Volontari Ospedalieri per l’Infanzia: intervista a Maurizio Cremonte, presidente dell’associazione Avoi

Intervista a Maurizio Cremonte
presidente dell’Associazione
Volontari Ospedalieri per l’Infanzia

Non solo gioco e animazione nei reparti pediatrici, ma un sostegno concreto ai bambini ricoverati e alle loro famiglie, dentro e fuori dall’ospedale. Da oltre trent’anni Avoi, Associazione volontari ospedalieri per l’infanzia, è una presenza discreta ma costante: accompagna i piccoli pazienti nei momenti più difficili, offre sollievo ai genitori e interviene con rapidità ogni volta che emerge un bisogno. Dall’assistenza durante i ricoveri ai progetti di cure palliative pediatriche, fino all’accoglienza delle famiglie che arrivano da lontano, l’associazione ha costruito negli anni una rete di solidarietà fatta di vicinanza e gesti concreti. A raccontare questa esperienza è Maurizio Cremonte, neuropsichiatra in pensione e presidente dell’Avoi fin dalla sua fondazione. La sua testimonianza si inserisce nel progetto promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, dalla Diocesi di Alessandria e dalla Fondazione Solidal, dedicato alle realtà di volontariato che ogni giorno collaborano con l’ospedale, contribuendo a renderlo un luogo sempre più umano, accogliente e vicino alle persone.

Dottor Cremonte, dove possono trovarvi i nostri lettori all’interno dell’Ospedale?

«Siamo presenti nei vari reparti, non abbiamo una sede fisica dove ricevere le persone. Chi desidera incontrarci può chiedere informazioni in portineria: in genere sanno indicare dove si trovano i nostri volontari. Siamo presenti tutti i giorni dell’anno, festivi compresi. Gli orari possono variare in base alle esigenze dei reparti e dei ricoveri, ma normalmente siamo in ospedale dalle 9 del mattino fino alle 18 o alle 19».

Ci aiuta a capire qual è il cuore della vostra associazione e la vostra missione?

«L’Avoi è nata nei primi Anni 90 perché all’ospedale infantile di Alessandria non esisteva nessuna realtà capace di aiutare bambini e genitori a staccare, anche solo per un momento, dalla fatica della vita ospedaliera. Il nostro obiettivo è semplice: portare un sorriso ai bambini ricoverati. L’ospedale non è un luogo facile, né per chi è malato né per le famiglie. Il volontario entra nelle stanze per offrire un momento di gioco, di svago, di serenità, rendendo un po’ più leggera la degenza, soprattutto per quei bambini che devono restare ricoverati per settimane. È quello che facciamo da oltre trent’anni ed è ciò che ci dà la soddisfazione più grande. Accanto a questo c’è anche un’importante attività di sostegno alle famiglie: a volte i genitori hanno semplicemente bisogno di qualche ora per riposarsi o sbrigare delle necessità, e allora restiamo noi accanto ai loro figli. In alcuni casi questo supporto è durato settimane, persino mesi, accompagnando bambini che non avevano una presenza familiare costante».

E non solo…

«Aiutiamo anche dal punto di vista logistico chi arriva da lontano. Oltre alla Family Room, che accoglie i genitori dei bambini ricoverati, capita che alcune famiglie debbano fermarsi ad Alessandria tra un ricovero e l’altro: in questi casi cerchiamo alloggi, organizziamo gli spostamenti dagli aeroporti all’ospedale e viceversa, e ci mettiamo a disposizione per tutto ciò che può essere utile. La nostra caratteristica principale è l’elasticità: quando nasce un bisogno riusciamo a muoverci nel giro di poche ore. È una rapidità che spesso la macchina burocratica della sanità, per forza di cose, non riesce ad avere».

Quindi accompagnate le famiglie sia durante il ricovero sia nelle necessità che possono nascere all’esterno dell’ospedale?

«Sì. Da un paio di decenni abbiamo anche creato un gruppo di cure palliative pediatriche, uno dei primi nati nel Basso Piemonte, che fin dall’inizio ha lavorato in rete con i principali centri italiani come Milano, Genova e Torino. Per anni abbiamo seguito a domicilio bambini affetti da patologie ingravescenti o in fase terminale, cercando di evitare ricoveri inutili e di rendere meno pesante la permanenza a casa. Ci è capitato anche di organizzare voli in elicottero per regalare ai bambini esperienze speciali. Ancora oggi esiste un’équipe composta da fisioterapisti, infermieri e medici che continua questo servizio. All’inizio siamo stati un po’ un laboratorio, perché nel nostro territorio non esisteva nulla di simile. Con il tempo, lavorando insieme alla rete delll’hospice “Il Gelso”, molte di queste attività sono state assorbite dalla sanità pubblica, che oggi le garantisce in modo strutturato. Ed è una cosa di cui siamo davvero contenti: significa che un bisogno è stato riconosciuto e ha trovato una risposta stabile».

Facciamo un passo indietro. Come è nata l’associazione Avoi?

«L’associazione è nata nel 1993, alcuni anni dopo il mio arrivo all’ospedale di Alessandria. Provenivo da grandi ospedali italiani e stranieri dove esperienze di volontariato di questo tipo erano ormai una realtà consolidata. Qui, invece, non c’era nulla. Partendo dal desiderio di alcune mamme, in particolare di una mamma con una bambina affetta da una grave patologia che frequentava spesso l’ospedale, ci siamo resi conto che offrire un servizio ai bambini e ai loro genitori era davvero indispensabile. All’inizio non è stato semplice: non abbiamo trovato subito una grande apertura da parte delle istituzioni. Però siamo riusciti comunque a fondare l’associazione e, poco alla volta, a realizzare tanti piccoli cambiamenti. Per fare un esempio, allora non esisteva un ambulatorio odontoiatrico dedicato ai bambini: lo abbiamo creato, superando parecchie difficoltà. Oppure ricordo che l’ospedale era tutto grigio: muri grigio chiaro ovunque. Il primo spazio colorato dell’ospedale infantile è stato proprio l’ambulatorio odontoiatrico, nonostante inizialmente l’amministrazione non volesse colori diversi dal grigio. Abbiamo iniziato a portare disegni, personaggi dei cartoni animati, pitture alle pareti. Continuiamo a farlo ancora oggi e siamo felici che, negli ultimi anni, anche la Fondazione Uspidalet abbia raccolto questa idea e la stia portando avanti. Vuol dire che quel seme è cresciuto».

