Vi raccontiamo le cinque tappe fondamentali della vita del santo di Torino
Roberto Falciola lo abbiamo già conosciuto e intervistato sulle pagine del nostro settimanale: è venuto ad Alessandria il 16 novembre 2025 a presentarci la mostra dedicata a San Pier Giorgio Frassati, ma soprattutto è stato vice postulatore della causa di canonizzazione e presidente dell’Opera Diocesana Pier Giorgio Frassati di Torino. Falciola ha scritto diversi libri sul giovane santo di Torino, l’ultimo è Pier Giorgio Frassati. Non vivacchiare ma vivere. Nella scorsa puntata abbiamo visto come l’amicizia (perché proprio così possiamo definirla) con il “santo dei giovani” abbia cambiato la sua vita, oggi gli abbiamo chiesto di raccontarci quelle che secondo lui è assolutamente essenziale da sapere sulla vita di Frassati.
Le lettere e le citazioni del box “Le parole di Pier Giorgio Frassati” sono tratte dall’ultimo libro di Roberto Falciola.
«Pier Giorgio nasce in una famiglia dell’alta borghesia piemontese: il padre è proprietario e direttore del quotidiano “La Stampa”, la madre è una donna di forte carattere, con tratti anticonformisti, che avrebbe voluto fare la pittrice. Ha una sorella più piccola di poco più di un anno: crescono insieme, quasi come fossero gemelli. Come tutti i bambini del suo tempo viene introdotto presto alla fede cristiana, ma fin da piccolo va oltre una religiosità formale, mostrando una sensibilità tutta sua verso i temi della fede, in particolare verso la figura di Gesù e di Maria. Cresce come un bambino normale, attraversando tutte le tappe della crescita che ciascuno di noi conosce: scopre progressivamente sé stesso, le persone che ha intorno, il mondo con i suoi misteri, le sue bellezze, le sue seduzioni e anche i suoi pericoli. Sa attraversare tutti questi passaggi diventando via via ragazzo, adolescente, giovane adulto. In tutto questo resta sempre profondamente legato al Signore Gesù, che aveva scoperto come centro della sua vita, e crescendo sviluppa anche una consapevolezza sempre più matura della sua fede».
Roberto, nella nostra chiaccherata mi hai detto che Pier Giorgio ha capito fin da bambino che il Signore era il centro della sua vita: come è accaduto questo?
«Gli è successo nella normalità dell’esistenza, ma grazie a una sua sensibilità particolare che lo ha aiutato, fin da piccolo, a intuire che la vita umana, immersa nelle occupazioni quotidiane, contiene un mistero profondo che la rende autentica: ed è l’amore di Dio. Questa intuizione nasce nell’infanzia e poi cresce con lui, perché anche la sua fede cresce insieme alla sua persona. Io spesso dico che bisogna evitare la tentazione di pensare che Pier Giorgio sia stato proclamato santo perché “era santo già da bambino”: come se fosse una condizione automatica. Non è così, né per lui né per nessuno di noi. La santità è un cammino. Pier Giorgio ha fatto crescere la sua fede coltivandola, utilizzando tutto ciò che la Chiesa del suo tempo metteva a disposizione».
APPARTENENZA ALLA CHIESA
Possiamo quindi dire che il Signore gli ha donato questa intuizione e lui ha saputo portarla avanti, strutturarla, attraverso la sua appartenenza alla Chiesa?
«Sì, Pier Giorgio ha saputo attingere dalla Chiesa del suo tempo tutto ciò che lo aiutava a crescere come uomo e come credente. In realtà sono gli stessi strumenti che la Chiesa offre da sempre: prima di tutto la preghiera. Pier Giorgio è un cristiano che prega: ogni giorno, più volte al giorno, da solo e insieme agli altri. C’è poi il tema dell’Eucaristia. A tredici anni un padre gesuita lo invita a fare la comunione quotidiana: lui accoglie questo invito e non lo abbandonerà mai più, fino all’ultimo giorno della sua vita. Partecipa anche alle adorazioni eucaristiche, persino a quelle notturne, insieme agli amici della Fuci. Un altro aspetto fondamentale è l’amore per la Parola di Dio. Oggi per noi è quasi scontato, dopo il Concilio Vaticano II, rapportarci autonomamente alla Bibbia. Ma al tempo di Pier Giorgio la Scrittura era per lo più riservata a chierici e studiosi. Lui invece coltiva questo amore in modo personale: si procura il messale feriale per seguire le letture della Messa, ama in modo particolare le lettere di san Paolo. Questo lo rende sorprendentemente vicino a noi. C’è poi la dimensione della fraternità. La vita cristiana è personale, ma sempre anche comunitaria. Pier Giorgio la vive attraverso l’associazionismo e il contatto con diversi ordini religiosi. Le sue appartenenze più significative sono alla Fuci, quando entra al Politecnico di Torino, e alla Società della Gioventù Cattolica Italiana, l’attuale Azione Cattolica. Accanto a questo c’è l’impegno operativo nelle Conferenze di San Vincenzo e il rapporto con almeno cinque ordini religiosi: studia dai gesuiti, diventa terziario domenicano, ha un amico salesiano che sarà il suo primo biografo, frequenta i sacramentini per l’adorazione eucaristica e il Cottolengo. Tutto questo in lui non genera dispersione, ma unità. Pier Giorgio sa attingere da ciascuna realtà ciò che è essenziale per la sua vita di fede, che io sintetizzerei nel motto dei giovani di Azione Cattolica di allora: “Preghiera, azione, sacrificio”. Un programma che lui interiorizza profondamente e che diventa il cuore della sua vita cristiana».
