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Nella foto, a sinistra, Augusto Di Meo, al suo fianco don Peppe Diana

«Sarei potuto andare a casa quella mattina, come tutti. Ma ho scelto il bene comune»

Intervista ad Augusto Di Meo, amico e testimone dell’omicidio di don Peppe Diana

Di immagini, sotto gli occhi di Augusto Di Meo (nella foto qui sotto), fotografo da tre generazioni, ne passano tantissime. Ma una, in particolare, gli è impressa da anni. E quell’immagine ha una data e dei volti ben precisi: è la mattina del 19 marzo 1994 e tra le braccia del fotografo campano cade un suo caro amico, con il volto coperto di sangue. Quell’uomo che muore è don Peppe Diana, sacerdote della parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe (Caserta), che, poco prima di iniziare la Messa, riceve cinque colpi di pistola dal camorrista Giuseppe Quadrano. Cinque pallottole, tutte a segno, nel giorno di San Giuseppe, per quel sacerdote di 36 anni che aveva deciso di “mettere i bastoni tra le ruote” alla camorra casalese. Giorno dopo giorno, con l’esempio ma anche con le parole, come nel messaggio “Per amore del mio popolo”, distribuito nelle parrocchie della città per il Natale del 1991.

E poi? «Io non ci ho pensato neanche un minuto e ho deciso di fare la cosa più giusta: sono andato subito in caserma a denunciare quanto accaduto» ci dice al telefono Di Meo. Una decisione che cambia la sua vita e quella della sua famiglia, ma che si è rivelata fondamentale per arrestare i colpevoli di quell’agguato. Poi arrivano diffamazioni, minacce e processi. E, infine, un grande vuoto, quello delle istituzioni: con quel “no” dello Stato, per il riconoscimento come testimone di giustizia, che pesa come un macigno. Perché il fotografo campano sta tuttora pagando con le sue tasche e sulla sua pelle (con anche alcuni problemi di salute) quella scelta che, come ci racconta, rifarebbe «senza neanche pensarci».

A 27 anni dalla morte di don Peppe, nella voce di Augusto Di Meo c’è tanta amarezza. Ma quella delusione nei confronti delle istituzioni, e del silenzio assordante della Chiesa, non potrà mai superare il ricordo del suo caro amico Peppino. Che, ancora oggi, non appare soltanto tra striscioni e magliette di tantissimi giovani e scout, ma è una voce forte e decisa che continua a smuovere le coscienze. Per amore del suo popolo, appunto. Perché don Peppe era un sacerdote, uno scout, un grande uomo. Ma, a 27 anni dalla sua morte, lo è ancora.

Augusto Di Meo, facciamo un passo indietro: come incontra don Peppe Diana?

«Tra un servizio fotografico e l’altro, conosco don Peppe appena sacerdote, quando era viceparroco in un’altra chiesa di Casal di Principe. Nell’89 poi arriva alla parrocchia di San Nicola di Bari, in un quartiere particolare, dove per accedere dovevi essere “riconosciuto”. Una zona in mano al clan dei casalesi: qua si ammazzavano tutti i giorni. Così, è nata una forte amicizia, perché aveva davvero compreso il mio lavoro. Ci vedevamo praticamente tutti i giorni, e spesso frequentava anche casa. Don Peppe aveva un carattere vulcanico: un sacerdote che usciva fuori dalla sua sacrestia e dalla chiesa. Incontrava i giovani per portarli nella giusta direzione, voleva fargli capire da quale parte stare. Perché la camorra aveva la capacità di attirare questi ragazzi, ma lui cercava in tutti i modi di tirarli fuori. Era uno scout, ma anche assistente nazionale dei Foulard Blanc, aveva una visione aperta del mondo. Io ho girato con lui per tutta Italia, per varie conferenze o incontri… Insomma, un’amicizia profonda».

