Alla scoperta dell’Associazione Idea

«Ogni persona con disabilità può prendere in mano la propria esistenza»

Intervista a Valerio Vanin, presidente dell’Associazione Idea

Non solo ascolto, ma un impegno quotidiano per promuovere autonomia, inclusione e protagonismo delle persone con disabilità. Da oltre trent’anni l’Associazione Idea è un punto di riferimento ad Alessandria per chi desidera costruire un percorso di vita il più possibile autonomo, valorizzando capacità, competenze e relazioni. Dalla tutela dei diritti ai progetti di formazione e inserimento lavorativo, l’associazione lavora per abbattere non solo le barriere architettoniche, ma anche quelle culturali che ancora oggi limitano la piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita della comunità. A raccontare questa esperienza è Valerio Vanin (nel tondo), presidente dell’Associazione Idea. La sua testimonianza si inserisce nel progetto promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria SS. Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, dalla Diocesi di Alessandria e dalla Fondazione Solidal, dedicato alle realtà di volontariato che ogni giorno collaborano con l’ospedale, contribuendo a renderlo un luogo sempre più umano, accogliente e vicino alle persone.

Valerio, i nostri lettori dove possono trovarvi all’interno dell’ospedale?

«Non abbiamo un presidio fisso all’interno dell’ospedale. La nostra presenza è dinamica e viene sempre concordata con la direzione dei reparti. Operiamo prevalentemente al presidio riabilitativo Borsalino, accompagniamo i pazienti attraverso le diverse attività che l’associazione promuove».

Qual è la missione della vostra associazione?

«Per rispondere bisogna fare un passo indietro. Siamo una realtà che affonda le proprie radici nel territorio e che, già all’inizio degli Anni Duemila, ha contribuito in modo decisivo al recupero del Borsalino. Fu proprio Idea a promuovere quella legge regionale che consentì di rilanciare una struttura che dal 1994 viveva una situazione di grande difficoltà: da lì è iniziato un percorso che ha cambiato molte cose. Ma quella battaglia non riguardava soltanto un edificio. Era soprattutto un messaggio culturale: affermare che esisteva una comunità di persone con disabilità pronta a uscire dall’ombra e a liberarsi da uno stigma che, fino a pochi anni prima, era fortissimo. Oggi forse facciamo fatica a rendercene conto, ma quando Idea nacque, il 5 dicembre 1990, la condizione delle persone con disabilità era profondamente diversa. La nostra associazione è sempre stata composta da volontari e persone con disabilità e proprio per questo abbiamo imparato che non esistono soluzioni valide per tutti: ogni persona vive una storia diversa, ha bisogni differenti, e il nostro compito è costruire percorsi su misura. Negli anni abbiamo cercato di essere un ponte tra le persone con disabilità, le loro famiglie, gli enti pubblici e il mondo del privato sociale. È questo, in fondo, il ruolo che ancora oggi sentiamo nostro: creare collegamenti, mettere in relazione le persone e costruire opportunità».

Può raccontarci qualche progetto che rappresenta bene questo modo di operare?

