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La musica di Debussy è ricerca e libertà

Oltre le note

«Debussy ti mette in imbarazzo, rende fragile chi si cimenta nella sua esecuzione. Eppure proprio in questa precarietà pulsa il centro vitale della sua musica, capace di tirare fuori la tua umanità, che ti obbliga a ragionare sul dettaglio. Perché lo stupore di fronte a un’opera d’arte non può che essere dovuto alla cura con cui viene rifinita ogni sua singola parte». Giacomo Lucato (a destra nella foto) ha 23 anni, è di Alessandria, collabora con Voce e quando parla di compositori del secolo scorso sembra quasi che li abbia conosciuti di persona. Da poco ha vinto un importante premio del Conservatorio di Milano, proprio grazie a Debussy. Ci siamo fatti raccontare da lui in cosa consiste questo riconoscimento e chi è questo musicista francese.

Giacomo, quando ti è nata questa passione per Debussy?

«Tutto è nato al Conservatorio di Milano durante un corso di musica da camera della maestra Emanuela Piemonti, dove ho avuto il piacere di suonare la “Sonata per viola, flauto e arpa” di Debussy: proprio il brano che mi ha permesso di raggiungere il gradino più alto del Premio del Conservatorio, vincendo il primo premio nella sezione Musica da Camera e poi il Premio Assoluto».

In cosa consiste questo premio?

«Il Premio del Conservatorio è un concorso annuale interno all’Istituto e prevede premi in denaro concessi da donatori privati. È organizzato come un vero e proprio “Talent” della musica classica, articolato in due parti: la prima è divisa in categorie, relative ai vari strumenti e percorsi di studio, dove si premiano con somme di denaro i tre migliori per ogni sezione; la seconda consiste nell’esibizione dei primi premi delle categorie di archi solisti, musica da camera, fiati, canto e pianoforte e la scelta di un vincitore assoluto, che si aggiudica il Premio del Conservatorio, che dà la possibilità di fare concerti in importanti stagioni concertistiche e di registrare di un disco».

Il Premio Assoluto è stato vinto da Giacomo assieme a Francesca Marini, 20 anni, arpista e Lorenzo Messina (a sinistra nella foto), 19 anni, flautista.

Francesca, che cosa ha da dire Debussy a una ragazza di 20 anni?

«Debussy ha un linguaggio tutto suo, un suo modo di parlare e di farti vivere la musica, di coinvolgerti. Io ho imparato non solo a codificare questo linguaggio ma ho capito anche come “parlare” suonando con Lorenzo e con Giacomo: sono riuscita ad instaurare un rapporto con loro grazie a Debussy. Riuscire ad avere a che fare con altri generi musicali e con compositori di altri tempi ti arricchisce, ti dona elasticità mentale, ti permette di entrare in un mondo nuovo. Come ci sono tante sfumature di pop, di musica rock e metal, perchè privarsi della possibilità di conoscere un genere diverso e magari lontano? Se non ci fosse stato Debussy noi non avremmo mai suonato insieme né vinto il Premio, quindi io gli sono molto grata!».

Lorenzo, perché un ragazzo della tua età dovrebbe interessarsi a un compositore del secolo scorso?

«Il modo più semplice per rispondere è la parola “passione”, ovvero il motore per qualsiasi persona nei riguardi di una certa attività che la coinvolge pienamente. Io e i miei due compagni di trio siamo sicuramente accomunati da una grande passione per la musica in generale, ed è questo che ci ha spinto prima a formare questo gruppo di musica da camera e poi a innamorarci di Debussy. La passione è una spinta universale, non certo una prerogativa dei musicisti, ma a 20 anni è solo questa forza che ti fa studiare tutti i giorni con entusiasmo. Ed è questa spinta che mi ha fatto appassionare a determinati brani ma soprattutto all’idea di poter avere una carriera artistica e musicale. Quindi per potersi aprire e innamorare dei compositori del passato la passione è il centro. Se uno di noi tre non l’avesse avuta, non avremmo raggiunto questo livello».

Zelia Pastore

Chi è Claude Debussy?

7 novembre 1916. Boston. Immerso in un’atmosfera caliginosa e avvolto dal tintinnio del calici, il pubblico del Longy Club assiste alla prima esecuzione della “Sonata per viola, flauto e arpa” di Claude Debussy (1862-1918), compositore francese, uno dei più grandi rappresentanti del simbolismo musicale, le cui opere sono impregnate di temi come la suggestione, il sogno e la fluidità incantata.

Suonare Debussy è ricerca. Non c’è nota che non richieda un’attenzione tutta particolare, per trovare il punto esatto dell’arco sulla corda o la posizione del dito della mano sinistra, affinché esca quel suono caldo ma etereo tipico della musica francese. È una ricerca lunga, faticosa. Sembra quasi non possa avere mai fine (e forse effettivamente è così).

Debussy mi ha insegnato che la libertà, quella che alleggerisce il cuore e ti rende parte integrante dell’universo, è l’equilibrio esatto fra cuore e mente. I numerosi segni sulla partitura, fra dinamiche e indicazioni caratteriali, sembrano essere una prigione all’espressione personale. Ma abbandonandosi a quel testo, fidandosi di quella poetica, succede un miracolo. Si annullano le due fazioni, autore e interprete, e si riconosce un senso più grande, un senso collettivo che accomuna entrambi sotto il tetto unico di quelle note.

Debussy ti racconta che nell’accogliere il pensiero dell’altro nella sua totale pienezza, provando a interiorizzarlo come se fosse il tuo, sta il valore più grande dell’essere umano, sta la partecipazione attiva dell’individuo alla vita.

Giacomo Lucato

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