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L’elefante nella stanza (terza puntata)

La nostra inchiesta sulla droga (3a parte)

La nostra inchiesta sulla droga è giunta alla terza puntata. Abbiamo iniziato questo percorso con la testimonianza di Davide Cerullo, ex camorrista di Scampia che già da bambino inizia la sua vita all’interno della criminalità organizzata: a 16 anni gli affidano una piazza di spaccio, a 18 finisce in carcere a Poggioreale. Da lì riesce a uscirne, grazie a tanti incontri e alla Parola. Oggi è autore di libri, fotografo ed educatore di bambini nella ludoteca di Scampia “L’albero delle storie”.

Per la seconda puntata abbiamo fatto visita al direttore del Ser.D. di Alessandria, il dottor Luigi Bartoletti, che con i suoi collaboratori, si prende cura di quasi tremila pazienti in tutta la provincia. Con lui abbiamo fatto il punto sulla situazione nel nostro territorio: dove a spaventare di più sono i dati in crescita dei giovani che, sempre prima, iniziano a utilizzare le sostanze.

Nella terza parte vi stiamo raccontando l’esperienza di Silvio Cattarina, fondatore di alcune comunità terapeutiche per minori devianti e tossicodipendenti. Uno stile di comunità differente in cui non conta solo uscire dalla dipendenza: «Il problema non è solo uscire dalle sostanze, ma bisogna incontrare e scoprire qualcosa di molto più grande, come qualcuno che venendoci incontro ci portasse ogni sorta di dono, di possibilità, di forza» ci racconta nell’intervista che trovate a questo link.

Infine, nell’ultima puntata daremo spazio alla “storia sbagliata” di Flavio e Gianluca, due ragazzi di Terni di 16 e 15 anni che sono stati uccisi a luglio da un mix di droghe. Vi racconteremo questa vicenda con l’aiuto di un sacerdote che conosceva da vicino uno dei due ragazzi. La sua testimonianza ci aiuterà a fare luce, aprendo squarci e ferite che il nostro Paese sembra non vedere. Proprio come l’elefante nella stanza da cui prende il titolo la nostra inchiesta.

Vi chiediamo di dirci cosa ne pensate. Ma, questa volta, vi chiediamo anche qualcosa in più. Se conoscete una realtà o una storia legata a questi temi, e pensate possa essere interessante da raccontare, segnalatecela inviandoci una mail a redazione@lavocealessandrina.it, oppure chiamando lo 0131 512225.

La storia di Carlo – 3a parte

Andiamo avanti con la storia di Carlo, il giovane 28enne di Savigliano (Cn), che dal 2019 vive all’interno della Comunità Cenacolo. Prima la separazione dei suoi genitori e poi la dipendenza dai cannabinoidi hanno distrutto la sua vita. Ha lasciato gli studi, è stato ricoverato due volte per Tso. La dipendenza ha fatto terra bruciata attorno a lui, perché amici e fidanzate non reggono questo suo stile di vita. Solo in pochi lo aiutano, nonostante tutto.

Ma siamo a una svolta: dopo una festa finita male (ubriaco, al volante con la sua fidanzata, finisce in mezzo a una rotonda e viene portato in caserma), la mamma di Carlo decide di prenderlo per mano e iniziare una nuova vita. «Mi ha visto senza nulla, di nuovo, e ha deciso di prendere iniziativa. Da diversi mesi aveva incominciato a frequentare il Cenacolo di Moncalieri. Senza dirmi nulla, perché prima voleva conoscere quella realtà e vedere se mi potesse essere utile. Lei fa l’insegnante alle elementari ed è molto legata ai valori della vita, dell’amore e della carità. Ma nonostante abbia fede non è praticante. E proprio lì, al Cenacolo, ha visto della luce… negli occhi dei genitori, negli educatori, nelle storie che ha sentito».

Una luce che appare, per qualche istante, anche negli occhi di Carlo, seduto di fronte a me. Qualcosa stava per cambiare. «Mi chiama mia mamma e dice: “Carlo, domani mattina vado a Moncalieri, ti porto in un posto. Vieni con me?”. Io accetto, poi esco di casa e vado a fare le mie solite cose: mi drogo durante tutta la giornata e torno la sera tardi, non in perfette condizioni psico-fisiche. Ma il mattino dopo partiamo. Ero convinto, mi sembrava l’unica via percorribile. Così, il 23 aprile 2019 entro al Cenacolo». Adesso la voce di Carlo è più decisa, i suoi occhi verdi non fissano più il vuoto.