Quanti eravate agli inizi, e quanti volontari siete oggi?

«Siamo partiti in una decina, oggi siamo circa quaranta volontari. Alcuni si occupano della segreteria e dell’organizzazione, ma la maggior parte presta servizio direttamente, sia all’interno dell’ospedale sia nelle attività che svolgiamo sul territorio».

Ci diceva che ci sono diversi modi di fare volontariato con voi. Come si diventa volontari dell’Avoi?

«La prima qualità che chiediamo è una sola: bisogna avere voglia di divertirsi. Può sembrare strano dirlo parlando di un ospedale, ma è così. Se non riesci a divertirti insieme ai bambini, difficilmente riuscirai a far divertire loro e le loro famiglie: l’approccio con cui si entra nelle stanze è fondamentale. Per questo organizziamo un percorso di formazione di quattro mesi, con una parte teorica seguita da un tirocinio pratico di altri tre o quattro mesi. Al termine del percorso valutiamo se la persona è pronta per entrare a far parte dell’associazione. Se l’esito è positivo, riceve il tesserino che le permette di operare nei reparti insieme agli altri volontari. Diverso è il discorso per chi desidera entrare nel gruppo delle cure palliative o nelle attività esterne: in quel caso servono competenze professionali specifiche e una preparazione particolare».

Chi desidera dare una mano, ma preferisce un servizio meno coinvolgente dal punto di vista emotivo, può comunque trovare spazio nell’associazione?

«Assolutamente sì. Oltre alle attività di segreteria ci sono tutte quelle organizzative e promozionali. Negli ultimi anni abbiamo organizzato numerosi convegni dedicati ai temi della pediatria e del volontariato, oltre a spettacoli e iniziative per raccogliere fondi destinati ai nostri progetti. Tutto questo richiede persone che abbiano voglia di mettersi a disposizione anche dietro le quinte. Ogni competenza può diventare preziosa».

In tutti questi anni avrà incontrato tantissimi bambini e famiglie. C’è un episodio che porta ancora nel cuore e che racconta bene il vostro modo di fare volontariato?

«Ce ne sarebbero davvero tanti. Ricordo un lattante ricoverato in ospedale che, per circa due mesi, non aveva nessuno accanto. I nostri volontari si sono organizzati per assisterlo giorno e notte. È stato un impegno enorme, ma è stato fondamentale esserci. Poi penso a Cassien, un ragazzo arrivato dal Centro Africa. Dopo un lungo ricovero in Rianimazione ha trascorso gli ultimi anni della sua vita al Borsalino, completamente tetraplegico. Non poteva muoversi, ma era lucidissimo e comunicava benissimo. Il nostro compito era cercare di rendere più leggere le sue giornate in un reparto dove il tempo sembra fermarsi. Oppure ci sono i bambini che arrivano dal Kurdistan, dal Libano o da altri Paesi segnati dalla guerra per essere operati qui ad Alessandria: noi aiutiamo le loro famiglie a trovare un appoggio logistico e, molto spesso, da questi incontri nascono rapporti che continuano negli anni. Ci sono volontari che ancora oggi si sentono al telefono con quei ragazzi diventati grandi. E poi ci sono le esperienze più dolorose, come accompagnare una famiglia negli ultimi giorni di vita del proprio figlio. Sono situazioni che ti segnano profondamente e che richiedono una preparazione umana oltre che professionale».

Qual è la sua motivazione nel dedicare tempo ed energie all’Avoi?

«All’inizio la motivazione era molto semplice: non c’era nulla e bisognava costruire qualcosa. Ho incontrato una mamma che condivideva questo desiderio e abbiamo iniziato insieme questo cammino. Poi, strada facendo, siamo rimasti. La nostra associazione è apartitica e aconfessionale: accogliamo tutti, senza distinzioni di religione o di provenienza. L’unica cosa che conta è lavorare per i bambini.

Lei è il presidente dell’associazione: come vive questa responsabilità?

«Continuo a fare il presidente perché sono profondamente orgoglioso di quello che siamo riusciti a costruire in questi trent’anni. Abbiamo sempre preferito fare piuttosto che raccontare quello che facevamo. Poco marketing e tante cose concrete. C’è una frase che ripeto spesso ai volontari e che, in fondo, riassume il nostro stile: ascoltare molto, parlare poco e solo quando è necessario, non criticare mai. Se una persona riesce a vivere questi tre principi, allora ha già lo spirito giusto per fare volontariato con noi».

Se qualcuno volesse contattarvi, o diventare volontario, che cosa deve fare?

«Sul nostro sito www.avoi.org si trovano tutte le informazioni, sia per chi desidera sostenere l’associazione con una donazione, sia per chi vuole diventare volontario. Dopo il primo contatto, la persona incontra il vicepresidente, che si occupa della selezione dei nuovi volontari. Se questo primo colloquio ha esito positivo, si comincia il percorso di formazione e il successivo tirocinio. È un cammino impegnativo ma molto bello, e permette di entrare gradualmente nella vita dell’associazione».

Zelia Pastore

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