Chiediamolo a Pinocchio: i pifferi di settembre

Pinocchio, i buoni propositi e l’arte di non cominciare mai

Nello scorso appuntamento abbiamo accompagnato Dante fino alla riva, imparando che naufragare non significa annegare e che lasciarsi condurre non vuol dire smettere di camminare. Il viaggio attraverso la Divina Commedia ci ha mostrato una libertà che non consiste nel fare tutto da soli, ma nel lasciarsi educare passo dopo passo, fino a imparare dove guardare. 

Da questo mese cambia il compagno di viaggio: lasciato per un momento il poeta fiorentino, incontriamo un burattino con un berretto di mollica di pane. Nella puntata di oggi, il professor Leonardo Macrobio, insegnante di religione e direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, ci accompagna dalle pagine del romanzo di Carlo Collodi dentro una delle esperienze più comuni di questo mese: i buoni propositi. Settembre è il tempo dei nuovi inizi, delle promesse fatte a se stessi e dei “da domani” che sembrano innocenti. Attraverso Pinocchio scopriremo che desiderare il bene è importante, ma che la vera sfida consiste nel trovare il coraggio di cominciare davvero. 

Zelia Pastore

Il mese scorso vi ho lasciato su una riva: cento canti di scuola severa, uno sguardo finalmente educato, un naufragio che porta a casa. Era un congedo. Perché da questo mese la rubrica cambia guida: non più il fiorentino con l’alloro, ma un burattino con un berretto di mollica di pane.

Lo so cosa state pensando, perché l’ho pensato anch’io. L’ho pure scritto alla Redazione, quando mi ha proposto il cambio: questo ce l’ha menata per mesi con Dante, e adesso si spaccia anche per pinocchiologo? E il prossimo anno? Manzoni? Leopardi? Pascoli? Mi è stato risposto, con una generosità che non merito, che un prof di religione che usa i classici sta semplicemente facendo il suo mestiere. Mi fido. Anche perché Dante non esce di scena: salterà fuori quando meno ve lo aspettate. Anzi, salta fuori già oggi. Da un taschino.

E poi, ammettiamolo: settembre è il mese perfetto per ricominciare da un burattino. Perché settembre è il vero capodanno. Altro che gennaio: è adesso che compriamo l’agenda nuova, che ci iscriviamo in palestra, che giuriamo che quest’anno sì, quest’anno sul serio. La scuola riapre, l’anno pastorale riparte, e noi siamo lì con il nostro elenco di buoni propositi, lucidi come un astuccio del primo giorno. Ecco: di questo parla il capitolo nono di Collodi. Di noi, a settembre.

La casacca d’oro

Riavvolgiamo. Pinocchio ha appena combinato una delle sue: si è addormentato con i piedi sul braciere e se li è ritrovati carbonizzati. Geppetto, che pure ne avrebbe di motivi per sbatterlo fuori di casa, glieli rifà nuovi. Non solo: gli cuce un vestitino di carta fiorita e gli compra l’Abbecedario per mandarlo a scuola. E per comprarlo, badate, vende la propria casacca. Esce di casa in maniche di camicia, perché il figlio possa studiare.

Pinocchio è sinceramente commosso. E mentre cammina verso la scuola, fa quello che faremmo tutti: progetta. «Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparerò a scrivere, e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento e d’oro, e coi bottoni di brillanti».

Rileggetelo: è bellissimo. È un progetto buono, grato, altruista: il ragazzino vuole ripagare il sacrificio del padre. E notate il crescendo: la casacca parte di panno, tre parole dopo è d’argento e d’oro, alla riga successiva ha i bottoni di brillanti. Il sogno si gonfia a vista d’occhio. Ed è esattamente lì che si nasconde la fregatura.

Dov’è l’errore?

Franco Nembrini, che a Pinocchio ha dedicato letture memorabili, e che qui saccheggio con gratitudine, ha su questa pagina un’osservazione che toglie il fiato. Quei sogni, dice, sono «ideali, apprezzabilissimi», ma sono «il travestimento di una vigliaccheria». Pinocchio, davanti alla fatica che il bene richiede, «non nega la bontà dell’ideale: anzi, lo afferma, lo gonfia e lo esagera».

Pensateci. Il trucco non è dire «la scuola non conta». Il trucco è dire che conta talmente tanto che diventerò ricchissimo, e vestirò mio padre d’oro, e siccome tutto questo si farà in due-tre giorni, cominciare oggi o domani che differenza fa? Più il progetto è grandioso, più il primo passo diventa rinviabile. E il rinvio, conclude Nembrini, è la forma quotidiana della nostra vigliaccheria: «non è la negazione della verità, è rimandarla a domani».

E attenzione a non liquidare Pinocchio come un lavativo, perché il testo non lo consente. Pinocchio è sincero. È davvero commosso, grato e convinto. Non è uno che dice «chi se ne frega»: è uno che vorrebbe con tutto il cuore acconsentire al bene: e proprio per questo, quando fiuta la fatica, invece di negare l’ideale lo ingigantisce. La vigliaccheria elegante non dice mai «no»: dice «certo, assolutamente, e in grande stile». Poi aggiunge: «da domani».

