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L’elefante nella stanza (quarta puntata)

La nostra inchiesta sulla droga (4a parte)

Siamo giunti alla quarta, e ultima, puntata della nostra inchiesta sul mondo della droga intitolata “L’Elefante nella stanza”. Per avvicinarci e comprendere meglio questo elefante siamo partiti dalla storia di Carlo, 28enne di Savigliano, che dal 2019 è entrato nella Comunità Cenacolo di Montecastello, per curare la sua dipendenza da cannabinoidi.

Poi ci siamo fatti aiutare da alcune testimonianze: la prima è quella di Davide Cerullo, ex camorrista di Scampia che già da bambino inizia la sua vita all’interno della criminalità organizzata. Qualche anno dopo finisce in carcere, a Poggioreale: lì riesce a uscirne, grazie a tanti incontri e alla Parola. Oggi è autore di libri, fotografo ed educatore di bambini nella ludoteca di Scampia “L’albero delle storie”.

Poi abbiamo fatto visita al direttore del Ser.D. dell’Asl di Alessandria, il dottor Luigi Bartoletti, che con i suoi collaboratori, si prende cura di quasi tremila pazienti in tutta la provincia. Il quadro che emerge del nostro territorio è in linea con l’emergenza droga in tutto il Paese. Spaventano soprattutto i dati dell’utilizzo di sostanze tra i più giovani, in netta crescita.

La terza testimonianza è quella di Silvio Cattarina, fondatore di alcune comunità terapeutiche per minori devianti e tossicodipendenti. Tra queste c’è anche “L’Imprevisto” che prova a curare i “suoi” ragazzi con uno stile differente: «Il problema non è solo uscire dalle sostanze, ma bisogna incontrare e scoprire qualcosa di molto più grande, come qualcuno che venendoci incontro ci portasse ogni sorta di dono, di possibilità, di forza».

Infine, nell’ultima puntata diamo spazio alla “storia sbagliata” di Flavio e Gianluca, due ragazzi di Terni di 16 e 15 anni che sono stati uccisi a luglio da un mix di droghe. Per fare chiarezza abbiamo intervistato (qui sotto) don Alessandro Rossini, sacerdote che conosceva uno dei due ragazzi. Ci siamo chiesti: la Chiesa ha responsabilità su ciò che è accaduto? La sua testimonianza ci aiuterà a fare luce, aprendo squarci e ferite che il nostro Paese sembra non vedere. Proprio come l’elefante nella stanza da cui siamo partiti.

Vi chiediamo di dirci cosa ne pensate. Ma, questa volta, vi chiediamo anche qualcosa in più. Se conoscete una realtà o una storia legata a questi temi, e pensate possa essere interessante da raccontare, segnalatecela inviandoci una mail a redazione@lavocealessandrina.it, oppure chiamando lo 0131 512225. Poterete rileggere questa inchiesta e tutti i nostri approfondimenti sul sito lavocealessandrina.it.

La storia di Carlo – 3a parte

Stiamo arrivando alla fine della storia di Carlo, il giovane 28enne di Savigliano che nel 2019 è entrato nella Comunità Cenacolo. Un percorso che lo sta aiutando a uscire dalla dipendenza da cannabinoidi. La sua vita è cambiata dopo la separazione dei suoi genitori, seguita dalla crisi in età adolescenziale. Poi arriva la droga, per riempire quel buco. E in seguito arrivano due ricoveri per Tso, la fine degli studi e di tutti i rapporti con amici e fidanzate.

