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Aperte le iscrizioni al Collegio Santa Chiara: «I ragazzi lo chiamano casa»

«Con loro facciamo un cammino formativo che comprende
anche l’aspetto della carità verso il prossimo e il mondo del lavoro»

Ha aperto le porte per la prima volta nel settembre 2018, e ora per il sesto anno consecutivo il Collegio Santa Chiara è pronto ad accogliere nuovi studenti. Ma che cosa ha di diverso questa struttura rispetto a una qualsiasi residenza universitaria? Lo abbiamo chiesto direttamente alla direttrice, la professoressa Carlotta Testa.

Carlotta, innanzitutto parliamo dell’apertura delle iscrizioni: quanti posti ci sono e come si fa a iscriversi?

«In Collegio abbiamo 42 posti misti, organizzati in singole, doppie e triple. Per iscriversi, sul nostro sito collegiosantachiara.com è disponibile il modulo per fare la propria domanda di posto letto. Fino a fine giugno raccoglieremo le domande degli studenti che sono già residenti in struttura, e da lì in avanti quelle delle “matricole” del Santa Chiara, coloro che per la prima volta vengono ad abitare con noi. Tutti gli studenti che faranno domanda verranno ricontattati dalla segreteria».

Quali sono i servizi aggiuntivi all’interno del Collegio?

«Un servizio che negli ultimi due anni si è concretizzato e che vogliamo continuare a proporre è quello dell’infermeria. Ci siamo resi conto che tanti studenti fuori sede spesso sperimentano la necessità di avere una consulenza medica, ma non possono raggiungere il loro medico di famiglia. Per questo motivo nei locali dell’infermeria del nostro Collegio, una volta alla settimana, è a disposizione personale qualificato a titolo gratuito per consulenze mediche o infermieristiche. Un altro servizio è quello di “Favorite!”, l’osteria contemporanea all’interno del complesso Santa Chiara: è aperta al pubblico, ma è prima di tutto a disposizione dei ragazzi del nostro Collegio».

Come descriveresti il Collegio, per chi non lo conosce?

«In questi anni abbiamo definito sempre meglio il nostro stile, perfettamente sintetizzato nel motto del Collegio (che è anche il pannello principale all’ingresso della struttura): “Bentornato a casa”. Questa frase ci definisce perché il Santa Chiara non è semplicemente un posto dove dormire e mangiare, ma è un luogo dove trovare una sorta di casa e vivere il tempo dell’università, un momento importantissimo e delicato per ogni studente, in uno stile familiare, in comunità con altri giovani, all’interno di una residenza dove non si è semplicemente numeri, ma persone. E dove si cerca di fare un cammino insieme».

Un esempio concreto?

«Eccolo. Un giorno la mamma di una studentessa mi chiama e mi dice che la figlia non è tornata a casa. Preoccupata, mi chiede se sapevo dove fosse. Ma cos’era successo? Il malinteso era nato perché la figlia, rientrando dall’università, le aveva scritto questo messaggio: “Torno a casa”. Ma quella “casa” era il nostro Collegio… eravamo noi!».

Ma questo motto si riferisce solo agli studenti? Non sono gli unici “abitanti” del Collegio…

«In questi anni si è reso ancora più evidente lo stile del nostro “Bentornato a casa”, anche grazie a tutti quelli che abitano nel Collegio Santa Chiara. Ci troviamo infatti all’interno di un complesso che ha tante dimensioni. Mi riferisco alla sala conferenze (la sala Iris) e alla foresteria Casa del clero, dove abbiamo medici specializzandi, sacerdoti, e i giovani calciatori dell’Alessandria Calcio. E poi anche all’osteria “Favorite!” e a tutto il personale di struttura. Mi sono resa conto che questo motto è diventato proprio “carne” quando tutti gli utenti di questo grande complesso, anche se di provenienze diverse tra di loro, hanno iniziato davvero a rapportarsi. Penso alla recente scomparsa di don Franco Pandini, un sacerdote della Diocesi che abitava nella Casa del clero: diversi ragazzi del Collegio erano veramente dispiaciuti e commossi, proprio perché avevano avuto modo di conoscerlo, di parlare con lui e di scambiare qualche battuta. Oppure penso ai medici specializzandi che gravitano in foresteria, e incontrando il personale di struttura o i ragazzi del Collegio scambiano non solo qualche chiacchiera, ma a volte anche dei consigli».