Vi suona familiare? A me sì, e parecchio. «Da lunedì mi metto a dieta». «Quest’anno leggo un libro al mese». «Da settembre, Messa tutti i giorni». L’ho visto fare cento volte ai miei studenti il giorno dopo il quattro in verifica: «adesso mi metto sotto sul serio, prof». E l’ho visto fare, con tecnica assai più raffinata, al sottoscritto. Non sono bugie: sono desideri veri, gonfiati quel tanto che basta a non doverli cominciare adesso. Il problema è che nessuno di noi vive nel domani (il domani non c’è ancora) e nessuno vive nello ieri, che non c’è più. L’uomo, dice sempre Nembrini, «vive crocifisso al presente». Hic et nunc, dicevano gli antichi: qui e ora. I bambini vivono di sogni, i vecchi di ricordi; l’adulto vive adesso, o non vive.

Pochi passi dopo

E infatti, Pinocchio non tradisce il suo progetto dopo un anno, né dopo un mese, né dopo un giorno. Gli bastano pochi passi. Una musica di pifferi e tamburi, in fondo a una lunghissima strada, e il grande piano della casacca d’oro si sbriciola. Notate la deliberazione, che è un piccolo capolavoro di autoinganno: «Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola c’è sempre tempo».

Eccola, la formula. Oggi i pifferi, domani la scuola. Nembrini la chiama per nome: è la formula con cui normalmente l’uomo pecca, tradisce il proprio desiderio «senza avere neanche il coraggio di ammetterlo». Perché io mica ho detto di no alla scuola: ho solo detto «domani». La distanza tra il progetto e l’inizio è tutta lì, ed è esattamente lo spazio in cui suonano i pifferi. Più la allarghi, più l’orchestra ha tempo di accordarsi. E i pifferi di settembre, quest’anno, quali sono? Ognuno conosce i suoi. Io vi dico solo che raramente hanno l’aria del male: hanno l’aria dell’intanto. Intanto guardo una puntata. Intanto sistemo una cosa. Intanto rispondo a un messaggio. Il Gran Teatro dei Burattini non è mai lontano: è a pochi passi da qualunque buon proposito.

Un fiorentino nel taschino

Per entrare al teatro servono quattro soldi. Pinocchio non li ha, e allora vende proprio l’Abbecedario. Il libro comprato con la casacca del babbo. E qui Nembrini, commentando, se ne esce con una citazione che ai lettori di questa rubrica farà drizzare le orecchie: vendere l’Abbecedario è sottomettere «la ragion al talento», cioè la testa all’istinto, parola di «un altro che se ne intendeva». Inferno, canto quinto, verso 39. Ve l’avevo detto che sarebbe saltato fuori: cambiamo burattino, ma il fiorentino ce lo ritroviamo in tasca. Evidentemente certe strade si incontrano tutte.

Come si comincia davvero

Resta la domanda seria, quella da portarsi a casa insieme all’agenda nuova: se i propositi gonfiati non reggono, che cosa regge?

Tornate all’inizio della scena. Il proposito di Pinocchio non nasce dal nulla: nasce da una casacca venduta. Da un padre in maniche di camicia. Il desiderio di bene, in lui, è la risposta a un amore ricevuto. Ed è la parte sana, quella da non buttare. Ciò che lo manda in pezzi non è il sogno: è averlo trasformato in un’impresa solitaria e istantanea, da compiere in tre giorni a colpi di brillanti. Notatela, la sproporzione: l’amore di Geppetto è concretissimo: una giacca, un libro, il freddo addosso. Mentre la risposta di Pinocchio è tutta futura, tutta enorme, tutta d’oro. L’uno si spoglia oggi; l’altro promette brillanti per dopodomani.

Un inizio vero funziona al contrario: piccolo e accompagnato. Piccolo, perché comincia oggi con quello che c’è, e possibilmente con qualcosa che si può fare prima di sera: una pagina, non un libro al mese; una Messa, oggi; una telefonata, adesso. La misura giusta di un proposito, mi verrebbe da dire, è questa: se cresce il sogno, deve crescere anche il primo passo. Se il sogno si gonfia e il primo passo si allontana, sono i pifferi che stanno già accordando gli strumenti. E accompagnato, perché nessuno tiene un proposito da solo: non ci riusciva un burattino commosso fino alle lacrime, figuriamoci noi con il telefono in tasca. Pinocchio, spoiler, non si salverà per forza di volontà, ma perché c’è qualcuno che non smette di aspettarlo. Ma non corriamo.

I pifferi di settembre suoneranno comunque: su questo Collodi non lascia illusioni. La differenza non la fa chi si tappa le orecchie. La fa chi, quando attaccano, sta già camminando, e non da solo. Il mese prossimo entriamo nel teatro. C’è un omone con una barbaccia nera che, sotto sotto, starnutisce. Non mancate.

Leonardo Macrobio

Check Also

don mauro mergola

Incontri diocesani sull’Amoris Laetitia

Il 24 settembre gli uffici pastorali in dialogo su adulti e coppie A dieci anni …

Sahifa Theme License is not validated, Go to the theme options page to validate the license, You need a single license for each domain name.