Don Peppe diceva: «Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare». Lei da quella mattina del 1994 non ha tradito queste parole…

«A volte mi chiedo: “Perché proprio io?”. Bisognerebbe conoscere questo territorio, per comprendere l’importanza e la “pesantezza” del mio gesto».

Allora, torniamoci a quel 19 marzo. Cos’è successo?

«Era la festività di San Giuseppe, verso le 7 del mattino ci si preparava per la Messa, c’erano anche tutte le signore del rione che sarebbero poi rientrate per fare le tipiche zeppole. Entro in chiesa e raggiungo don Peppe in sacrestia: sono stato con lui 20 minuti, ci siamo abbracciati facendoci gli auguri, e poi abbiamo parlato dell’ennesimo omicidio di camorra avvenuto qualche giorno prima. Gli ho chiesto cosa dovevamo fare, lui mi dice: “Dobbiamo continuare a pregare”. Stava per iniziare la Messa, chiude lo studio, e si avvia nel corridoio. Io mi sono fermato un attimo per allacciarmi una scarpa, alzo lo sguardo e vedo un soggetto, accanto al sacrestano, che chiede: “Chi è don Peppe?”. Lui dice: “Sono io”. Questa risposta mi ha segnato da subito, perché è come se si stesse apprestando al martirio: avrebbe potuto dire “perché?” oppure “serve qualcosa?”. Ma lui si è fatto carico delle sue responsabilità, ci ha messo la faccia. E questo spara cinque colpi (sospira). Lo ricordo come se fosse ieri…».

Poi?

«Poi don Peppe mi cade addosso, lo chiamo: “Peppì, Peppì”. Ma non risponde, non si riconosce più, è una maschera di sangue. Alzo gli occhi e vedo il camorrista che mette a posto la pistola, si aggiusta la giacca e con tranquillità esce dalla chiesa. Tutti iniziano a scappare, tra il caos più totale. Io non ci penso neanche un minuto e decido di fare la cosa più giusta: vado subito in caserma a denunciare quanto accaduto. Poco dopo lo dico anche a mia moglie, lei sapeva benissimo a cosa andavamo incontro. Il clima che si viveva era da “far west”: dopo questa mia azione ho iniziato ad avere problemi con il laboratorio, ero vigilato saltuariamente dai carabinieri, ma non mi sentivo sicuro. Decido allora di lasciare questo territorio, e vado a Spello, in provincia di Perugia, dal ’94 al ’98. Ci vado a spese mie, senza alcun aiuto dalle istituzioni. Nessuno mi ferma, nessuno mi convince a rimanere. Eppure non avevo fatto niente di male, anzi mi sono comportato come tutti avrebbero dovuto. Rientro a casa quattro anni dopo, per l’inizio del processo».

E proprio a processo c’è qualcuno che perde quel «coraggio di denunciare».

«Sì, perché il sacrestano davanti ai carabinieri da subito conferma la mia versione, poi al processo dice di non ricordare più niente. Durante quella deposizione, un sacerdote, accanto a me in aula, mi dice: “È tutto in mano a te…”».

Ma, dopo quella triste mattina, non è l’unico torto fatto a don Peppe…

«Fin da subito si è messa in moto la macchina del fango: dicevano che era un donnaiolo, che gestiva armi, che era un camorrista. Così titolavano i giornali della zona… Quando poi questo castello di sabbia viene giù, avevano compreso bene il danno che avevano fatto. Il giorno del funerale, a Casal di Principe, c’erano 25 mila persone che hanno accompagnato la bara fino al cimitero. Tutto attorno, le case erano piene di lenzuola bianche stese, in segno di riconoscenza. Un segno forte, mi ha lasciato commosso. Da lì è partito il riscatto di un territorio. “È morto un sacerdote, ma è nato un popolo” ha detto al funerale monsignor Antonio Riboldi, vescovo di Acerra. Ed è stato davvero così».

