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Grazie, Hakar

Padre Daniele: «Partecipava ai nostri momenti di preghiera e al rosario»

Giampaolo Mortara: «Per lui ogni cosa era un dono prezioso da custodire»

Giovedì 9 maggio, dopo un malore che lo ha colpito mentre passeggiava nei pressi degli argini di Alessandria, il nostro amico Hakar Warmely, stimato collaboratore della Caritas e della mensa dei frati di Casa San Francesco, è tornato alla casa del Padre.

Hakar, 42 anni, proveniva dall’Iraq; era un curdo iracheno che aveva subito la spietata persecuzione di Saddam Hussein. Dopo essere fuggito dal suo Paese, aveva trovato rifugio in Europa, dove ottiene accoglienza come rifugiato politico. Dopo un periodo in Norvegia, nel 2014 arriva in Italia, ad Alessandria. Da qui inizia la sua nuova vita, nel convento dei Cappuccini di via San Francesco e in Caritas: una vita prima da bisognoso e poi da benefattore (come ha ricordato il nostro Vescovo durante il momento di preghiera per Hakar di sabato scorso nel Santuario di via San Francesco: trovate tutto a pagina 5). Un’esistenza segnata da quel tratto di umiltà e semplicità che, con il suo sorriso e la sua disponibilità, lo aveva reso davvero una persona speciale: mai triste o rancoroso, pur portandosi dentro la sofferenza legata alla sua dura vicenda personale. Una storia, quella di Hakar, che ci siamo fatti raccontare da due suoi amici: padre Daniele Noè, responsabile della mensa dei frati e delegato vescovile per la carità, e Giampaolo Mortara, direttore della Caritas diocesana. A loro il compito di “rivelare” quest’uomo a chi ancora non lo conosce.

Padre Daniele, da quanti anni conoscevi Hakar?

«L’ho conosciuto nel 2020, durante la pandemia, perché frequentava la mensa della Caritas e abitava nell’ex convento dei Cappuccini».

Il Vescovo, durante il momento di preghiera per Hakar di sabato scorso, ha parlato di lui come di un benefattore. Che cosa intendeva dire?

«Da beneficato era diventato benefattore, perché una volta inserito nel nostro ambiente si è subito reso disponibile al servizio alla mensa dei Cappuccini. È sempre stato molto attento e disponibile nei confronti di chi veniva a bussare alla nostra porta. Faceva anche un po’ da paciere quando c’erano situazioni delicate davanti alla mensa, e a volte anche da traduttore con i ragazzi che parlavano arabo. Anche se lui l’italiano lo masticava molto poco, a dire il vero».

Quale particolarità del suo carattere ti è rimasta più impressa?

«Ce ne sono diverse… potrei dirti la sensibilità, l’attenzione agli altri, ai bisogni di tutti e della comunità nella quale viveva. Tutto questo rivelava un grande cuore, un grande amore. Posso anche testimoniare che, vivendo con noi, partecipava ai nostri momenti di preghiera prima dei pasti e negli ultimi tempi veniva a condividere il momento del rosario. Sicuramente una ricerca di fede e di senso della vita stava muovendo il suo cuore».

Hai qualche episodio da condividere?

«Ricordo bene che alcune sere c’era chi suonava alla mensa fuori dagli orari prestabiliti. E lui, comunque, usciva per portare il sacchetto dei viveri. Credo lo facesse per quella attenzione che lui stesso aveva ricevuto quando stava “dall’altro lato”. Da bisognoso che era stato, capiva bene i disagi degli altri. A volte anche più di noi. Molto più di noi».

Che cosa ti ha insegnato con la sua vita, oltre alla disponibilità e all’attenzione?

«Mi ha insegnato ad andare incontro agli altri, ad accettarli per quello che sono. Ad accoglierli per come sono, indipendentemente dalla religione professata, che non deve essere un ostacolo ma un punto di incontro possibile. Hakar è stato un uomo di pace e di fraternità, sullo stile di San Francesco e dell’esperienza francescana nella quale ha vissuto questi ultimi anni della sua esistenza. Quando ho saputo della sua morte, non potevo crederci. Un fulmine a ciel sereno… abbiamo perso una persona di grande caratura umana, oltre che un collaboratore preziosissimo».

