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Michele Ruffino, 17enne di Rivoli

La Quaresima, la scontatezza e la ferita di Michele

L’Editoriale di Andrea Antonuccio

Care lettrici, cari lettori,

quello che state leggendo è il mio secondo editoriale. Il primo, che era già stato impaginato, l’ho buttato via. L’ho cestinato, letteralmente, perché subito dopo averlo scritto ho letto l’intervista di Alessandro Venticinque a Maria Catrambone, mamma di Michele (clicca qui per leggere l’intervista). Michele è un ragazzo splendido, solare. Basta leggere come ne parla Maria, per capirlo: il cuore di una madre non mente. Michele ha problemi a camminare, i suoi compagni di scuola (e di oratorio) lo evitano o lo prendono in giro: sembrano ragazzate, ma non lo sono. Soprattutto per un giovane che cerca un’amicizia che non trova, e per questo a 17 anni si butta giù da un ponte. A 17 anni.

Io sono padre di due figli solo un po’ più grandi di lui. Leggendo l’intervista, mi sono immedesimato nei suoi genitori. Commosso, certo, ma anche addolorato. Non solo per la fine di quel ragazzo (che è in Paradiso: la Madonna di Lourdes, come racconta la madre, lo aveva guarito miracolosamente. E la Madonna non abbandona chi ama). Mentre scrivo queste righe, mi scopro ferito per la scontatezza con cui guardo i miei figli. Sono belli, stanno bene, nessuno li prende in giro. Ma non basta: vorrei guardarli con la tenerezza dello sguardo di Cristo, come la madre di Michele sta guardando il suo figliolo, adesso.

Questa è la storia più significativa della mia Quaresima: è una storia di fallimento (apparente) e di risurrezione (reale). Quando nella prima Lettera di San Paolo ai Corinzi leggo che «se Cristo non fosse risorto la nostra predicazione sarebbe senza fondamento e vana la vostra fede», ho davanti quel ragazzo di 17 anni, su quel ponte, e i suoi genitori. Li ringrazio per la testimonianza che mi stanno dando, attraverso la loro ferita. Che adesso è anche mia.

Andrea Antonuccio
direttore@lavocealessandrina.it

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