Ma lei come è cambiato? Sia dal punto di vista umano sia da quello di fede…

«Io credo che sia stata proprio la fede che mi ha portato a fare questo passo. “Perché proprio io?” continuo a chiedermi. “Perché dovevi stare là” mi dicono molti. È cambiato tutto, sono diventato un’altra persona. A me ha toccato il silenzio dei “buoni”, di quelli che credevo mi avessero aiutato, anche all’interno della Chiesa. Ho avuto dei momenti di cedimento, in cui ho smesso di credere. Poi mi sono reso conto che la Chiesa è fatta da tanti uomini, e alcuni non hanno sensibilità. Qua, ancora oggi, si fanno tanti proclami nel nome di don Peppe, poi però la realtà è un’altra. Ho capito che l’importante è rapportarsi con il Signore, e così mi sono rialzato. Don Peppe mi sta più vicino di quanto si possa pensare, molti avvenimenti della mia vita mi confermano che esiste ben altro rispetto a quei comportamenti “terreni”».

Questo silenzio della Chiesa è assordante anche per un’altra vicenda, qualche tempo prima, nel 1993, quando viene ucciso don Pino Puglisi, a Brancaccio (Palermo). Come mai?

«Non mi so spiegare il perché… forse la Chiesa è fatta così, i suoi uomini sono così. Ne soffro, mi aspettavo una reazione diversa. C’è stata una non attenzione, un non sporcarsi le mani, anche nei miei confronti. Diciamo che non c’era nemmeno una cultura dell’anticriminalità organizzata, ma non ho mai ricevuto un segno di vicinanza. Oggi con la Chiesa c’è un rapporto di “amicizia istituzionale”. Mi sento una scopa lasciata in un angolo e presa solo nei momenti ufficiali…».

Ecco, perché in tutto questo lei, ancora oggi, non viene considerato dallo Stato italiano testimone di giustizia. Cosa prova?

«È un paradosso. Sono stato nominato ufficiale al Merito della Repubblica Italiana, ma non mi hanno ancora riconosciuto come testimone di giustizia. Questo non solo per me, ma soprattutto per un territorio così martoriato. Le istituzioni preposte si dovevano preoccupare della vita di una persona. Io assumo tutti i giorni tantissimi medicinali, nessuno si fa carico di queste spese, nessuno mi ha chiamato o si è informato per darmi una mano. Professionalmente ho perso l’80% dei clienti: un territorio in cui tutti si conoscono, perché sono parenti o amici, è difficile lavorare. Molti mi definivano uno sbirro, uno spione, un traditore. Non è solo il mio riconoscimento, ma quello di un popolo. Le istituzioni devono aiutare e incitare gli altri a fare lo stesso gesto, a non avere paura. Questo è ciò che mi fa più male».

Ha un aneddoto su don Peppe?

«Gli aneddoti sono davvero tanti. Lui aveva una vera e propria passione nell’aggregare i giovani. Usava spesso il gioco del “palo della cuccagna”, tutto insaponato e da scalare, chi raggiungeva la vetta trovava un sacco pieno di cibo e premi. Allora mi diceva: “Frate’, porta la macchina fotografica”. Io arrivavo e vedevo persone affiliate alla camorra di quella zona, che magari portavano in parrocchia i loro figli. Allora gli chiedevo: “Peppì, ma perché ci sono queste persone?”. E lui: “Falli stare qua, perché dopo facciamo la fagiolata, magari bevono un po’ e stasera vanno a casa. Così non uccidono nessuno”. Io, che pensavo di stare nel bene e che non volevo avere nulla a che fare con quelle persone, non avevo capito nulla. Peppino era una persona straordinaria…».

Un beato?

«Sì, senza alcun dubbio, anche se una causa di beatificazione non è mai partita. Eppure è morto in chiesa, si è sempre speso per combattere la camorra. Ricordo che una volta fece un volantino da distribuire in chiesa, per la morte di un ragazzo Testimone di Geova, che si è trovato, senza volerlo, nel mezzo di un conflitto tra clan. A lui non importava che fosse di un’altra religione, era una vittima come tutti. Don Peppe era contro questa mentalità, diceva: “La camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura”. Ed era vero: avevamo paura».