«Ce ne sono diversi, ma uno mi rende particolarmente orgoglioso. Nel corso degli anni abbiamo sempre investito nella formazione, organizzando corsi di informatica e diritto amministrativo. Quando nel 2022 sono diventato presidente, dopo la scomparsa del nostro fondatore Paolo Berta, ho deciso di riprendere uno dei progetti a cui lui teneva di più: il telelavoro. Per me non è soltanto un’iniziativa dell’associazione, ma anche una storia personale. Sono stato uno dei partecipanti a quel percorso, realizzato insieme all’Enaip Piemonte e al presidio Borsalino. Ha permesso a molte persone con disabilità, ricoverate per lunghi periodi, non soltanto di occupare il proprio tempo, ma di acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro. Cinque di loro hanno poi trovato un’occupazione: questo dimostra che investire sulle capacità delle persone produce risultati concreti. Un altro progetto a cui siamo molto legati è nato nel 2023 insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e ad altre realtà del territorio. Abbiamo contribuito alla realizzazione di cinque alloggi destinati a persone con disabilità all’interno della Casa Anziani di via Cesare Battisti, nel quartiere Cristo. Grazie a una raccolta fondi siamo riusciti a rendere completamente accessibile uno di questi appartamenti, installando, tra le altre cose, una doccia adatta alle esigenze di chi ha difficoltà motorie. Può sembrare un dettaglio, ma per una persona con disabilità poter fare la doccia in autonomia significa conquistare un pezzo importante della propria libertà. Gli stessi fondi hanno permesso di sostenere anche altre attività, come l’ambulatorio sociale realizzato insieme all’Asl, i laboratori didattici e di ortoterapia e la valorizzazione del giardino della struttura. Il tema che attraversa tutti i nostri progetti è sempre lo stesso: l’autonomia. Noi cerchiamo di superare l’idea della persona con disabilità come soggetto esclusivamente da assistere. Crediamo invece che ciascuno possa essere protagonista della propria vita, se gli vengono offerte le opportunità e gli strumenti per esserlo».

Come nasce l’Associazione Idea?

«Quando si parla di disabilità bisogna ricordare che stiamo parlando di una storia relativamente recente. Le prime leggi realmente efficaci sull’abbattimento delle barriere architettoniche risalgono agli Anni Ottanta: il cambiamento culturale che abbiamo vissuto in questi decenni è stato enorme. Ad Alessandria esistevano già alcune realtà che si occupavano di disabilità, ma erano quasi sempre associazioni guidate dai familiari: le persone con disabilità, alla fine, restavano sullo sfondo. Il 5 dicembre 1990 un gruppo di persone decise invece di ribaltare completamente questo schema: fu una scelta rivoluzionaria. All’epoca una persona con disabilità viveva spesso nell’isolamento e nello stigma sociale. Ricordo i racconti di persone più grandi di me che dicevano: “I miei genitori si vergognavano di uscire con me perché ci guardavano tutti”. Oggi, fortunatamente, questo accade molto meno, ma allora era una realtà diffusa. L’idea di creare un luogo dove incontrarsi, confrontarsi e progettare il proprio futuro rappresentò una svolta fondamentale. Nessuno meglio di una persona con disabilità può raccontare cosa significhi vivere quella condizione e quali siano i bisogni reali: da questa convinzione è nata Idea. Da allora abbiamo costruito tanti progetti, collaborato con le istituzioni, sostenuto la pubblica amministrazione e sviluppato iniziative sempre nuove. Ma il principio che continua a guidarci è rimasto lo stesso: restituire alle persone con disabilità la possibilità di essere protagoniste della propria vita e di raccontarsi in prima persona, senza che siano altri a parlare per loro».

Chi sono oggi i volontari dell’Associazione Idea e di cosa si occupano?

«Il volontariato, dopo il Covid, è profondamente cambiato. La pandemia ha segnato uno spartiacque e oggi tutte le associazioni stanno vivendo una stagione diversa, non solo ad Alessandria ma in tutta Italia. Se un tempo le nostre fila erano più numerose, oggi possiamo contare su uno zoccolo duro di una cinquantina di soci, un numero comunque significativo rispetto alla tendenza generale. È un gruppo composto da persone con esperienze e competenze molto diverse, che mettono ciò che sanno fare al servizio degli altri. Negli ultimi anni è cambiato anche il modo di gestire un’associazione. Oggi una realtà di volontariato deve affrontare adempimenti amministrativi e contabili sempre più complessi, non molto diversi da quelli di una piccola azienda. Serve preparazione, ma queste competenze si possono acquisire attraverso la formazione. C’è però una qualità che vale più di tutte: il calore umano. Senza la capacità di entrare in empatia con le persone si fa poca strada. I nostri volontari sono persone assolutamente normali: potresti incontrarle al supermercato o passeggiare accanto a loro senza sapere quello che fanno. Non servono titoli particolari o capacità straordinarie. Bastano il coraggio di mettersi in gioco e il desiderio sincero di condividere un pezzo di strada con qualcuno».

