra le prime esperienze in Italia, un gruppo di auto mutuo aiuto. È entrata a far parte del coordinamento nazionale dei gruppi di auto mutuo aiuto, con cui ancora oggi collaboriamo. Partecipiamo ai convegni annuali che si svolgono in diverse città italiane e che rappresentano momenti importanti di riflessione sulle tematiche dell’elaborazione del lutto e del fine vita, ma anche occasioni di formazione per tutti i nostri volontari. Quello che ha fatto mia mamma è stato costruire una realtà che non si limitasse a stare accanto alla persona nel momento della malattia, ma che cercasse di accompagnarla anche nel dolore che rimane dopo una perdita».

Com’è cambiata nel tempo la vostra realtà? Quanti erano i volontari all’inizio e quanti sono oggi?

«All’inizio eravamo un gruppettino di una decina di volontari, quello con cui è stata fondata l’associazione. Oggi siamo raddoppiati… Ci sono alcuni volontari storici che non hanno mai lasciato l’associazione e poi ci sono persone nuove, che spesso arrivano proprio dai gruppi di auto mutuo aiuto. Come dicevo prima, sono persone che abbiamo aiutato e che, quando si sentono pronte, decidono di trasformare la propria sofferenza per aiutare qualcun altro. È un passaggio importante, perché significa che ciò che hanno vissuto non viene cancellato, ma può diventare una possibilità di vicinanza verso chi sta attraversando una situazione simile. È anche così che l’associazione continua a crescere: attraverso persone che hanno sperimentato sulla propria pelle quanto sia importante non essere soli».

I vostri volontari sono soprattutto pensionati, oppure ci sono anche persone che lavorano?

«Direi che siamo più o meno cinquanta e cinquanta. Sicuramente le persone che riescono a essere più operative sono quelle che hanno più tempo libero da dedicare all’associazione, magari perché sono in pensione. Però non è assolutamente una regola. Per esempio, all’Hospice siamo in cinque a turnare e, di queste, tre lavorano: soltanto la mia vice è in pensione, quindi direi che è un’associazione molto attiva. Quando una persona vive un lutto può essere ancora pienamente inserita nella vita lavorativa e, nonostante questo, può trovare un po’ di tempo da dedicare alla nostra associazione».

Se qualcuno volesse dare una mano, è necessaria una formazione specifica per diventare volontario?

«Noi cerchiamo sempre nuovi volontari, perché le attività sono tante. Ci sono le raccolte fondi e tutte quelle attività organizzative per le quali non è necessaria una formazione specifica. Anche quando realizziamo convegni o progetti, come quelli di “death education” nelle scuole, non è richiesta una preparazione particolare. Diverso è il discorso per chi vuole fare servizio in Hospice: in quel caso è necessario seguire un corso sulle cure palliative. E chi vuole intraprendere il percorso per diventare facilitatore di gruppi deve frequentare un corso organizzato dal coordinamento nazionale. Speriamo proprio di trovare sempre nuovi facilitatori, perché abbiamo tante richieste ed è la figura di cui abbiamo maggiormente bisogno. In questo momento abbiamo cinque gruppi: due in presenza, qui nella nostra sede ad Alessandria, e tre online. Durante il Covid mia mamma aveva trasformato il gruppo che si incontrava in presenza in un gruppo online, proprio per non lasciare nessuno solo e scoperto in quel periodo. Poi questa esperienza si è sviluppata e ci ha permesso di accogliere non soltanto persone della provincia di Alessandria ma anche di altre zone d’Italia. Grazie agli scambi con il coordinamento nazionale, oggi nei gruppi online accogliamo persone provenienti da diverse parti del Paese. E devo dirti che in questo momento abbiamo tante richieste: avremmo bisogno di altri volontari che possano diventare facilitatori».

Avete una frase che riassume il modo in cui cercate di stare accanto a chi soffre?