«All’inizio pensavo all’Inferno di Dante Alighieri: le cose negative che hai fatto prima, ti vengono subito rigettate in faccia durante il tuo cammino di redenzione. Pensavo di aver trovato un posto dove esprimere ciò che di buono avevo dentro, ma mi è stato detto: “Prima di tirare fuori ciò che di buono hai dentro, devi sanare le tue ferite: prima identifica le ferite sanguinanti, poi con il tempo le curi”. Quindi all’inizio ho dovuto affrontare tutte quelle cose che pensavo di essermi messo alle spalle prima di entrare qui: essere incompreso e incapace di prendermi delle responsabilità. Ovviamente non è facile convivere, perché qui dentro non siamo degli agnellini (sorride), abbiamo tutti dei caratteri forti con dei passati importanti sulle spalle. Questo è il posto giusto perché puoi stare nella pace, pensare a te stesso, vivere quotidianamente nel Vangelo e nella preghiera». Alle sue spalle, nella sala in cui siamo seduti, c’è una frase della fondatrice della Comunità, madre Elvira: “Nella vita sa stare in piedi chi sa stare in ginocchio”. Carlo si volta e la indica, lo fa più volte.

«Credevo in Dio? Ho sempre avuto fede, anche prima di entrare in Comunità. Ho sempre percepito la presenza di Qualcuno che cercava di comunicare tramite ciò che mi accadeva, le persone che incontravo o le situazioni che vivevo dentro. Mi sono sempre sentito in dialogo con un’entità che ho sempre chiamato Dio, in maniera molto vaga. Ma ero totalmente incapace nel calare questo sentimento negli altri, questo è stato possibile solo conoscendo la figura di Gesù. Mi sta aiutando molto la lettura quotidiana del Vangelo, accompagnata dalla guida dei nostri sacerdoti che hanno un percorso sia vocazionale sia comunitario: anche molti di loro, per droga o dipendenze di vario tipo, vivono da molti anni in Comunità. Per questo, quando leggono la Parola la interpretano con gli occhi della gente come me».

Il piglio di Carlo cambia quando parliamo della vita di comunità: «Il Cenacolo prevede un percorso che sia “nomade”: non rimani nello stesso posto per tutta la durata del tuo cammino. Questo per elasticità, perché dopo un po’ che sei nello stesso luogo hai preso le misure e non affronti più le tue difficoltà. Cosa che succede se vieni “sradicato” e messo da un’altra parte, perché devi metterti di nuovo in discussione. E poi anche perché in Comunità, così come nella vita, vieni chiamato ad andare in un altro luogo, senza chiederti chi ci sarà, cosa potrò fare o se mi troverò bene. “Non serve iniziare qualcosa se sai già come andrà a finire, iniziala perché sai che è giusto”. Questo è un altro leitmotiv della vita comunitaria: non farti progetti, ma vivi abbandonandoti alla fede. Perché magari domani ti chiamano da Saluzzo e ti dicono: “Domani mattina parti per Fatima, fatti le valige. Ciao” (sorride)».

E la famiglia? Carlo mi racconta che possono incontrare i propri familiari solitamente verso Natale, Pasqua e a metà luglio per la “Festa della vita”, la ricorrenza della fondazione della Comunità. E poi c’è un periodo di verifica: «Questo percorso ha una durata minima di circa tre anni. Ma dopo due anni di cammino hai un periodo di verifica, torni a casa una settimana per vedere come stai con la tua famiglia, ricalato nel mondo esterno. Dopodiché rientri per vedere dopo questo periodo in che modo ti inserisci nella vita comunitaria. E poi chissà… ci sono tante strade da percorrere».

Carlo mi racconta delle sue tante idee per il futuro: una è quella di continuare a fare attività nella fraternità europee, poi c’è anche un’ipotesi missionaria, con le diverse missioni in Sud America, nelle Filippine e in Africa. «Per le missioni ci sono due tipi di esperienze: una per seguire ragazzi drogati del luogo, che anche loro fanno fraternità con il nostro stile, oppure l’altra per seguire i bambini di strada». Gli occhi verdi di Carlo adesso si sono illuminati. Fuori ha smesso di piovere, e timidamente sta spuntando il sole. [continua…] 

Alessandro Venticinque

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