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Mostriamo la nostra unità come segno per il mondo

Unità dei cristiani:
intervista a monsignor Ambrogio Spreafico

“Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto” (Gv 15, 5-9). È questo il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che, iniziata il 18 gennaio, si concluderà lunedì 25. In preparazione a questa Settimana, oltre al sussidio, le comunità hanno ricevuto una Lettera (che potete leggere a pagina 8 del nostro paginone): una riflessione ecumenica posta all’interno di un momento difficile, caratterizzato dalla pandemia, con uno sguardo verso i più fragili e bisognosi ma accompagnata da un messaggio di unità e speranza. A firmare questo scritto sono monsignor Ambrogio Spreafico (nella foto qui sotto), presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, monsignor Polykarpos Stavropoulos, vicario patriarcale della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, e il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. E proprio a monsignor Spreafico, vescovo della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, abbiamo posto alcune domande sulla Lettera.

Monsignor Spreafico, partiamo dal titolo: “Viviamo e celebriamo la nostra unità nella preghiera comune”.
«Abbiamo sentito l’esigenza di esortare le nostre comunità a vivere questa Settimana come una risposta al difficile tempo che stiamo attraversando. Con uno sguardo rivolto a chi non c’è più, è malato o vive nella difficoltà economica e familiare. Ci sembrava bello dare un messaggio di unione, insieme come Chiesa cattolica, ortodossa ed evangelica. Sottolineando, oltre al sussidio mandato alle comunità, l’impegno, con la preghiera, di essere uniti in Cristo Gesù. Un ulteriore passo di unità che volevamo mostrare, pur nella differenza che ci caratterizza».

Come possiamo leggere la Settimana in un momento così particolare, determinato dal Covid?
«Con la pandemia ci siamo accorti di essere connessi nel male. Il virus ha toccato tutti, dai poveri ai ricchi, non ha risparmiato nessuno. Ma dobbiamo ricordarci che siamo connessi anche nel bene: il sogno di Dio, che troviamo leggendo la Bibbia, è permettere alla grande famiglia umana di rimanere connessi l’uno con l’altro nel bene. Nonostante tutte le differenze. E penso che ancor di più oggi i cristiani devono essere segno di questa unità. Serve “accelerare” attraverso la preghiera e i gesti di solidarietà che abbiamo visto anche in questo tempo complicato. Dalla Caritas alle aggregazioni laicali, tanti si sono uniti, durante questa pandemia, per dare cibo o pagare le bollette. In un certo senso, ci stiamo riscoprendo. Ma già nella “Lumen Gentium” del Concilio Vaticano II viene detto che “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Oggi, più che mai, accogliamo questo invito e mostriamo unità come segno per il mondo. Partendo proprio da quelli che non accettano e non vogliono ammettere il bene».

Nella Lettera si fa spesso riferimento ai più poveri, agli ultimi. Dobbiamo cambiare sguardo verso di loro?
«Penso alla parabola, tema principale della Settimana, “La vite e i tralci” del capitolo 15 di Giovanni. Tutti quei tralci siamo noi, tutti noi. I tralci più periferici di oggi sono i malati, gli anziani ricoverati nelle Rsa, i poveri, gli emarginati. Mi colpisce come in questo piccolo brano Gesù parli di “rimanere”, dal verbo greco, ovvero di stare con lui. Allora credo che la forza della preghiera, che partendo dalla vite raggiunge tutti i tralci, ci permetta di stare legati alla vita, nonostante tutta questa sofferenza. Però dobbiamo vivere con grande speranza: anche se oggi non ci possiamo stringere la mano o abbracciare, siamo tutti uniti a quella vite che ci conduce a Gesù».

Dopo la pandemia cosa succederà?
«Tanti dicono: “Speriamo che torni tutto come prima”. Ma non è sufficiente, non basta. No, io spero che se ne possa uscire migliorati, rispetto a come eravamo prima. Il mondo è pieno di esclusioni, penso ai profughi al confine con la Croazia, ai migranti di Lesbo: quanti moriranno, e noi non lo sapremo mai? Papa Francesco ci dice che la Chiesa vive un cambiamento d’epoca, per questo dobbiamo ambire a tornare in un mondo migliore di prima. Serve costruire un mondo più umano, in cui ci sia posto per tutti. E in questo noi cristiani dobbiamo dare un segno della presenza di Dio, dobbiamo cambiare la storia attraverso la nostra fede. Non serve, invece, una Chiesa che si rassegna, prigioniera del presente e nostalgica del passato. C’è bisogno di una Chiesa con i piedi nel presente, nella realtà, con uno sguardo al futuro, pur attingendo alle profonde radici del passato. In fondo, le prime parole di Gesù sono state: “Convertitevi e credete nel Vangelo”. Una chiamata al cambiamento che ci deve far riflettere: posando lo sguardo meno all’io e più al noi».

Alessandro Venticinque

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