«Una frase che diciamo spesso è: “Esserci sempre”. Il dolore del lutto è un’esperienza complessa e personale, che coinvolge il corpo, la mente e l’anima. È una ferita che non guarisce mai completamente e chi soffre, lo sappiamo bene, spesso si sente solo e incompreso. Ecco perché è importante offrire uno spazio sicuro nel quale poter condividere quello che si sta vivendo. Non è sempre necessario dire qualcosa di grande o di speciale. A volte la cosa più importante è semplicemente essere lì, anche solo per ascoltare. “Esserci sempre” per noi significa proprio questo: non avere la pretesa di risolvere il dolore dell’altro, ma non lasciarlo solo dentro quel dolore. Significa camminargli accanto, rispettando i suoi tempi e la sua storia».

Che cosa ti spinge, ancora oggi, a continuare questo servizio? Che cosa ti muove ogni giorno?

«Personalmente mi sono avvicinata all’associazione nel 2011, dopo un lutto perinatale. Sono entrata, ho frequentato il gruppo e poi ho iniziato a fare i turni in hospice. Quando è mancata la mamma, nel 2024, con il supporto di tutta la mia famiglia ho scelto di continuare questa sua missione. Devo dire che oggi, dopo quasi tre anni, sono contenta di aver fatto questa scelta. Il lutto è una parte dolorosa della vita ed è importante non affrontarlo da soli. In questi anni ho scoperto tante persone che mi hanno aiutato: la mia vice Elena, il direttivo, tutti i volontari, i partecipanti ai gruppi… Insieme abbiamo trovato un cammino verso la guarigione dei nostri dolori. Non significa dimenticare: significa imparare a convivere con quello che è successo e, piano piano, trovare un modo nuovo di stare nella vita. Per questo spero che Stare Bene Insieme possa continuare per tanti altri anni. Abbiamo festeggiato i nostri 25 anni a settembre e ci siamo impegnati in due eventi: un torneo di calcio e un concerto al teatro Parvum. Abbiamo voluto che il nostro compleanno fosse una festa vera e propria. I temi che affrontiamo ogni giorno possono appesantire, invece noi vogliamo anche festeggiare, stare insieme e far conoscere le nostre attività. Perché anche questo fa parte della nostra idea di cura».

Ci puoi raccontare un episodio che hai vissuto e che possa far capire ai lettori l’importanza del vostro lavoro?

«Potrei raccontare della nostra Manu, Emanuela, che è una delle nostre facilitatrici. Lei vive in Friuli ed è una delle persone che conduce i gruppi online a distanza. Nell’agosto del 2014 ha perso suo figlio Federico, che aveva 23 anni. Si è avvicinata alla nostra associazione e ha seguito il nostro gruppo a distanza. È riuscita a trasformare, come dice sempre lei, la sua perdita in qualcosa di positivo. Ha frequentato il corso di facilitazione e non solo: oggi conduciamo anche un gruppo dedicato esclusivamente ai genitori orfani di figli e lei è una delle facilitatrici. Ha fatto propria quella che è un po’ la nostra filosofia: “Curando gli altri curiamo noi stessi”. Ha trasformato la sua sofferenza in una risorsa, per sé e per gli altri, nonostante quello che ha vissuto. Per me la sua storia racconta bene il senso del nostro lavoro. Non si può cancellare una perdita, e nessuno può restituire ciò che è stato perso. Però, con il tempo e con l’aiuto degli altri, quella sofferenza può trovare una forma diversa e diventare anche una possibilità di vicinanza. E quando una persona che ha sofferto così tanto riesce a dire: “Adesso posso esserci per qualcun altro”, allora capisci davvero il valore di quello che stai facendo».

Chi volesse conoscere meglio Stare Bene Insieme, o dare una mano, come può contattarvi?

«L’associazione si chiama Stare Bene Insieme Odv. Chi vuole conoscerci, partecipare alle nostre attività o semplicemente avere maggiori informazioni può contattarci all’indirizzo e-mail info@starebeneinsieme.it, oppure telefonare al 347 982 4853. La nostra sede è in via Chenna 9, ad Alessandria».

Zelia Pastore

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