«A 20 anni facevo fatica a parlare di me. In adolescenza ho letto libri, mi confrontavo tanto con gli amici, ho studiato al liceo classico. Frequentavo il cinema, andavo a teatro. Insomma, ho avuto una formazione di un certo tipo. Ma comunque a quell’età facevo fatica a identificare dentro di me alcune emozioni. La mia unica soluzione è stata la droga» ci racconta seduto in una saletta della Comunità. E adesso hai paura di cadere di nuovo? «Sì ho paura, ma non per la droga, per lo sconforto. A volte mi fermo, perché sento di non essere compreso dagli altri… Mi dico: “Della droga e dell’alcol non ne ho più bisogno. Ma se qualche relazione dovesse andare male, trovo da solo la forza per non arenarmi?”. Dentro di me dico: “Fatti forza nella fede, e ricordati che la Comunità è una famiglia che non ti abbandona”».

Chiedo a Carlo di parlarci della droga e del suo rapporto con le sostanze. I pensieri partono, uno dietro l’altro… «Tutte le persone che ho conosciuto fare uso di cannabis, dalla prima all’ultima, non volevano superare le proprie difficoltà. La sostanza ti fa sprofondare nelle cose piacevoli, che già sai fare, e in tutte quelle favole che ti racconti per farti andar bene la vita. Non troverai nessuno che ti dice: “Oggi voglio imparare ad andare a dipingere”. Troverai chi ti dice: “Voglio fare il pittore”. La droga ti appiattisce la vita, la rende tiepida, incolore». Poi passiamo a parlare di un tema molto attuale oggi: la legalizzazione della cannabis. «Io la droga l’ho sempre comprata per strada, o dal ragazzino di quartiere. Ci fosse stato un negozio in centro che vendeva cannabis ci sarei andato? Forse sì, ma non mi avrebbe aiutato a capire le motivazioni della mia dipendenza. Il negozietto in centro porta alla luce la tua dipendenza, perché devi andare fino là a comprarla. Ma magari diventa come il caffè al bar, un’abitudine quotidiana…».

Lo sguardo di Carlo si fa più deciso, quando gli chiedo che cosa manca ai giovani oggi per essere felici. «Qui in comunità sto provando tanti piaceri forti, ma diventano forti perché passo dopo passo me li sudo. Questo vale anche per il piacere. Se ottengo un bacio da ragazza che mi piace e ci arrivo con piccoli gesti, ha tutto un altro sapore. Se invece ci scriviamo, ci vediamo a una festa, e ubriachi dopo due minuti ci baciamo, si perde completamente quel sapore. Quando realizzi il dislivello tra le tue aspettative e ciò che realmente c’è stato, rimani deluso. I giovani d’oggi hanno l’esigenza di un’emozione vera, ma non siamo educati a costruircela. E nella non educazione si cerca la via spianata: ci stordiamo con l’alcol o con le droghe, senza goderci il viaggio. In questo processo poi ti crei un vuoto che colmi con qualsiasi tipo di dipendenza».

Siamo alle ultime battute del nostro incontro. Avrei tante cose ancora da chiedere a Carlo, ma mi limito a un “rifaresti tutto da capo?”. «Ho tanto rispetto per il me del passato. Penso di aver sofferto e di aver fatto star male delle persone vicine a me. Ho rispetto, perché comunque le mie scelte sono state dettate dalla volontà di capire cosa non andava. Non ho agito pensando di voler vivere un’altra vita, dimenticandomi del mio malessere. Sapevo di star male, non sapevo come affrontare questa situazione, ma ero cosciente… Ero in lotta con me stesso per capire cosa mi impediva di vivere una vita felice. Farei quasi tutto diversamente, però è facile parlare adesso, guardandosi alle spalle…».

Ci alziamo, la nostra chiacchierata è finita. Carlo sospira, come se si sentisse più “libero”. Mentre usciamo penso a quanto coraggio ci voglia per cambiare vita come ha fatto Carlo. Ma credo anche che questa sia solo una delle tantissime storie di chi prova a voltare pagina, guardando al futuro, ma senza dimenticare il proprio passato. Per uscire da quel lungo, lunghissimo, tunnel buio che è la dipendenza.