Ha lasciato in mezzo a noi un segno indelebile.

«Credo che quando uno ama davvero il segno lo lascia sempre. Le cose fatte con amore e la capacità di amare il prossimo lasciano sempre un’impronta».

«Ero in Caritas, e verso le 10.30 è arrivata la polizia che mi ha dato la tragica notizia» racconta Giampaolo Mortara (qui a lato), direttore della Caritas diocesana, dove Hakar abitava. «Ho avvisato subito padre Daniele e insieme ci hanno portato agli argini per il riconoscimento ufficiale».

Giampaolo, da quanti anni conoscevi Hakar?

«Da una decina d’anni. Inizialmente era uno dei tanti giovani stranieri fuggiti dal proprio Paese perché perseguitati. È arrivato ad Alessandria passando dalla Norvegia: noi di Caritas lo abbiamo incontrato, accolto e aiutato».

Che differenza c’era tra lui e altri bisognosi che avete assistito?

«Rispetto ad altri, che erano come dire “in transito”, lui ha subito trovato un legame con noi, con la nostra comunità. Ci colpiva la sua serenità e il suo carattere mite, nonostante le tante vicissitudini e i dolori che lo avevano accompagnato fino a quel momento. Ci siamo subito sentiti amici».

Qualche tratto del suo carattere che meglio lo descrive?

«Intanto, non era uno che chiedeva con pretesa, anche quando avrebbe potuto farlo. Lo sottolineo perché che chi, come lui, ha subito gravi ingiustizie spesso porta dentro odio e rancore, a volte anche verso chi gli tende la mano. È comprensibile… Ma Hakar no: non abbiamo mai visto in lui rabbia o risentimento. Oltretutto, era da solo, senza persone della sua terra con cui condividere cultura e tradizioni. Ma ha affrontato questa situazione con equilibrio e mitezza».

A un certo punto, come ha detto il Vescovo nel momento di preghiera che si è tenuto sabato scorso a Casa San Francesco, Hakar da bisognoso è diventato benefattore.

«Ha fatto un cammino. Dopo essere stato accolto provvisoriamente dai nostri servizi di pronta accoglienza, c’è stato un momento in cui ha cominciato a fermarsi con i volontari. Prima, dando una mano a sparecchiare, poi a pulire e così via. Questo aspetto di aiuto agli altri partiva da gesti semplici che denotavano uno sguardo più ampio di quello del semplice “fruitore” di un servizio. Piano piano, i frati dell’ex convento San Francesco lo hanno accolto nella struttura. E lui ha sempre restituito il dono con grande generosità».

Nel 2023 è andato ad abitare in un alloggio dell’ex canonica della chiesa di San Rocco, in una struttura Caritas.

«Sì, e ne era molto orgoglioso. Ci dava una mano nella custodia degli ambienti: sapevamo che alla sera lui era lì, attento a ogni evenienza. Ed era grato per questo “punto di arrivo”, dopo tante difficoltà e sofferenze. Per lui tutto era un dono prezioso, da custodire».

Chi era per te Hakar?

«Era una persona generosa, mite e semplice. E anche riservata, ma non “chiusa” o attenta soltanto agli affari propri. Tutt’altro… Non lo frequentavo tantissimo, anche se quando lo incontravo scherzavamo sulle sue difficoltà con l’italiano, lingua che non ha mai imparato. Lo prendevo bonariamente in giro, e lui rideva senza prendersela troppo. Oggi mi chiedo quale giustizia ci sia in una vita come la sua, già molto tormentata e che si è conclusa così presto. Ecco, mi sembra veramente ingiusto… e continuo a domandarmelo».

Perché uno come lui, umile e riservato, ha lasciato un segno così potente?

«Perché quello che faceva tutti i giorni noi non saremmo in grado di farlo con la sua semplicità».

Andrea Antonuccio

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