Chi desidera dare una mano alla vostra associazione deve seguire un percorso particolare? E come può avvicinarsi a Idea?

«La parola “volontariato” contiene già il suo significato più profondo. Significa sacrificare il proprio tempo, ma nel senso più bello del termine: renderlo sacro, dedicarlo a qualcuno. Questo è il vero requisito che chiediamo a chi si avvicina a noi. La nostra associazione è in continua evoluzione, proprio perché cambia continuamente la realtà delle persone con disabilità. Non esistono soluzioni valide per tutti e non esiste un modello immobile. Cambiano i bisogni, cambia la società, cambia anche il modo di guardare alla disabilità, che è prima di tutto una condizione umana e culturale. Per questo non chiediamo competenze particolari. Certo, abbiamo attività strutturate come lo sportello di ascolto, i corsi e i progetti di formazione, ma ciò che conta davvero è la disponibilità a mettere a disposizione sé stessi, la propria esperienza e la propria capacità di affrontare la vita».

C’è un episodio che racconta bene lo spirito dell’Associazione Idea e l’impatto che avete sulla vita delle persone?

«Ce n’è uno che porto sempre nel cuore. Qualche anno fa frequentava l’associazione un ragazzo a cui mancava un braccio. Veniva alle attività, ma rimaneva sempre in disparte: sembrava quasi avere paura di esporsi. Un pomeriggio eravamo in sede insieme a Paolo Berta, il nostro fondatore. A un certo punto Paolo, che era tetraplegico e non poteva usare le mani, lo chiamò e gli disse: “Dai, dammi una mano. C’è una cosa su quello scaffale che io non riesco a prendere”. Il ragazzo esitò: era evidente che provasse imbarazzo. Allora anch’io lo incoraggiai: “Provaci. Noi abbiamo bisogno di te”. Alla fine si alzò, prese quel libro e lo porse a Paolo: era un gesto semplicissimo, ma quello che non dimenticherò mai è l’espressione del suo volto subito dopo. Nei suoi occhi si leggeva la scoperta di qualcosa che forse non aveva mai visto in sé stesso: aveva capito che, anche senza un braccio, poteva essere utile a qualcuno. Che non era definito dalla sua disabilità, ma dalle sue capacità. Da allora quell’episodio mi accompagna ogni volta che penso al senso del nostro lavoro. Noi non possiamo cambiare la storia delle persone. Ma se riusciamo anche solo a far nascere in qualcuno la consapevolezza di poter ancora fare qualcosa di buono per sé e per gli altri, allora abbiamo davvero acceso una scintilla. È questo, credo, il significato più autentico dell’Associazione Idea».

Che cosa continua a motivarti a dedicare tempo ed energie a questa realtà?

«Quello che mi spinge ad andare avanti non è il successo di un progetto o di un’iniziativa: nella vita di un’associazione ci sono idee che funzionano e altre che non raggiungono il risultato sperato. Fa parte del cammino. La soddisfazione più grande arriva quando vedi una persona crescere, acquistare fiducia in sé stessa e riscoprire il proprio valore. Molte persone hanno un potenziale enorme che rimane nascosto perché nessuno le ha mai aiutate a riconoscerlo. Quando questo accade, quando una persona torna a sentirsi protagonista della propria vita, allora capisci che il volontariato ha davvero lasciato un segno. È una scintilla che nasce sempre dall’incontro con l’altro».

Se qualcuno volesse contattarvi o conoscere più da vicino l’Associazione Idea, come può fare?

«Può telefonare allo 0131 260385 oppure scriverci all’indirizzo email info@associazioneidea.it. La nostra sede è in via Toscanini 9, ad Alessandria, ed è aperta il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 17 alle 19. Consigliamo sempre di contattarci prima di venire, così possiamo fissare un appuntamento e dedicare il tempo necessario a chi desidera conoscerci o iniziare un percorso insieme a noi».

Zelia Pastore

 

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