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“Connessioni fraterne” di Erio Castellucci

“La recensione” di Fabrizio Casazza

In Connessioni fraterne (Cittadella, pp 224, euro 15,50) l’arcivescovo Erio Castellucci (nel tondo) – che è Metropolita di Modena-Nonantola, Vescovo di Carpi, Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e Consultore della Congregazione per il Clero – riflette sul tema della fraternità, fortemente stimolato dall’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti.

Già parlare di fraternità è una scelta ponderata rispetto al sostantivo simile fratellanza. Secondo il libro, fratellanza indica il dato di fatto oggettivo che nasce da un qualche legame mentre fraternità segnala «il vincolo oggettivo secondo le finalità in esso iscritte. […]. La fratellanza è un dono consegnato, la fraternità è un cammino da conquistare; la fratellanza è come il corpo, la fraternità è come l’anima» (p. 9).

Nell’Antico Testamento, per esempio, spesso la fratellanza risulta compromessa e non riesce a diventare fraternità; ciò «porta ad apprezzare ancora di più il coraggio di Gesù e dei primi cristiani nell’estendere a tutti i discepoli i termini di “fratello” e “sorella”, tutt’altro che pacifici» (p. 69).

L’islam, al contrario, «evita di stabilire un legame esplicitamente fraterno tra tutti gli esseri umani» (p. 149), pur riconoscendo la dignità umana sulla base della dipendenza dal Creatore e dalla portata universale della sua misericordia. La fraternité entra nel lessico della rivoluzione francese timidamente nel 1790 ma «intesa prevalentemente come legame nazionale e patriottico […] in funzione anti-aristocratica» (p. 164).

Tuttavia la libertà da sola «deraglia nell’individualismo, nel liberismo e nell’anarchia; e l’uguaglianza a sua volta, senza gli altri due principi, deraglia nel collettivismo, nel comunismo e nello statalismo. Anche la fraternità, privata della sua relazione con la libertà e l’uguaglianza, deraglia pericolosamente: o in un vago sentimentalismo o, peggio, nel settarismo» (p. 171). Uno degli ambienti decisivi per portare avanti un discorso di fraternità è la famiglia: anche la Chiesa deve riscoprire una dimensione domestica, come nei primi secoli, favorendo relazioni dirette e intense in cui i rapporti ecclesiali si plasmano su quelli di famiglia, incidendo a loro volta su di essi. Concludiamo con un sorriso.

Il testo cita un detto medievale: «Homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus» (p. 174). Ma sarà vero che l’uomo è lupo per un altro uomo, che la donna è più lupo per una donna e che il sacerdote è “superlupo” verso un confratello?

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