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Dietro la cattedra: giovani, il mondo è nelle vostre mani

“Il mondo a 13 anni” di Sara Piscopello

In questi ultimi due anni mi sono dedicata a scrivere articoli tramite cui venivano espressi pensieri, emozioni e crisi di noi giovani adolescenti, ma ora mi sembra doveroso dare voce e spazio a coloro che accompagnano, nella crescita educativa e morale, la mia generazione. Grazie alla sua disponibilità, sono riuscita a intervistare la professoressa Barbara Ferrari (nella foto qui sotto), che ha studiato presso il Liceo Ginnasio “Giovanni Plana” di Alessandria e in seguito si è laureata in Lettere moderne e Storia dell’arte a Pavia. Successivamente, prima di superare il concorso per l’insegnamento, ha conseguito l’abilitazione presso l’Università degli Studi di Torino. Ha insegnato presso scuole private e pubbliche, sia secondarie di I grado che di II grado (in genere presso licei). Ha collaborato, tenendo lezioni monografiche, con alcune scuole superiori della zona di Asti. Dal 2014 insegna a Spinetta presso la scuola secondaria di I grado Vittorio Alfieri. La mia scelta di intervistarla non è stata casuale. Ritengo che la professoressa Ferrari, oltre a essere un’ottima educatrice, riesca a esprimere i suoi sentimenti traducendoli nei libri che scrive, come “In paradiso si cammina scalzi” e “Il lungo oblio dei sogni”.

Buongiorno professoressa Ferrari, intanto grazie del tempo che mi sta dedicando. Quali difficoltà incontra un docente con le linee guida istituzionali e con i programmi scolastici sempre in evoluzione?

«Dal 2012 le linee guida hanno di fatto sostituito quelli che un tempo si definivano “programmi”, ma ciò non toglie che vi siano dei percorsi imprescindibili per la corretta formazione dei discenti. La programmazione rimane importante, per dare un senso al punto da cui si parte, al lavoro in itinere e, soprattutto, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Le difficoltà sono spesso generate da un insieme di problemi, come la mole di burocrazia che investe noi docenti, togliendo tempo alla preparazione delle lezioni. Ogni lezione deve essere infatti preparata, non è corretto improvvisare di fronte agli allievi, poiché ogni gruppo-classe e ogni singolo alunno hanno un proprio modo di apprendere. I programmi evolvono spesso non arricchendosi di contenuti, ma tendendo a semplificare, seguendo il modus agendi della nostra società: quello di avere tutto e subito, con facilità. Questo non credo sia affatto educativo e ritengo che gli insegnanti abbiano il dovere di seguire passo passo i propri allievi aumentando via via le difficoltà in corso d’opera, come in una sorta di allenamento sportivo. Ci evolviamo con progetti, con sperimentazioni, ma rischiamo di tralasciare le basi della nostra cultura a discapito di un insieme di tante nozioni affrontate con superficialità».

In questi anni in cui lei ha insegnato, quali sono stati i cambiamenti nel metodo educativo scolastico? Ci sono state modifiche o adeguamenti al modello di scuola europeo?

«I metodi educativi cambiano continuamente, poiché si arricchiscono degli studi dei pedagogisti; siamo passati dal costruttivismo al metacognitivismo, poi è sembrato non essere sufficiente ed è comparsa la didattica per competenze, che riprendeva in parte il “learning by doing” di Dewey. Io credo che tutti i metodi siano utili, purché usati insieme e con le “giuste dosi”, a seconda dell’utenza, ma senza dimenticare mai che i nostri alunni non devono perdere lo stimolo a imparare e devono credere nel valore di ciò che studiano. Le competenze europee da circa 15 anni ci impongono determinati criteri di azione e docimologici, ma ultimamente sono in molti a spiegare che non sono state uno strumento del tutto efficace; credo che la “scuola delle competenze”, così come voluta dall’Ue, non debba mai trascurare la base fondante dell’apprendimento, ossia le conoscenze».

Come ha vissuto il periodo della Dad? Quanto pensa abbia impoverito o, in alcune situazioni, arricchito, le conoscenze dei giovani studenti?

