Care lettrici,
cari lettori,
apriamo questo numero di Voce con un “tentativo di giudizio” sugli scontri che hanno a messo a ferro e fuoco diverse città italiane, e non solo. Dico “tentativo” perché non pretendiamo di avere ragione per forza: la questione è ancora aperta, e se avete cose da dire mandatecele, siamo pronti a leggerle e a pubblicarle. Di una cosa però sono certo: la fede, se è vissuta in pienezza, non può non far scaturire un giudizio vero sulla realtà (che è il “luogo”, piaccia o meno, in cui il Padreterno si manifesta). La fede è fonte di conoscenza: di una conoscenza intelligente e liberante rispetto a quello che normalmente si legge o si ascolta dagli esperti di turno. Costoro hanno una soluzione per tutto, dal cambiamento climatico alle armi all’Ucraina, fino alle vetrine spaccate dai ragazzini di 11 anni. Questi sapientoni coprono l’arco costituzionale (come si diceva una volta) e oltre: si va dai “reazionari” che propongono la costruzione di nuove carceri per i minori (ma veramente?) ai “progressisti” che giustificano le violenze in nome di un evidente disagio dei ‘gggiovani (con tre “g”), da lenire con la legalizzazione di questa o quella droga o con l’autogestione di spazi creativi, solitamente di proprietà altrui, dove i medesimi ‘gggiovani possono discutere dei loro problemi. Alla fine si tratta di due “galere” diverse, e l’ultima è la peggiore: è quella in cui ci illudiamo di essere liberi, mentre in realtà rimaniamo prigionieri di noi stessi e dei nostri limiti.
E allora? La fede, in tutto questo marasma, che cosa c’entra? Noi vi proponiamo un tentativo di giudizio cristiano originale, nel senso che ha una origine chiara, definita. Ci è sembrato un approccio degno di attenzione, lontano dalle ideologie e dagli schemi dei moderni farisei che troviamo a ogni ora del giorno su tutti i canali televisivi. Per questo ringrazio Leonardo Macrobio per aver condiviso con noi nella bella intervista di Zelia Pastore una posizione che nasce dalla sua esperienza di insegnante, educatore e padre di famiglia: «Una cosa spicciola, da genitore a genitore. Quando il ragazzo urla, sbatte la porta, fa il muso, prima di chiedergli: “Che cosa hai fatto?” provate a chiedergli: “Che cosa ti manca?”. Non sempre risponde. Ma impara che dall’altra parte c’è qualcuno che ascolta. E uno che sa di essere ascoltato, di solito, non ha bisogno di urlare». Nemmeno di spaccare una vetrina, forse.
Andrea Antonuccio – direttore@lavocealessandrina.it
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
