Dopo gli scontri e le violenze in Italia e all’estero, si può dare un giudizio diverso?
Sono state due settimane di disordine e tensione nelle piazze italiane e non solo. Proteste, violenze, vetrine rotte, saccheggi, città blindate: è successo a Milano, Torino, Bologna, Roma, ma anche in Francia, in Spagna e in altri Paesi europei. Tra i temi portati in corteo dagli studenti e dai manifestanti c’erano l’istruzione, il carovita, la guerra. E poi tutto è stato coperto dalla rabbia, che è sfociata negli scontri con le forze dell’ordine e in atti di puro vandalismo. Dopo queste settimane roventi, abbiamo chiesto al professor Leonardo Macrobio, responsabile dell’ufficio catechistico diocesano, insegnante di religione da 30 anni e attualmente professore all’Iss “Umberto Eco” di Alessandria, di aiutarci a capire più a fondo quello che sta accadendo.
Professor Macrobio, vista la sua esperienza quotidiana in mezzo ai ragazzi, ci aiuta a capire che cosa sta succedendo in Francia e, nelle ultime settimane, a Milano e a Torino?
«Premetto una cosa: la Francia la conosco dai giornali, come voi. I ragazzi invece li conosco di persona, trecentocinquanta all’anno, e qualche settimana fa un pezzo di quella storia l’ho visto con i miei occhi, fuori dal mio liceo. Striscioni, qualche slogan, nessuna vetrina rotta. Una cosa molto più piccola di Milano, e però fatta della stessa pasta. Perciò parto da lì. Quando un ragazzo scrive la sua domanda a caratteri cubitali su un lenzuolo, di solito non è perché la domanda sia enorme. È perché ha il sospetto che io, con i caratteri normali, non la leggerei. Lo striscione è la domanda ingigantita per adulti miopi. E temo che il sanpietrino sia la stessa cosa, un gradino più in là: uno urla soltanto quando ha paura che dall’altra parte non ci sia nessuno che sente. Dico “temo” perché questo non assolve niente. La vetrina sfondata è la vetrina di qualcuno, il tavolino bruciato è il lavoro di qualcuno, e quel qualcuno non è l’adulto miope: è una vittima. Chi ha spaccato deve rispondere di quello che ha spaccato, e lo dico anche ai miei alunni. Ma se mi fermo qui ho fatto il carabiniere, non l’insegnante, e a me pagano per fare l’altro mestiere. Allora provo a dire che cosa vedo».
Prego.
«Abbiamo tirato su questi ragazzi con un piccolo catechismo laico che recita più o meno così: volere è potere; la mia libertà finisce dove comincia la tua; sei tu che ti costruisci. Frasi illuministe, se volete, ma di un illuminismo passato in lavatrice col Sessantotto. E ora sono loro, non noi, ad accorgersi che non è vero. Che uno non basta a sé stesso. Che volere non è potere. Se lo scoprono è perché la realtà è più cocciuta di qualunque ideologia, e perché Dio li ha fatti per bene, come dice il mio maestro Franco Nembrini (insegnante e pedagogista italiano, ndr): cioè per il bene, e con un cuore che non si accontenta. Su questo, per una volta, lasciatemi chiamare un testimone che non è di parte. Leopardi, nell’epistola “Al conte Carlo Pepoli”, scrive della “bella felicità, cui solo agogna / e cerca la natura mortal”, e aggiunge che nessuno la conquista “per cura o per sudor, veglia o periglio”. Tradotto: la felicità non è un’opzione, è l’unica cosa che l’uomo cerca per natura; e non te la procuri con lo sforzo. Fin qui il recanatese ha ragione da vendere, e ha smontato “volere è potere” due secoli prima che lo stampassimo sulle magliette. Poi conclude che d’esser beati “sospirano indarno”: invano. Ed è esattamente sulla parola “indarno” che noi adulti abbiamo costruito la nostra risposta ai ragazzi. L’abbiamo data in due versioni».
Ovvero?
«La prima: “Sforzati, ce la farai da solo”. La seconda: “Accontentati, la realtà è quella che vedi nei sei pollici del tuo telefono”. Due modi diversi di lasciarli soli davanti al loro desiderio. E un desiderio preso sul serio da nessuno, prima o poi, fa rumore. Lo fa con la “calma eruttiva” di chi ha dentro una centrale in piena attività, e fuori la faccia di chi non ha niente da dire. Poi, un giorno, si dà appuntamento in piazza senza una sigla, senza una richiesta, e sfonda per prime le vetrine delle cose che gli abbiamo detto di desiderare. Non so se sia una protesta. So che è un sospiro, e un sospiro così non si governa con gli idranti. A questi ragazzi, in classe, racconto spesso la storia dell’aquila cresciuta nel pollaio. Mangia grano e vermi, razzola, e tutti intorno le dicono che è un pulcino. Ma basta che una sola volta sia salita sul tetto del pollaio e abbia annusato l’aria, e da quel momento il pollaio non le basta più. Loro lo sanno di essere aquile. È il motivo per cui si agitano. Il cielo dove le aquile volano io l’ho trovato in un posto preciso: si chiama Cristo, e la sua Chiesa. Ma questa è una cosa che si mostra, non che si predica».
Che consiglio darebbe a un genitore di un ragazzo tra gli 11 e i 14 anni, preoccupato che anche suo figlio prenda una brutta strada?
«Di smettere di guardare suo figlio e di cominciare a guardare sé stesso. Non è una provocazione: è il consiglio più concreto che ho. Un ragazzo di 12 anni non prende una brutta strada perché manca il controllo. La prende perché davanti agli occhi non ha una strada che valga la pena di affrontare. Il primo compito di un padre, e lo dico da padre che ci prova con risultati alterni, è vivere lui per primo, seriamente, quella ricerca della felicità di cui parlava Leopardi. Diventare invidiabile. Non nel senso del padre che ha la macchina più bella: nel senso di uno che si vede che sta cercando qualcosa, e che qualcosa ha trovato. Perché mio figlio non deve ricalcare le mie orme, e nemmeno diventare un piccolo me. Deve avere davanti la mia strada, quella che vivo, non quella che gli racconto, come un’ipotesi da vagliare. Don Luigi Giussani (sacerdote brianzolo, iniziatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, ndr) la chiamava così, ipotesi: una proposta che l’adulto fa con tutto sé stesso e che il ragazzo è chiamato a verificare nella sua vita. Poi starà alla sua libertà decidere se seguire quella ipotesi o un’altra. Il che non è fatalismo, perché Dio l’ha fatto per bene anche lui, e un cuore fatto per il bene, se gli metti davanti una cosa vera, prima o poi la riconosce. Dante, che di questo se ne intendeva, lo dice in una terzina che vale un trattato di pedagogia: “Di picciol bene in pria sente sapore; / quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, / se guida o fren non torce suo amore” (Purgatorio XVI, 91-93). Tradotto: l’anima nasce buona e affamata, assaggia i piccoli beni, si inganna e gli corre dietro, a meno che una guida o un freno non le raddrizzino l’amore. Notate che non dice “a meno che non la si sorvegli”. Dice “guida”… serve qualcuno che cammini davanti. E poi, una cosa spicciola, da genitore a genitore. Quando il ragazzo urla, sbatte la porta, fa il muso, prima di chiedergli: “Che cosa hai fatto?” provate a chiedergli: “Che cosa ti manca?”. Non sempre risponde. Ma impara che dall’altra parte c’è qualcuno che ascolta. E uno che sa di essere ascoltato, di solito, non ha bisogno di urlare».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