IL POLITECNICO (INGEGNERIA)
«Pier Giorgio si iscrive al Politecnico di Torino scegliendo ingegneria mineraria, con il desiderio di lavorare tra i minatori. È una scelta interessante perché nasce da una doppia motivazione. Da una parte in lui c’è una vera passione per la materia: da ragazzo, in montagna, raccoglie minerali, li classifica, li conserva in una vetrinetta. Dall’altra parte c’è la sua visione cristiana della professione. Vuole testimoniare il Vangelo anche attraverso il lavoro, vivendo una carità concreta. Desidera lavorare in mezzo ai minatori per aiutarli. Questa spinta alla carità governa in fondo tutta la sua esistenza. Pier Giorgio dedica moltissimo tempo ai poveri della Torino del primo dopoguerra, sia attraverso le Conferenze di San Vincenzo, sia andando da solo nelle case, nelle soffitte, nelle cantine delle famiglie più disagiate. Le testimonianze sono numerosissime e mostrano come l’amore per i poveri fosse il sottofondo costante della sua vita quotidiana, insieme allo studio. Anche il suo impegno politico, con l’iscrizione al Partito Popolare, nasce da questa visione: lo vede come uno strumento per costruire una società più giusta, capace di rimuovere quelle strutture di povertà che lui conosceva direttamente, entrando ogni giorno nelle case della gente».
GLI AMICI
«Questo è un aspetto molto attuale. Parlare di Pier Giorgio ai ragazzi significa mostrare un giovane normale, che vive intensamente le cose belle della giovinezza: l’amore per l’arte, per lo sport, per la montagna, per lo sci. Ma soprattutto emerge il tema dell’amicizia. Per lui una vita senza amici era impensabile. Con alcuni di loro – amici e amiche – stringe legami profondissimi, che non sono solo una consolazione umana, ma relazioni fondate sulla fede condivisa».
LA MORTE
«Anche il modo in cui muore è significativo. Pier Giorgio è un giovane robusto, in buona salute. Alla fine di giugno del 1925 si ammala di quello che sembra un malessere passeggero, ma che in realtà è una malattia gravissima: la poliomielite, contratta in forma fulminante. Il dramma è che in quei giorni, nella sua stessa casa, la nonna materna è in fin di vita e poi sale in cielo. L’attenzione della famiglia è tutta concentrata su di lei, e nessuno si accorge davvero del peggiorare delle condizioni di Pier Giorgio, che vive la malattia praticamente da solo. Solo quando la nonna esala l’ultimo respiro e tutti partono per il funerale – tranne la madre, che resta con lui – emerge la gravità della situazione. Ma è ormai troppo tardi. Pier Giorgio muore e va in cielo il 4 luglio, alle sette di sera. Il giorno prima, con la mano ormai semiparalizzata, scrive un biglietto al compagno delle Conferenze di San Vincenzo con cui il venerdì andava a visitare i poveri. In quel biglietto raccomanda una scatola di iniezioni e una bolletta del banco dei pegni per due famiglie bisognose. Anche nel dolore più grande, pensa ai suoi poveri fino all’ultimo istante».
E non muore disperato. È una cosa che colpisce profondamente. Come fa un ragazzo di 24 anni a morire di una malattia terribile senza disperazione, affidandosi come un bambino all’amore di Dio?
«Pier Giorgio muore pieno di speranza. Negli ultimi due anni della sua vita aveva maturato una certezza profonda: al termine di questa vita terrena ci attende quella che lui chiamava “la vera vita”. Pensava che tutta la sofferenza incontrata nelle case dei poveri sarebbe insopportabile se non ci fosse questa speranza. La sua fiducia nasce dalla fede in un Dio che ama e che ci ha creati per amore, e dal desiderio di vivere già su questa terra in compagnia di Lui, attraverso i mezzi concreti che la vita cristiana offre. Ma resta sempre una nostalgia, il desiderio di stare con Dio per sempre. Questo atteggiamento non si spiega senza la sua relazione personale con Dio. Per lui la comunione quotidiana non era una devozione, ma un incontro reale con Gesù. A una signora che gli chiedeva perché, pur essendo ricco, visitasse i poveri, rispose con parole semplicissime e potentissime: “Gesù mi fa visita ogni mattina nell’Eucaristia; io gliela restituisco con i miei poveri mezzi visitando i poveri”. Per Pier Giorgio, nel volto dei poveri c’era il volto di Cristo. Questa esperienza era reale, concreta. È per questo che si affida alla “vera vita”: non per un’idea astratta, ma perché dell’amore di Dio ha fatto esperienza nella sua vita quotidiana».
Leggi l’intervista al vicepostulatore della causa di canonizzazione, Roberto Falciola
Leggi l’intervista a Stefania Ponzano dell’Ac Alessandria
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