Com’è Casal di Principe oggi: avete ancora paura?

«Casale è cambiata, c’è stato un miracolo. Quando la gente ha iniziato a capire di essere succube di questi personaggi, si è ribellata. Lo Stato ha fatto piazza pulita, praticamente tutti i capi sono in carcere. In più gli abitanti hanno visto il lavoro fatto con i beni confiscati. Per esempio, nella casa di Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, abbiamo una scuola per autistici, poi su un altro bene confiscato c’è “casa Lorena”, dove le ragazze vittime di violenza lavorano con un catering. Quando porti sviluppo e lavoro la gente capisce e apprezza. Ma questo non significa che bisogna abbassare la guardia. Questi hanno cambiato pelle, sono venuti dalle vostre parti, hanno messo la giacca e la cravatta. Prima li conoscevo uno per uno, e li evitavo, adesso non li riconosco più. Non si sa più chi è buono e chi è cattivo».

Ma la criminalità organizzata verrà sconfitta del tutto?

«Per abbattere la criminalità organizzata, lo dico anche per la mia storia personale, serve fare rete. Quando papa Francesco dice “Fratelli tutti”, lo dobbiamo essere per davvero, non per opportunità o interessi. Tutti. Io sono un testimone non riconosciuto: sarei potuto andare a casa mia quella mattina, come hanno fatto tutti, ma ho scelto il bene comune. Per sconfiggere questo sistema dobbiamo lavorare in rete, tutti. Se l’ho fatto io, vuol dire che si può fare. Così la sconfiggiamo, tutti insieme».

Rifarebbe tutto da capo?

«Sì, ma non devo neanche pensarci. Non transigo. Nonostante tutto quello che mi hanno detto e sto passando ancora oggi. Chi invece si deve vergognare sono coloro che hanno fatto finta di niente, voltando le spalle a don Peppe e alla loro terra».

Ultima battuta: se avesse davanti don Peppe cosa gli direbbe?

«(Sorride) Gli direi: “Hai visto che hai combinato?”. Mi dicevi che non saremmo cambiati e che dovevamo pregare. Invece questo territorio è cambiato, anche se nessuno ci credeva perché vedevamo due o tre morti al giorno. Abbiamo perso un amico, un grande prete, uno scout, che con il suo sacrificio ha cambiato questo territorio. Se non è un miracolo questo…».

Augusto, testimone di (in)giustizia,
lasciato solo dallo Stato

Augusto Di Meo è un testimone, per tutti. Ma non per lo Stato che ha ribadito più volte il suo “no” al suo riconoscimento come testimone di giustizia, perché nel 1994 la legge sui testimoni di giustizia (la n. 45 del 2001) non esisteva ancora. Dal Viminale hanno specificato che Di Meo è un «testimone oculare», confermando «l’importanza del contributo per la condanna degli autori dell’omicidio Diana, condanna confermata dalla Cassazione nel 2004». Così, nel 2019, ha commentato l’allora sottosegretario agli interni Luigi Gaetti: «Ci dispiace umanamente, ma non è possibile fare una legge retroattiva di 25 anni».

Essere riconosciuto come tale, per Di Meo, vorrebbe dire sia entrare in un programma di protezione per lui e la sua famiglia, sia ricevere misure di assistenza e supporto, anche per il proprio lavoro. Perché dopo quel 19 marzo del 1994, Augusto ha dovuto lasciare Casal di Principe chiudendo la sua attività di fotografo, per ritornarci solo quattro anni dopo. Una situazione di pericolo e difficoltà, che lo ha portato ad affrontare non pochi problemi di salute ed economici. Nel 2014 il fotografo campano è stato insignito della nomina ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Troppo poco, per quel semplice” cittadino che ha deciso di denunciare, non voltandosi dall’altra parte. Senza, però, trovare il supporto dello Stato.

Alessandro Venticinque

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