Allontanamento dalle famiglie d’origine e solitudine sul versante affettivo, ansia da prestazione e procrastinazione in ambito universitario: per un giovane studente “fuorisede”, questo periodo della vita può presentare difficoltà che a volte rischiano di togliere il fiato. Per questo al Collegio Santa Chiara è stato inaugurato a settembre uno spazio a disposizione degli studenti, dove possono incontrare una psicologa che li aiuti a ritrovare il ritmo giusto del respiro. Abbiamo chiesto alla direttrice Carlotta Testa come prosegue il progetto.
Ci siamo lasciati a settembre con la sua intervista sulla giornata divulgativa “Ballando con una sconosciuta”, organizzata all’interno del Collegio Santa Chiara, dove la sconosciuta era la psicoterapia. Il progetto era quello di portare avanti uno sportello psicologico a disposizione degli studenti, assieme al Centro clinico San Giorgio. Ci racconta come sta andando avanti?
«Dopo la presentazione pubblica di questa nuova collaborazione, a cui era invitata tutta la città, abbiamo organizzato un secondo incontro di presentazione dello sportello psicologico riservato ai nostri studenti di Collegio, dove la terapeuta, la dottoressa Maddalena Fumagalli, ha incontrato in modo informale insieme a me gli studenti che avevano interesse a capire di cosa si trattasse. Abbiamo spiegato insieme ai ragazzi presenti come funziona lo sportello psicologico in Collegio: la psicologa è presente con una cadenza settimanale, che può variare a seconda della richiesta dei ragazzi. Gli studenti hanno a disposizione la mail della psicologa, che possono contattare per un primo colloquio conoscitivo e poi per continuare eventualmente con un percorso di psicoterapia, a prezzi calmierati».
Dal suo osservatorio privilegiato sugli studenti, vede che questa opportunità che offrite è un supporto concreto per loro?
«Sicuramente questi anni di collegio e soprattutto il post-Covid come direttrice mi hanno fatto percepire la necessità sempre più evidente di un supporto psicologico ai nostri studenti: è fondamentale fornire loro anche questo strumento, per affrontare difficoltà più o meno grandi della loro esistenza. La vita di Collegio si presta bene per fare questo lavoro, perché sono anni di fatto di ricerca, non solo didattica e scientifica ma anche sulla propria personalità, sulle proprie aspirazioni e desideri. Non ho mai visto uscire uno studente con la corona d’alloro sulla testa identico a come è entrato: cambiano e maturano sotto tanti punti di vista. Questi anni mi hanno insegnato che è importante proporre a loro anche la possibilità di un accompagnamento psicologico, non solo per i momenti di crisi ma per imparare a guardarsi dentro, a gestire le proprie emozioni e ad affrontare le piccole e grandi difficoltà del presente».
Che riscontro c’è stato fino a oggi?
«Mi ha molto stupita vedere come diversi studenti, da quando abbiamo presentato questa opportunità, si siano fatti avanti per chiedermi, con più o meno timidezza, informazioni sul percorso: non è la garanzia di un inizio ma è una confortante evidenza di una manifestazione di interesse su un tema così importante. Sono rimasta sorpresa nel vedere arrivare alcuni ragazzi che mi hanno chiesto delucidazioni, quelli sui quali non avrei mai sospettato un interesse su questi argomenti. Per me è stata un’ennesima conferma di come nel mio ruolo di direttrice ci sia sempre da sorprendersi e da rimanere con le orecchie e gli occhi aperti sul reale».
Passiamo ora la parola alla psicologa, per capire meglio quello che stanno attraversando i ragazzi in questo specifico e decisivo periodo della loro vita.
Dottoressa Fumagalli (nella foto di copertina), innanzitutto si presenti ai nostri lettori.
«Mi chiamo Maddalena Fumagalli, vivo a Torino, ho 30 anni, sono una psicologa clinica e sto concludendo il mio percorso di specializzazione in psicoterapia. Nella mia attività professionale ricevo principalmente in studio e online e grazie alla collaborazione con il centro San Giorgio di Genova ho iniziato a lavorare per il progetto di supporto psicologico presso il Collegio Santa Chiara».
Quali sono le criticità maggiori che deve affrontare un giovane studente universitario oggi?
«Innanzitutto, il fatto di allontanarsi da casa per la prima volta può essere un terreno fertile per molte riflessioni. Prendendo le distanze da un modello familiare e relazionale che hanno sempre vissuto come l’unico possibile, i ragazzi hanno la possibilità di confrontarsi con altri mondi e possono quindi avere l’opportunità di fare una sorta di decentramento. Davanti a questo possono presentarsi diversi tipi di emozioni: può nascere una nostalgia forte rispetto all’ambiente familiare, possono nascere delle frustrazioni, della rabbia, della confusione oppure anche un grande senso di libertà. Vivere in una realtà come quella del Collegio Santa Chiara è un terreno fertile per poter far emergere tutti questi tipi di vissuti, che possono essere temi di una terapia. Un’altra criticità che potrebbe essere presente è quella relativa al senso di solitudine derivante dal dover ricreare delle relazioni da zero, in ambienti completamente nuovi. Possono emergere inoltre difficoltà relative all’inserimento nell’ambiente accademico e nell’approccio allo studio: tendenze al perfezionismo, procrastinazione, insicurezze relative al percorso o ansia per gli esami che possono portare ad un vero e proprio blocco vissuto dallo studente con grande frustrazione. Può presentarsi inoltre una preoccupazione più generale riguardante il proprio futuro lavorativo e la percezione di vivere un momento storico precario. Infine i temi relativi alle relazioni affettive significative (familiari, sentimentali e amicali) sono sempre un punto nodale per questa fascia d’età».
Il periodo di Covid e lockdown potrebbe aver influito nelle fatiche attuali di questi giovani?
«Certamente. Non dimentichiamo che molti dei ragazzi hanno vissuto le restrizioni dovute al Covid in una fase di sviluppo fisico, emotivo e relazionale importante, l’adolescenza. È interessante notare come questa terribile e assurda fase che tutti abbiamo vissuto, da loro sia sempre in qualche modo riportata in terapia».
Ci aiuta a mettere a fuoco quelle che invece sono le loro buone risorse?
«Innanzitutto, proprio il fatto di essere giovani (sorride), quindi con delle strutture cognitive e mentali molto più flessibili. È un periodo della vita in cui è più facile integrare sguardi diversi e aumentare la propria consapevolezza rispetto alle tematiche per cui si chiede un supporto, che è proprio quello che si cerca di fare in terapia. Molti di loro fanno parte di una generazione nella quale si è parlato di più, forse non tanto in famiglia ma più tramite i coetanei e i social di supporto psicologico e dei benefici che questo può dare. La richiesta di supporto psicologico è vissuta infatti come meno “stigmatizzante” rispetto ad altre fasce di popolazione. Questo porta i giovani ad accedere alla richiesta d’aiuto con una maggiore motivazione intrinseca, fattore positivo per una buona alleanza terapeutica e un buon esito del percorso. Il fatto poi di vivere in un contesto come il Collegio, che mette in primo piano l’importanza del benessere psicologico, penso possa essere un’ottima opportunità per loro».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