«Il primo lockdown è stato una sorta di limbo in cui siamo finiti tutti, docenti e studenti. Abbiamo dovuto misurarci con la tecnologia e con i suoi limiti pratici, ma questo ci ha in qualche modo arricchito. Le cosiddette “Tic” non sono un metodo di insegnamento ma un mezzo, non ci danno nulla se non sono supportate da un lavoro proficuo. Docenti e ragazzi non hanno potuto scegliere: il collegamento in didattica a distanza è stato l’unico modo per imparare, davvero, a imparare, per utilizzare nuovi programmi al computer, per misurarsi con i propri limiti. È emersa una cosa curiosa: la vostra generazione, i cosiddetti nativi digitali, sa utilizzare cellulari e social, ma non sempre è in grado di usare il pc per inviare mail con allegati, per creare presentazioni o semplici documenti di testo. La Dad ha fatto emergere tutta la nostra incapacità e, in molti casi, ci ha spronati a migliorarci. Personalmente, poi, mi permetto di dire che chi non lavorava prima in presenza ha continuato a non farlo a distanza. E, per fortuna, viceversa».

Ritiene che la prova morale e sociale che abbiamo dovuto affrontare abbia lasciato un danno “pesante” negli adolescenti?

«Da un punto di vista relazionale ciò che abbiamo passato, e che spero non si debba nuovamente passare, ha segnato tutti. La scuola non è solo un luogo fisico, è una comunità educante e, in quanto comunità, implica il relazionarsi con gli altri. Voi giovani avete senz’alcun dubbio subìto un danno enorme, ma sono certa che saprete colmare quei vuoti riflettendo su tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per limitare ulteriori danni».

Professoressa Ferrari, lei che ha saputo esprimere i suoi sentimenti e dare voce ai suoi pensieri nei libri che scrive, cosa si sente di dire alle giovani generazioni per non arrendersi al senso di vuoto che stiamo vivendo?

«È molto difficile dire qualcosa di sensato in un caso così anomalo. Tuttavia penso ai milioni di vostri coetanei che stanno cercando di dare un senso alla loro esistenza pur vivendo situazioni di guerra, e sono certa che lo possono fare. Avete un compito importantissimo: battervi per il vostro futuro, poiché il presente che noi vi abbiamo lasciato non è certo roseo. Abbiate rispetto dei vostri corpi e dei vostri pensieri, non abbiate paura di lottare, ma sempre con educazione e civiltà. Il mondo è nelle vostre mani, quindi colmate il vuoto leggendo, viaggiando, imparando da altre culture e dalla vostra, dal vostro passato. Affidatevi a persone fidate, a chi lavora seriamente, guardatevi da “quello che dicono tutti”, ascoltate e selezionate, dite ciò che ritenete di dover dire. Il vuoto può essere colmato con l’amore per la bellezza da cui siamo circondati, basta saperla cogliere. Nulla si ottiene con facilità ma sono certa che questa prova vi ha resi più forti e migliori, anche se ora non ve ne rendete conto. I miei libri parlano di donne che hanno sempre dovuto lottare, che hanno sofferto, che in taluni casi hanno dovuto soccombere, ma alla fine tutte hanno vinto! Vincerete anche voi, pur con grandi difficoltà. Luis Sepúlveda ci ha lasciati in piena pandemia; mi piace ricordarlo anche per questa massima: “Nessun uccello vola appena nato, ma arriva il momento in cui il richiamo dell’aria è più forte della paura di cadere e allora la vita gli insegna a spiegare le ali”. L’adolescenza è una seconda nascita».

Secondo lei, quanto è importante il valore della lettura e della scrittura per formare dei giovani adulti?

«Leggere, alla vostra età, inutile nasconderlo, non piace a tutti! Eppure a un certo punto ognuno di noi trova un libro, un libro di qualsiasi genere, che ci apre le porte sul mondo, che ci fa evadere dalla realtà, che ci dà risposte. Per questo è importante leggere, per scovare la nostra chiave e per vivere più vite, come diceva Umberto Eco».

Cosa si sente di consigliare a tutti i ragazzi che sono confusi sulle scelte di vita, oltre che su quelle relative ai percorsi scolastici?

«In piena sincerità, giacché sono fermamente convinta che siate troppo giovani e spaesati per sapere cosa “farete da grandi”, mi sento di consigliare di scegliere ciò che vi piace, un percorso che possiate amare, pur nelle sue mille difficoltà. L’amore per ciò che si fa, che sia studio o lavoro, è l’unico modo per farlo bene. Poi si vedrà…».

Ringrazio ancora una volta la professoressa Ferrari per questi preziosi consigli e per le parole rivolte ai giovani, studenti e non. Spero che questa intervista possa essere un piccolo momento di riflessione e di conforto per tutti noi ragazzi: soprattutto per quelli che, come me, quest’anno dovranno affrontare una decisione molto importante: scegliere la propria scuola superiore.

Sara Piscopello

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