Ansia nei bambini, un’emergenza silenziosa

Intervista alla dottoressa Sabrina Camilli: «I più piccoli non sono pacchi postali»

Negli ultimi anni psicologi e clinici registrano un aumento senza precedenti di malessere emotivo tra bambini, preadolescenti e adolescenti. Non è una fase passeggera, ma una vera impennata di richieste di aiuto che mette a dura prova le famiglie. Ne abbiamo parlato con la pediatra Sabrina Camilli (nel tondo).

Dottoressa Camilli, partiamo dai dati. Come pediatra riscontra davvero questa maggiore incidenza di ansia e depressione in pazienti sempre più giovani?

«Assolutamente sì. È un dato sociale generale, ma che riguarda in modo particolare l’adolescenza, i ragazzi e i bambini. Non possiamo negarlo».

Dove possiamo rintracciare l’origine di questa ansia? È un’ansia da prestazione scolastica? Sovraccarichiamo noi i nostri ragazzi di impegni tra scuola, sport e altre attività?

«Le cause possono essere tante. Sicuramente il contesto sociale è oggi più facilmente ansiogeno. Pensiamo a quello che viene comunicato dai media: guerre, malattie, catastrofi. Pensiamo al periodo Covid, con il bollettino quotidiano dei decessi. Il vissuto di ogni bambino è impregnato di queste informazioni. Non possiamo pensare che i bambini siano dei pacchi postali. Poi, al di là del contesto generale, c’è il vissuto personale del bambino, quello familiare. C’è il “devi dare il meglio di te” che si trasforma in ansia da prestazione. Un’ansia che poi va a interferire soprattutto sul sonno: fatica ad addormentarsi, risvegli notturni o risvegli precoci, bambini che alle 6 del mattino sono già in piedi».

Quando iniziano i primi sintomi, se così possiamo chiamarli?

«A volte vedo una fragilità dei genitori sin da quando i bambini sono piccolissimi. Anche qui in studio, durante le visite: il bambino ha 7-8 mesi, è in braccio alla mamma per essere visitato e la mamma gli dice “non ti preoccupare, stai tranquillo, non succede niente” con un tono ansioso. Immagino quel bambino che cresce: se la mamma non riesce a tranquillizzarlo, a contenerlo con il suo abbraccio, ma gli trasmette ansia con un continuo “com’è andata a scuola? cosa hai fatto? stai attento a quello che vedi, a quello che fai”, è logico che in lui possano crescere sentimenti di ansia. Altre volte sono bambini per cui andare bene a scuola è l’unica riprova di essere “bravi”. Noi passiamo questo messaggio: se fai le cose fatte bene sei bravo, se non riesci a scuola sei cattivo. E questo pesa tantissimo».

Quanto incide la società dell’apparire, fomentata dai social, sugli adolescenti?

«Moltissimo, e lo dico in particolare per gli adolescenti. Hanno più profili social, cambiano il proprio aspetto, utilizzano filtri perché non vogliono farsi vedere come realmente sono. Questo è molto triste, perché viviamo in una società dell’apparire e non più dell’essere. Il ragazzo va in crisi se non corrisponde ai canoni di perfezione. I bambini un tempo sognavano. Io da ragazzina sognavo di fare l’infermiera dei bambini, di scrivere, di studiare l’inglese. Oggi molti sognano di fare l’influencer. E per fare l’influencer devi avere un determinato fisico, devi trasformarlo o mostrarlo in modo diverso da quello che è. È molto faticoso per loro e si sentono molto isolati. Non hanno amici veri, hanno amici sul cellulare. A volte li vedi sul muretto, in cinque sulla panchina, tutti e cinque con il cellulare in mano: non si parlano, magari si mandano messaggi tra loro e non si guardano negli occhi».

Parliamo di schermi, videogiochi, tempo trascorso davanti a smartphone e tablet. Incide davvero sul loro umore, sull’attenzione e quindi anche sul rendimento scolastico?

«Io sono particolarmente sensibile a questo argomento. Ho fatto parte come pediatra dei “Custodi Digitali”, un gruppo di studio della pediatria che aiuta i genitori a educarsi e a educare i figli all’uso del digitale. Studiando gli effetti sul neurosviluppo posso dirle che da 0 a 2 anni è fondamentale. Se io sono un bambino che invece di avere un genitore che mi guarda, mi manda segnali, mi insegna come ci si relaziona con un sorriso, con una parola, imparo solo a vedere uno schermo (quando vengo svezzato mi mettono davanti a un cellulare con i cartoni, quando sono sul passeggino ho un tablet) la mia attività cerebrale viene focalizzata solo su quella parte, su quello che vedo nello schermo. Mentre se sono sul passeggino, vedo la luce, sento che fa freddo o caldo, sento mia madre che mi parla, una signora che passa e sbuffa, tutte queste cose il mio cervello le elabora e le impara. Davanti a un cellulare vengono elaborate solo determinate azioni».

Che cosa succede ai nostri figli a livello cerebrale?

«Il cervello fa un’azione chiamata “potatura”: la potatura sinaptica a  2 anni è il processo naturale con cui il cervello del bambino inizia a eliminare le connessioni nervose (sinapsi) non utilizzate e a rafforzare quelle usate più spesso. Si tratta di un’attività fondamentale tra 0 e 2 anni, e poi di nuovo nella pubertà e adolescenza, quando questa attività del cervello è massima. Proprio in queste due età vedo bambini di un anno, un anno e mezzo con il cellulare in grembo sul seggiolone al ristorante, e adolescenti che scrollano tutto il giorno. Poi li vedo qui in studio e le mamme mi dicono: “È svogliato, ha mal di testa, mal di pancia, non riesce a concentrarsi, gli insegnanti dicono che non è più lui”. Facendo una ricerca, parlando con loro, abbiamo utilizzato anche un test per valutare la loro capacità di relazionarsi con sé stessi e con l’esterno: tanti sono ragazzini tristi, che non vedono futuro. Quando gli chiedi che cosa pensano del loro futuro, che cosa vorrebbero diventare, non sanno dirtelo. Perché un’altra cosa che noi adulti abbiamo un po’ tolto ai nostri ragazzi è il desiderare. Desiderare vuol dire guardare verso le stelle».

Sul periodo Covid e sulla didattica a distanza lei è sempre stata molto netta.

«Non mi stancherò mai di ricordare i danni tremendi fatti dalla didattica a distanza e da un approccio basato sulla paura di far male attraverso il contatto con qualcun altro. Ma passiamo oltre, guardiamo a come ricostruire oggi».

Zelia Pastore

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