Ci racconti un episodio che ci aiuti a capire meglio questo aspetto?

«Una sera un membro del nostro staff di “Favorite!” non si è sentito bene, e diversi medici della foresteria, insieme ai ragazzi del Collegio, sono scesi per prestare soccorso. Ecco, questo mi fa proprio pensare che all’interno del complesso Santa Chiara ci sia veramente una grande varietà di persone, tra sacerdoti, professionisti, medici, studenti e personale, in qualche modo accomunate da un modo di “esserci” che poi diventa il filo rosso di questo luogo, e che si può tradurre nell’attenzione all’altro. Ci tengo molto a raccontarlo, perché in fondo mi sembra che sia la direzione giusta su cui camminare anche per il futuro del nostro progetto. Se da questa vita di Collegio ci portiamo a casa anche solo la possibilità di diventare persone più attente al prossimo, che ci è stato dato e che non abbiamo scelto noi, per me è già un piccolo traguardo raggiunto».

Possiamo dire che il Collegio è un’occasione non solo per lo studio, ma anche per fare un’esperienza lavorativa?

«È così. In questi anni abbiamo notato come negli studenti universitari era forte il desiderio di poter trovare un lavoro durante il tempo della formazione. Siamo riusciti a rispondere proprio con “Favorite!”, dove gli studenti hanno l’opportunità di lavorare come camerieri attraverso contratti a chiamata compatibili con le loro esigenze di studio. Per i ragazzi è un’occasione di crescita a livello personale, e per le famiglie un sostegno economico significativo».

In questi anni i collegiali hanno avuto l’occasione di seguire un percorso di comunità: ce lo racconti?

«Abbiamo sperimentato tante strade. Tra i temi toccati, non posso dimenticare il percorso formativo “Non essere qui senza esserci”, che di fatto voleva riflettere sul tema del coinvolgimento dei giovani oggi, su come si lascino interrogare dalla società e dalle principali tematiche che si trovano davanti. Un altro percorso che abbiamo fatto è stato “L’abbecedario dello studente”, dove abbiamo seguito il filo rosso della storia di Pinocchio, riletta però da Franco Nembrini (docente, scrittore ed educatore, NDR). Quest’anno, invece, il percorso formativo del Collegio ha risposto in maniera diretta alle proposte emerse dai nostri studenti alla fine dello scorso anno accademico. Mi viene in mente, per esempio, l’incontro a tema scienza e fede in cui abbiamo messo a confronto questi due mondi e ci siamo domandati come, e se, possono convivere. Ci tengo anche a dire che negli incontri formativi un’altra componente molto importante è la teatralità, grazie alla collaborazione con Davide Sannia, attore ed esperto di teatro del nostro territorio. Il primo e l’ultimo incontro del percorso annuale di Collegio sono proprio condotti da lui, che attraverso delle tecniche teatrali ha accompagnato i ragazzi a lavorare sulle emozioni».

Chi lo desidera ha anche l’occasione di fare volontariato: ci racconti questa possibilità?

«Nel percorso formativo una componente fondamentale è quella del servizio, che quest’anno abbiamo svolto con i ragazzi in Caritas, sia alla mensa dei poveri in via delle Orfanelle, sia in quella di Casa San Francesco. In entrambi i casi, più volte i ragazzi mi hanno chiesto come poter contattare i volontari delle due sedi per tornare per conto loro e continuare il servizio. Chiacchierando con i nostri studenti, mi sono resa conto che c’è un grande desiderio di cimentarsi in qualcosa che sia veramente a beneficio del prossimo. Proseguiremo sicuramente su questa strada, perché siamo convinti che la dimensione del sapersi mettere al servizio sia una delle cosiddette “soft skills” sulle quali ci sentiamo in dovere di lavorare per il bene dei nostri studenti».

 

Zelia Pastore

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