«Sulla storia di Flavio e Gianluca la Chiesa ha delle responsabilità»

Così come Carlo sono tanti i giovani che si avvicinano alla droga, sempre prima. C’è chi ne fa un uso moderato, chi da subito viene risucchiato nel vortice della dipendenza. Quanti volti, quanto malessere dietro a quello spinello o quella pasticca. Ci sono facce, e dietro di esse ci sono anche le storie. Questa che vi raccontiamo è una “storia sbagliata” (come canterebbe Fabrizio De André). Una di quelle storie che, ascoltata al telegiornale, ci lascia a bocca aperta, ci dà fastidio. Questa è la storia di Flavio Presuttari e Gianluca Alonzi, due ragazzi di Terni di 16 e 15 anni che ragazzi lo rimarranno per sempre. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio, un mix di droghe li ha uccisi. È bastata una boccetta di metadone (probabilmente mischiata con altre sostanze nocive) acquistata da Aldo Maria Romboli, 41enne pusher della zona, per soli 15 euro. E proprio quella è la dose che lo spacciatore aveva ricevuto dal Sert della sua città. Poi inizia l’agonia dei due ragazzi: al campetto, mentre i loro amici giocano a calcio, stanno male, tornano ognuno a casa propria e si addormentano. Non si sveglieranno più. Il mattino dopo i primi a scoprire l’accaduto sono i genitori: Flavio e Gianluca non rispondono, sono morti. Si erano conosciuti qualche anno prima grazie alle loro madri, Maria Luisa e Silvia, che fanno parte entrambe del Cammino neocatecumenale di Terni. Due ragazzi cresciuti in parrocchia, finiti in una cattiva strada. Un tunnel senza fine. I loro amici, nei giorni dopo l’accaduto, diranno che Flavio e Gianluca facevano uso di sostanze solo per sperimentare, non sapevano a cosa andavano incontro… Ma è tutto qui? Abbiamo provato a dare una lettura più profonda a questa “storia sbagliata”. Ci siamo fatti aiutare da don Alessandro Rossini (in foto qui sotto), parroco della Cattedrale di Terni ed ex sacerdote di Santa Maria del Carmelo, dove conosce Gianluca. «Mai mi sarei aspettato questo…» ci confessa al telefono, con amarezza.

Don Alessandro, lei conosceva bene una delle due vittime, Gianluca…
«Cinque anni fa ero parroco di Santa Maria del Carmelo, nel quartiere Italia nella periferia di Terni. Un quartiere popolare con situazioni difficili e tanta povertà, ma una comunità molto affezionata, che condivide le proprie sofferenze. All’interno di questa comunità mi sono trovato accolto, ben visto, e ho avvicinato tante famiglie alla fede e alla Chiesa. Avevo una schiera di tanti bambini e chierichetti. Ce n’era uno in particolare, Gianluca, piccolissimo ma bravissimo, sempre presente ed esemplare nel suo comportamento. Dopo la cresima ho cambiato parrocchia, e questa amicizia si è un po’ allentata. Negli anni successivi qualche volta lo incontravo nel centro città, non ero contento perché era con una brutta compagnia. Ma mai mi sarei aspettato questo…».

Perché fino a questo punto?
«Probabilmente nel periodo del lockdown i ragazzi hanno sofferto l’isolamento. So che trovavano rifugio in un campo non custodito della periferia di Terni, e lì sono stati facili prede di questo spacciatore. Un uomo già conosciuto in città, che li ha sedotti ed è riuscito a vendere loro delle sostanze. Ma sono certo che neanche lui era a conoscenza della potenza e della tossicità di quella droga».

Flavio e Gianluca muoiono poco più tardi…
«Sono morti da soli, alla stessa ora, ognuno nel proprio letto. Non hanno avuto il coraggio di manifestare la loro sofferenza. Appena tornati a casa si sono chiusi nella loro stanza, hanno avuto paura. La mamma di Gianluca è anche dottoressa, avrebbe potuto aiutarlo… Ma anche i loro compagni hanno fatto finta di niente, hanno avuto paura. I due ragazzi sono morti nella solitudine, senza poter gridare “aiuto” a nessuno».

