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Ho visto alberi crescere in tre giorni

I 30 anni di Ordinazione sacerdotale di monsignor Gallese

Eccellenza, martedì 29 settembre ha festeggiato 30 anni di ordinazione sacerdotale. La cosa più bella che ha visto, da consacrato?
«Riprendo le parole di una ragazza scout che partecipò con me a una “route” in cui ero assistente spirituale. Si trattava di tre giorni in gruppo, da vivere con una forte spiritualità, con diversi tempi di preghiera, prove di canto, lodi cantate e Messe lunghissime. Questa ragazza era preoccupata, e così le ho detto: “Mettiti il cuore in pace, vedrai che andrà bene”. Al capitolo finale ha preso la parola, commossa: “Io in questa route ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. Ho visto alberi crescere in tre giorni”. Ecco, se dovessi dare un’immagine per il mio sacerdozio direi anch’io così: ho visto alberi crescere in tre giorni».

La più triste, invece?
«Sono i miei peccati, è il non comprendere il dono che ho ricevuto. L’altra mattina celebravo Messa e mentre indossavo i paramenti brontolavo ad alta voce: “Trent’anni che celebro Messa, e ancora non ci capisco niente”. Non basta lo “slogan” teologico imparato a scuola, ho bisogno anche del vissuto! Al punto che mi chiedo: “Signore, ma perché la comprensione di queste cose è più lunga della durata della mia vita sacerdotale?”. Quando poi arriverò dall’altra parte, Lui mi dirà che sarò stato stolto e tardo di cuore. D’altronde, quante volte se lo sono sentito dire gli Apostoli…».

Nella sua prima intervista a Voce lei fece un accenno alla castità: quanto “pesa” nella vita di un prete?
«Nel momento in cui è una rinuncia, e così purtroppo è stata presentata per anni, la castità diventa una scommessa impossibile. Non è una rinuncia all’affettività, è l’esatto contrario. La castità perfetta è il modo più pieno per vivere l’affettività: dopo avere scoperto l’amore di Cristo, desideri trasmetterlo, farti tutto a tutti».

Però capita che qualche sacerdote cerchi anche altre affettività…
«Il nostro cammino affettivo è lungo. Si continua a crescere, ad avere dei bisogni a cui dare risposta, e con il passare degli anni tutto quello a cui si dà una risposta incompleta si ripropone, ma in modo ancora più pesante. La nostra vita chiede un continuo rinnovarsi dell’offerta amorosa al Signore, e dev’essere un cammino vero, di un uomo vero che fa scelte vere. Siamo peccatori, ma c’è la grazia sovrabbondante di Dio: quando vedi questa grazia, e la ragione delle tue scelte è l’Amore dell’Agnello, allora hai tanto aiuto da Lui. Quando invece non è cosi, allora emergono i problemi».

Come si riconosce una vocazione sacerdotale?
«Innanzitutto nel rapporto con un padre spirituale che abbia esperienza, saggezza, profondità, spiritualità, e che preghi molto. Poi c’è un secondo aspetto: la vocazione non è quello che vuoi fare tu, non è quello che ti corrisponde, ma quello a cui ti chiama il Signore. Bisogna capire che la chiamata non è naturale, ma sovrannaturale: è Dio che, come con Mosè, ti viene a cercare. Il terzo elemento sono i segni che confermano che è davvero Dio a chiamarti. La cosa interessante della vita consacrata al Signore è che Lui impiegherà il resto dei tuoi giorni a purificare il tuo amore per renderlo così come dovrebbe essere, e questa purificazione farà anche molto male. Se il tuo peccato prenderà il sopravvento su di te, ci saranno delle prove nelle quali tu sarai spacciato, se non avrai fatto un discernimento inequivocabile».

Che momento è questo, per la nostra diocesi?
«È un momento bellissimo, perché ci sta chiamando alla resa dei conti proprio sull’Amore dell’Agnello, e attraverso l’Apocalisse ci interroga: l’anno scorso, con le Lettere alle sette Chiese tutte incentrate sull’amore; e quest’anno, con la visione positiva dell’Amore dell’Agnello che cambia il mondo, spezza le catene del peccato, porta alla redenzione e alla libertà. Questa è un’epoca unica, ed è un momento in cui abbiamo in diocesi una “bolla” di vocazioni. Non capisco come mai (sorride)… È una speranza che va oltre le nostre capacità. Confidiamo che il Signore porti a compimento l’opera che Dio ha iniziato in noi. Proprio come viene detto nel rito dell’Ordinazione».

Andrea Antonuccio

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