Al funerale lei ha detto che i due ragazzi sono «un richiamo per questa generazione». In che senso?
«Flavio e Gianluca non sono solo vittime di questa società, ma anche dei martiri. Se il martire è colui che testimonia la fede, loro lo sono diventati inconsapevolmente. Come delle cartine tornasole che servono a farci vedere fino a che punto siamo arrivati: siamo seduti su una bomba che sta per esplodere… Questo dev’essere un richiamo soprattutto a noi grandi: alle istituzioni, alla Chiesa, alle Forze dell’ordine, alla scuola. Questa strage silenziosa, coperta di omertà, dev’essere portata alla luce».

Due ragazzi che frequentavano la parrocchia, che si erano conosciuti in un cammino neocatecumenale. La Chiesa, quindi, ha delle responsabilità?
«Abbiamo delle responsabilità perché in questi anni non abbiamo investito sufficientemente sulla preghiera, sulla catechesi degli adulti e sulla responsabilità delle famiglie. E, soprattutto, non abbiamo investito sugli oratori. Al Sud abbiamo lasciato gli oratori a strutture laiche lontane dalla fede, trasformando lo sport in business. Ma l’oratorio non è business, è un luogo in cui si formano anime, cercando di avvicinarle sempre più al Vangelo».

Perché i giovani ricercano la felicità nelle sostanze?
«Perché sono ragazzi a cui è stato impedito di conoscere Dio, che è stato estromesso dalla nostra cultura, dalla scuola, dai piani formativi di ogni ordine e grado scolastico. Come un bambino che non ha mai visto il mare, e non avendolo mai visto si accontenta di guardare una pozzanghera. Abbiamo bisogno di educatori e sacerdoti che grazie ai loro occhi facciano intravedere quel mare, che è Dio».

Secondo lei mancano queste figure?
«Vicino alla vostra diocesi, a Torino, c’era un grande santo, Don Bosco. Lui ha capito che la vera società era in strada, nelle carceri, tra gli ultimi. Ecco, noi oggi dobbiamo riscoprire questa povertà degli ultimi, dei ragazzi, italiani e stranieri. Questa è la missione della Chiesa. Se oggi c’è una carenza di vocazioni è perché non abbiamo più fatto i missionari per la strada, abbiamo perso quel carisma che caratterizzava anche Don Bosco. Ma non possiamo andare da nessuna parte senza avere Dio nel cuore e la nostalgia del Cielo. Solo se vivremo la presenza del Signore, con la forza di Dio, vinceremo il male. Ricordiamoci che noi siamo i messaggeri del Cielo, i comunicatori di ciò che è trascendente e supera la situazione umana e materiale. Per questo siamo chiamati ad ampliare lo sguardo di quelle famiglie e di quei ragazzi che vivono guardando una pozzanghera».

Maria Luisa, la mamma di Gianluca, ha detto: «Il pusher? Cristianamente lo perdono». Quanto è difficile perdonare?
«Il perdono è solo una grazia di Dio, cosi come è stato per Maria, che ci ha insegnato a perdonare il sacrifico di Gesù. Il dolore per la perdita del proprio figlio, in questo modo poi, sembra insuperabile. Ma lo si supera solo con la grazia della fede, con un grande dono di Dio».

Cosa direbbe ai genitori di un figlio che fa uso di sostanze?
«Bisogna avere il coraggio di portarlo dagli esperti, anche a costo di denunciarlo per salvargli l’anima. Bisogna scoprirli, sgridarli come fanno un padre e una madre premurosi. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Se la vita non la dai per tuo figlio, per chi la devi dare? Un amore vero sa anche dire di no. Serve essere disposti a lottare con loro fino alla morte, per il loro bene, per il loro futuro».

Alessandro Venticinque

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